Risveglio

Posted in Caccia, Incontri immortali, Uncategorized on agosto 4, 2012 by Reyko

… Poco dopo scivolai ancora in un sonno tormentato questa volta dai suoni che giungevano dai mortali che, frenetici, vivevano le loro vite ignari di quello che si celava nelle ombre.

Il tocco di una mano fredda mi ridestò ancora una volta. Mi tirava avvicinandomi sempre più alla superficie. La terra tutto intorno a me iniziò a spostarsi. E poi l’aria sulla pelle finissima mi investì con una tale violenza che quasi urlai. Gli occhi iniettati di sangue si muovevano frenetici cercando di abituarsi a quelle strane luci. Il sussurro del vampiro accanto a me era un urlo spaventoso alle mie orecchie.

Mi coprì con un tessuto pesante, forse un cappotto, e mi portò lontano, tra le mura sicure di un’abitazione non molto distante. Quando mi lasciò con delicatezza sul divano tutto si era acquietato, ma la sete era ancora pulsante. C’era solo quel sordo suono che rischiava di farmi impazzire. Cercai di guardarlo, e solo dopo alcuni minuti riuscì a metterlo a fuoco veramente. Il violino e la sua figura mi avevano ingannata. Per un istante quando avevo sfiorato la sua mente mi ricordò il fratello di Camila.  Ma ora che riuscivo a vederlo meglio aveva dei tratti diversi. E a parte la passione per la musica non li accomunava altro. I suoi occhi erano di un marrone intenso, tendente al nero e al viola. La sua figura era snella e slanciata sebbene sembrasse un po’ deperito per la fame. Ma quello che mi affascinava erano i capelli, lunghi e fluenti. Una massa di capelli neri che sembravano vivi. Mi portò un’altra coperta. E lo ringrazia.

Sapevo di avere un aspetto ancora orribile,. ma non me ne curavo. Restava fermo immobile e mi guardava. Sembrava affascinato, o semplicemente incuriosito.

L’odore del suo sangue era invitante tanto quanto quello dei predatori di cui mi nutrivo in passato. E in un unico istante capì che quello che mi aveva spinto a sfiorare la sua mente non era un contatto con un membro della mia razza. Non ne avevo mai avuto bisogno. Noi siamo predatori solitari, questo mi aveva insegnato il poco tempo trascorso con Esteban. Non avevamo bisogno della reciproca compagnia, non per lungo tempo almeno. Non come lo intendono i mortali. Dopotutto eravamo e siamo assassini, della peggior specie. Dei peccatori che camminano per le strade servendosi del vantaggio che davano le tenebre. Quando parlai la mia voce fu un sussurro appena udibile. La gola bruciava e si graffiava per lo sforzo.

“Grazie… Per avermi riportato alla vita…”

Lui sorrise. Non si era ancora abituato al nostro mondo e si stupiva per quello che ancora non riusciva a comprendere.

“Se mi dai del tempo ti porterò qualcuno da cui poterti nutrire…” disse. Oh che voce melodica aveva. Sembrava che accarezzasse la pelle da quanto era dolce. “Qui sarai al sicuro nessuno ti troverà e ti disturberà, per cui riposati.”

In risposta riversai nella sua mente un unico pensiero. Fame! E non potevo attendere, non oltre.

Ebbe soltanto il tempo di voltarsi.

Le mie mani lo afferrarono per la spalla mentre il mio busto si sollevava in un moto di urgenza. Paura. Terrore folle. Quando gli lacerai la carne del collo non lo feci nella solita dolce maniera. Non ne avevo il tempo ne la lucidità mentale. Il fiotto di sangue che mi riempì la bocca era fuoco ardente che scendeva fino in fondo alle mie viscere. Che dolcezza infinita. Per quanto fosse stato giovane aveva dovuto uccidere ogni notte. E il peggio era che aveva cacciato a caso, nessuna educazione, nessun senso a quel loro nutrimento. Un assassino di innocenti.

E quella innocenza rubata era ambrosia che sfiorava il mio palato e ridava vita al mio cuore. Le mie braccia erano serrate al suo busto mentre la sua vita riaccendeva ogni cellula del mio corpo fino a sfiorarmi l’anima. Quando anche l’ultima goccia del suo sangue toccò la mia lingua la sete che sentivo nel profondo si placò istantaneamente. Il povero ragazzo si accasciò lentamente al divano privo di vita.

Un’energia nuova ed elettrizzante mi invase, oltre alla sua vitae avevo anche bevuto i suoi ricordi e le sue esperienze. Sazia e di nuovo piena della forza necessaria a tornare la predatrice che ero stata un tempo, lasciai cadere le membra inermi del violinista senza dargli alcuna attenzione. Le voci si erano acquietate e lentamente stavo riprendendo il controllo di tutto quello che mi circondava. Ora potevo tornare a camminare tra i mortali. Finalmente. E una notte prima o poi avrei ottenuto la mia vendetta su quell’ hijo de puta.

Quel poco che avevo visto dai ricordi del ragazzo mi aveva restituito la voglia di vivere e non volevo perdere un solo istante solo per andare a caccia di Esteban. Avevo già perso fin troppo  nel secolo precedente. Ed ero stanca. Questa era una nuova vita.

Una nuova leggenda da far nascere.

Il nuovo secolo

Posted in Incontri immortali, Pensieri perduti, Torpore on maggio 18, 2012 by Reyko

… Un sonno eterno e languido si insinuò nella mia mente, da prima l’immobilità mi colse, poi i pensieri divennero una macchia indistinta. Sentivo i rumori degli esseri viventi che camminavano al di la del cancello, ma non me ne preoccupavo. Non potevano capire che scivolavo via via sempre più nella vulnerabilità. Per loro non esistevo, come non esistevano più tutti coloro che avevo conosciuto. 

E lentamente i pensieri di vendetta e di ira nei Suoi confronti andarono via via scemando. I secoli erano passati senza che nemmeno mi accorgessi di quello che succedeva intorno a me. Rifuggivo la compagnia di altri immortali, e non ne cercavo di altri. Anche per loro ero un ombra che si fermava per qualche attimo nella loro non vita e che poi, passava oltre, come se nulla le importasse… Quello che mi era stato tolto non potevo più riaverlo nemmeno con la Sua morte.

Forse una notte, in un futuro lontano, si accorgerà del male arrecato, forse, una notte, anche Lui avrebbe sperimentato l’abbandono di un’anima che aveva amato nel profondo… Forse, una notte, ci saremmo incontrati di nuovo, e guardatomi in volto avrebbe capito.

Poi tutto fu buio. 

La magia data dal sangue che muoveva il mio corpo svanì.

Un suono.

Poi un altro.

Delle voci, arrivavano distanti, come in un sogno in bilico tra la realtà e la fantasia, immagini distorte si affacciavano alla mia mente, sempre più veloci, sempre più caotiche. Tutto mi investiva, e procurava dolore, sentivo la sete crescere sempre di più, mi divorava. E come spesso succede, lo spirito di sopravvivenza ebbe la meglio sulla volontà di avere un briciolo di pace.

Poi una melodia assordante mi raggiunse…

“New blood join this earth

and quickly he’s subdued

Through constant pain digrace

The young boy learns their rules

With time the child draw in

This whipping boy done wrong

Deprived of all his thoughts

The young man struggles on and on”

Poi tutto ritornò ad essere un insieme di suoni assordanti. L’odore di sangue delle creature notturne riecheggiava nel mio cervello, come se fosse il preludio di un’infinita pazzia. Un pozzo oscuro, il cui fondo non si riusciva a scorgere.

Dovetti fare uno sforzo per riuscire a comprendere quanto tempo era passato, cosa era successo. Con il sangue di quelle piccole creaturine riuscì ad emergere, respirando per la prima volta dopo chissà quanto tempo aria fresca. Restai notti intere ad ascoltare e ad apprendere, cacciando piccoli animali che si avventuravano nel giardino di casa, appena sufficienti da permettermi di pensare. 

Non c’era più nulla. Soltanto la solitudine che aveva contraddistinto gli ultimi anni alla ricerca di Esteban, perfino il cacciatore a cui si era rivolto era morto da moltissimo tempo… Nessuno conosceva il mio nome, o la mia storia. Nessuno che si ricordasse di Camila. 

Tuttavia altri della mia razza dovevano essere nelle vicinanze. Li sentivo, erano distanti, eppure camminavano per le strade della città. Ignari di tutto…

Quella mia caccia di era rivelata inutile, ora lo sapevo. E ora dovevo trovare qualcuno che mi aiutasse a comprendere questo mondo, un vampiro… Non sarebbe stato facile, la diffidenza e il potere erano le nostre peggiori amicizie. Ma era l’unico modo per ritornare ad essere ciò che ero un tempo. Prima di Camila, prima di Esteban Del Gado… Prima di tutto. 

Sentivo dei pensieri arrivare da un locale non molto distante. Chiusi gli occhi per capire meglio, era un luogo immerso nella penombra, e una fitta nebbia dovuta al fumo di svariate sigarette. Chi arrivava in quel locale era troppo afflitto dai suoi problemi, come se quel luogo fosse una sorta di limbo nel qualche scontare la propria pena, davanti a un pubblico a malapena consapevole, e al quale poco interessava guardarti in volto.

Era li, seduto ad un tavolo, lo sguardo fisso su una delle poche luci. Gli inviai un messaggio silenzioso, nella speranza che riuscisse a interpretarlo. Inizialmente ottenni soltanto il risultato di scuoterlo da quel torpore, dovetti insistere molte volte per riuscire ad attirare la sua attenzione. 

Finalmente dopo qualche istante decise di raccogliere la giacca in pelle e un astuccio contenente un violino e di dirigersi verso l’uscita secondaria del Virgilio. Quel giovane aveva qualcosa di vagamente familiare, sebbene fosse stato iniziato di recente al nostro mondo, avevo come la sensazione di averlo già incontrato altrove… Non percepì domande da lui, se non un’iniziale curiosità, era come se conoscesse il mio nome, ma ovviamente, ciò era impossibile.

Ero rimasta fuori troppo a lungo dal mondo immortale, e chissà come si era sviluppato in questo nuovo e strano secolo. 

 

Il Nuovo Mondo

Posted in Caccia, Vendetta, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Decisi di imbarcarmi, stanca del Vecchio modo di vivere, del passato che si presentava sempre alla mia porta bussando incessantemente.

La notte prima di partire andai a visitare la tomba che tempo addietro Suo fratello aveva fatto erigere pensando che fosse morta. La lapide era trascurata, erano anni che nessuno la visitava.

La riputì dalle erbacce e vi misi un mazzo di fiori freschi.

Sfiorai il nome inciso sopra la pietra, come a darLe l’ultimo saluto, promettendoLe che nessuno avrebbe mai preso il Suo posto nel mio cuore dannato.

Mi sfuggì una lacrima rosso sangue che si depositò per l’eternità sulla tomba, segnando il mio passaggio, il mio cordoglio.

Da lì a un’ora mi imbarcai, lasciandomi tutto alle spalle, portando con me solo il Suo ricordo e la Mia Vendetta.

Il viaggio durò poco più di unmese, tempo che passai per conto mio chiusa nella cabina che mi avevano assegnato, sapevo che una volta sbarcata non avrei più avuto alcuna possibilità di seguire le Sue tracce. Ma non mi importava, con le Sue azioni aveva segnato il Suo destino e il mio.

Quando arrivammo, scesi per ultima, a causa della lunga astinenza da sangue il mio volto era diventato orribile da guardare, un cadavere in via di putrefazione che camminava tra i vivi.

Gli odori del porto mi investirono con una tale violenza da farmi barcollare per un istante. Dovetti fermarmi per riprendere fiato, aria di cui non avevo necessità. L’odore del sangue umano si mischiava a quello di morte, non sarei andata molto lontano senza nutrirmi, quindi mi nascosi in un vicolo senza attirare l’attenzione di nessuno, in cerca di un’anima sporca e peccatrice. Sorprendentemente la zona ne era satura, e non mi fu difficile ritrovare la lucidità e con essa la compostezza che mi distingueva.

Divenni uno spettatore silente dei locali malfamati del porto, cercando Sue tracce nelle menti delle persone.

Passarono mesi in cui mi limitai a riposare di giorno in un angusto scantinato vuoto, con solo la mia bara come arredo. Avevo venduto tutti i miei vestiti, per alleggerire il fardello che mi portavo sulle spalle, vivevo l’attimo senza pormi domande o farmi progetti.

Mi nutrivo avidamente come le prime notti, elargendo morte ai malcapitati che mi attraversavano il cammino.

Avevo sporadiche visioni della Sua presenza, una traccia appena tangibile del Suo passaggio, ma mai nulla di concreto.

Alla fine mi arresi, comprai una piccola casa nei pressi del cimitero di Copp’s Hill Burying Ground, dove tante anime ora riposavano dopo aver perso la vita in combattimento… Come Lei.

Sbarrai le porte e le finestre di modo che nessuno potese entrare, e lentamente scivolai in un sonno semi eterno, senza sogni. Uno stato di torpore a cui mi lasciai andare senza opporre resistenza.

Persi il contatto con il mondo esterno.

Persi la voglia di vivere.

L’inizio della cerca

Posted in Mortali, Vendetta on novembre 16, 2011 by Reyko

… Avevo perso il contatto con la realtà e il tempo che mi circondava. Le persone intorno a me lasciavano il passo alle generazioni future, i paesaggi delle città diventavano più aspri, ricchi di alti e ricchi palazzi e di fabbriche che emettevano fumo incessantemente… Tutto mutava, eccetto io e il mio desiderio di vendetta.

Arrivata a Toledo andai a controllare la casa che avevo comprato con Camila, quella in cui avevo offerto rifugio a quell’Hijo de Puta, il luogo sicuro che gli avevo lasciato affinchè non si sentisse abbandonato…

Vuota.

Abbandonata da molto tempo, il suo odore era sparito da tempo, e io non potevo arrivare a lui direttamente, dovevo trovare tracce del suo passaggio dalle menti altrui.

Entrai.

I miei passi rieccheggiavano nelle stanze vuote, diedi uno sguardo veloce ai mobili coperti da lunghi teli bianchi, almeno aveva avuto la decenza di lasciare li tutti i miei averi. Poi il mio sguardo si posò su quel camino che aveva fatto da sfondo a tante notti, al tempo in cui tutti e tre vivevamo insieme… E il passato mi assalì come una raffica di vento gelido, il suono della voce di Camila, la figura di Esteban seduto accanto a lei a farle compagnia… La mia felicità nel vedere quanto si volessero bene entrambi.

Maledizione.

I mesi che seguirono li passai a perlustrare le strade della città, come un segugio in cerca della sua preda, senza però ottenere alcun risultato, sembrava essersi dileguato.

Poi lo vidi, una figura sbiadita nella mente di una puttana. Si stava vantando con una collega del miglior amplesso mai avuto in vita sua, e il volto di Esteban era spuntato fuori in un turbinio di sete poco pregiate. Quanto squallore in quella visione, era tutto così terribilmente sbagliato. Diceva che l’aveva lasciata qualche mese prima, una notte di punto e in bianco. Ma le aveva lasciato un regalo molto prezioso con cui si era pagata i suoi vizi e una casa tutta sua. Nella sua mente si stagliò l’immagine della spilla a forma di libellula che gli avevo donato prima di andarmene. Alla fine però aveva chiesto in giro ad un suo amico marinaio e aveva scoperto che il fusto con cui era stata si era imbarcato su una nave poco raccomandabile diretta nel Nuovo Mondo.

La rabbia montò come una furia.

Come può un infante sputare sull’eredità che gli aveva lasciato la propria Sire in un modo così squallido e senza ritegno…?

Ma se quello che la donna aveva detto era vero avevo ancor meno speranze di trovarlo. Già il Vecchio Continente era abbastanza ampio da rendere la cerca lunga, se dovevo muovermi oltre oceano ci avrei messo decenni interi… Tuttavia avevo un modo per poterlo rintracciare, il vizio per le belle donne e per il sesso non lo aveva perso, e questa sua ossessione gli sarebbe costata cara… Certo chissà quali altri vizi era riuscito a concepire con la mente malata che si ritrovava, potevo soltanto seguirlo in America.

Se avevo abbastanza fortuna era riuscito a importunare donne della nostra razza, e allora tutto sarebbe stato più semplice. Dopotutto ero più scaltra di lui, e sicuramente avevo più coraggio, non avevo certo chiamato una stramba organizzazione, avrebbe avuto alle costole il peggior Cacciatore sulla terra…

Continua…

Umanità infranta da un infante

Posted in Cacciatori, Mortali, Vendetta on novembre 16, 2011 by Reyko

… Un urlo straziante proveniva da dietro le mie spalle.

Un urlo carico di rabbia.

Keishi era al mio fianco, inginocchiato, la sua mano che sfiorava i capelli di Camila, il suo volto rigato dalle lacrime era deformato dall’odio, osservò l’uomo che stava di fronte a noi con un’ira tale da permeare l’aria, il cacciatore fece un passo indietro… Alzai lo sguardo per vedere il suo volto, il suo terrore. Stava scuotendo la testa, gli occhi sbarrati sul corpo di Camila.

“E’ colpa tua vecchia megera! Se lei non si fosse avvicinata a te così tanto sarebbe ancora viva, avrebbe avuto un futuro felice… E invece guarda! Guarda è morta per colpa tua, per il tuo egoismo nel tenerla vicina. Ora pagherai…” La sua voce era un urlo isterico. Mentre parlava non potevo fare a meno di pensare che quest’uomo mi conosceva, sapeva come avevo incontrato Camila, era sua premura che lei restasse viva dopo in nostro incontro, ma ero sicura di non averlo mai incontrato sul mio cammino a Toledo, o in qualsiasi altra città visitata durante il nostro viaggio…

“Chi ti ha mandato a cercarmi? Sono stanca delle tue parole, dici che Lei non doveva morire, eppure è la prima volta che ci incontriamo, chi sei?” Ero in piedi ora di fronte a lui, una figura sottile che lo minacciava.

“Non lo ripeterò un’altra volta, se non vuoi parlare lo farà la tua mente…” E dicendo ciò allungai le braccia verso di lui, afferrandogli la testa con le mani, tenedola stretta e osservando con gli occhi i suoi ricordi. Il suo sguardo era terrore puro.

Erano immagini sfuocate, che passavano veloci, una dietro l’altra. Poi d’un trato lo lasciai andare, entrambi barcollammo. Poi una figura si fermò nei suoi pensieri, nitida come il sole, e restai di sasso. Lo guardai incredula, incapace di emettere alcun genere di suono, mentre lui mi osservava con occhi pieni d’odio e schifato per la mia natura…

Il silenzio ci aveva avvolto sotto una pesante coperta, il tempo fuori si era fermato. Dopo qualche istante parlai…

“Tu… Tu… Sei un Cacciatore, mi hai seguita dopo che il tuo compare aveva perso le mie tracce in quel dannato paese… Non può essere… Non conosci l’uomo che ti ha commissionato questa crociata, hai solo accettato per i soldi che ti venivano dati…” La sua immagine continuava a torturarmi, come se qualcuno mi avesse pugnalato al cuore.

“Odi così tanto la mia razza che non ti sei nemmeno chiesto chi fosse costui…” Mentre dicevo ciò Keishi si era rialzato, appoggiando dolcemente il corpo inerme di Camila. E quando si scagliò verso il Cacciatore con un impeto dettato dalla furia che non riuscì a fermarlo. gli si avventò addosso colpendolo con i pugni e con i calci, quella lotta fuoriosa e disperata li aveva fatti cadere entrambi, poi sentì un colpo che attraversò il silenzio della notte. Qualche istante più tardi il corpo di Keishi era rimasto a terra privo di vita. il Cacciatore si rialzò con fatica.

“Che anche quest’anima sia sulla tua coscienza.”

“Tu non sai nemmeno di cosa stai parlando, sei accecato dall’odio, come chi ti ha pagato lo era dal risentimento. Se eri un vero Cacciatore di Vampiri avresti dovuto fermarti a riflettere, come faceva a conoscere tutto di me, ogni minimo particolare…”

“Non mi interessa! Tu sei un abominio! Un mostro che deve soltanto finire all’inferno!”

“Oh, ma io all’inferno ci sono già… E tu avresti dovuto uccidere colui che ti ha dato quella sacca di denaro sporco di sangue, perchè anche lui era un abominio, come lo sono io…”

Queste parole subirono l’effetto che desideravo, vidi nei suoi occhi un’incredulità che si tramutava in terrore. Poi sorrise…

“Allora prima finirò il lavoro qui con te, poi tornerò per ucciderlo personalmente… Così che…”

Non gli diedi il tempo di finire la frase, mi avventai su di lui e prima spezzai l’osso del collo gli dissi…

“Oh ti sbagli mio caro, non ti permetterò di tornare da lui, ne tanto meno ti posso dare la possibilità di ucciderlo, perchè vedi lo farò io con queste mani… Gli ho dato tutto, l’ho salvato e ora lui mi ripaga così meschinamente… Quell’Hijo de Puta pagherà per la morte di Camila e di Keishi!” Il colpo che ricevette fu così violento che la testa si staccò dal corpo con un sonoro schiocco, poi le sue membra caddero privi di vita…

Il mio stesso infante… Come aveva osato, gli avevo dato tutto, avevo cercato di essere un buon Sire, una guida da seguire…

Ora sapevo perchè il Cacciatore era rimasto impietrito dalla morte di Camila… Lui voleva me, perchè lo avevo abbandonato? Perchè non lo avevo portato con me? Tuttavia amava Camila, seppur a modo suo e a lei non avrebbe fatto alcun male…

Avevo così tante domande da fargli non poteva pensare di cavarsela così facilmente… Voleva me? Beh il suo desiderio era stato ascoltato perchè era quello che avrebbe avuto!

Presi la collana che Camila teneva appesa al collo e l’anello di Keishi, poi uscì da quella casa, lasciandomi alle spalle un’altra scia di morte mentre appiccavo il fuoco per bruciare ogni traccia di quello che era accaduto. Nessuno doveva sapere, nessuno.

Poi tornai dal piccolo Eisen, lo affidai ai genitori di Keishi, inventando una storia abbastanza credibile su un incidente in cui Camila e il marito erano morti, e che ora il piccolo aveva bisogno di un posto dove stare che fosse sicuro…

Quella notte stessa lasciai il Giappone, dove per la seconda volta era morta la mia umanità, e non feci più ritorno.

Reputavo il mio infante astuto, sapevo che se ne era andato da Toledo, ma dovevo partire da li per seguire le sue tracce.

Questa volta sarebbe stato lui ad avere un Cacciatore alle calcagna, e quel Cacciatore ero io, Esteban del Gado non se la sarebbe cavata questa volta, non così facilmente…

Continua…

Una vita nasce… Un’altra muore…

Posted in Cacciatori, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Non appena sbarcammo l’odore salmastro del mare si confuse con quello degli alberi sakura in fiore. Erano le ore che precedevano l’alba, quando tutto il paesaggio viene avvolto da una fitta coltre di bruma, rendendolo più simile a un sogno che alla realtà, Camila si guardava intorno, il suo sguardo brillava di stupore e gioia.

Era passato più di un secolo, e il mio amato paese, come tutto, era mutato, ora si poteva scorgere l’artiglio dell’occidente sulle nostre strade. Una profonda malinconia mi colse, avevo sperato di ritrovare le piccole cose che tanto amavo intatte, invece tutto ormai era cambiato… Tutto tranne io.

Camminammo per le strade di Matsue, il cinguettio degli uccelli accompagnava i nostri passi per le strette vie secondarie, in cerca di una casa da tè nella quale riposare.

Quando finalmente la trovammo, mi preoccupai di contrattare con la direttrice del nostro soggiorno, mentre Camila sistemava le nostre cose nella piccola stanza che ci era stata assegnata. Le porte scorrevoli in carta di riso, i profumi del tè, della cucina e del cerone bianco si mescolavano in una fragranza unica che non si poteva dimenticare, inspirai profondamente a occhi chiusi, mentre venivo investita dai ricordi di una vita passata… Ma il sorgere del sole era ormai prossimo e ben presto caddi in quello strano sonno più simile alla morte, mentre le immagini del mio passato continuavano a torturarmi, e per quanto fosse eccitata di trovarsi in un posto per lei magico anche Camila si addormentò subito…

Sapevo di essere a casa e al sicuro.

“Reyko…”

“Reyko, svegliati..”

Era la voce di Camila che mi riportava alla realtà, mentre il volto di Hoshiko si attardava a sparire… Chissà se era rimasto in Giappone, oppure se anche lui aveva deciso di perdersi per il mondo… Chissà quanto immortali aveva conosciuto e con i quali si era intrattenuto… Ma la voce di Camila insisteva, e così con grande sforzo ripresi coscienza di me e del mondo che mi circondava.

“Guarda Señora, guarda fuori, quante luci… E quanta gente…” Camila era affacciata alla finestra che dava sul giardino, e osservava a bocca aperta il fiume di gente che si apprestava a passare una serata tranquilla al di fuori del lavoro.

Non potei fare a meno di sorridere con il cuore più leggero vedendo la sua gioia.

“Vieni niña prepariamoci per uscire, abbiamo tutto il diritto di divertirci anche io oggi…” Così dicendo le porsi un kimono dal motivo floreale color pastello, l’aiutai a vestirsi, come si fa con una figlia ancora inesperta. Quando vide la sua immagine riflessa allo specchio, per un istante tutto venne cancellato, gli attacchi, le violenze… Toledo… Tutto.

Uscimmo per le strade di quel paese, l’accompagnai a mangiare in un chiosco di ramen e in seguito le feci da guida per le strade, indicandole i nomi in giapponese, e spiegandole tutto quello che doveva sapere per vivere in quel posto meraviglioso, sospeso tra passato e presente.

Passammo le due settimane seguenti a Matsue, come se dovessimo abituarci ai ritmi della città, così diversa da quelli che avevo imparato ad avere a Toledo. I giorni trascorrevano indisturbati e tranquilli, l’aria che respiravo mi parlava della vita che avevo lasciato, appresi dai ricordi della gente quello che era successo, la guerra civile che aveva investito le nostre usanze con la prepotenza dell’Occidente… Il dolore e la decandenza che il mio popolo era stato costretto a subire… Eppure nessuno si era perso d’animo, avevano lottato a denti stretti, per la loro identità, e questo mi fece sprofondare in un turbine di vergogna… Io ero scappata, per salvarmi la vita, egoisticamente, senza preoccuparmi delle persone che mi lasciavo alle spalle, in una scia di morte.

Ma ero rincuorata dalla vista del volto di Camila, che mano a mano perdeva il pallore degli ultimi tempi, per tornare a essere raggiante, e pieno di speranza… Lei era la mia umanità che sbocciava dopo più di un secolo…

E così partimmo verso la nostra meta finale, dove avremo avuto una residenza stabile. Kyoto

Comprai una casa in legno nel tipico stile antico giapponese, mentre Camila si preoccupava di arredarla secondo il suo gusto e le nostre necessità.

Quando si è felici il tempo trascorre veloce, e spesso non si ha il tempo di soffermarsi sulle cose belle… Così accadde anche per noi in quel periodo… Camila era ormai diventata una donna adulta e indipendente, ammirata e adulata dagli uomini della sua età. Ben presto avrebbe dovuto iniziare a camminare lontano da me per costruire la sua vita, ma quando intraprendevo questo discorso Lei si arrabbiava terribilmente mettendo il broncio, dicendo che non aveva bisogno d’altro se non prendersi cura di me… Io le dicevo che si sbagliava, che presto avrebbe cambiato idea…

Ben presto infatti iniziò ad accettare il corteggiamento di un suo coetaneo di nome Keishi, facendo sempre più tardi la sera e uscendo sempre più spesso. Non potevo che essere felice per lei, lei che avrebbe avuto quello che io non avrei mai potuto avere… Una famiglia. Quando nacque Eisen fece in modo che io fossi presente, aiutandola a darlo alla luce. A tutti mi presentò come la zia Reyko, e tutti accettarono di buon grado la mia presenza nella loro vita, sebbene fossero ignari della mia natura.

Era il culmine della felicità, di tutti… E tutti avevamo la guardia abbassata, io compresa…

Non dimenticherò mai quella notte. La notte in cui Camila non tornò a casa, mentre Eisen richiamava a gran voce la presenza della madre, la notte in cui la tempesta imperversava sulla nostra casa come se volesse sradicarla… La notte in cui percepì di nuovo un senso di impotenza. La notte in cui sentì il suo grido disperato.

“Io vado a cercarla, deve esserle successo qualcosa, non posso più stare qui a far niente…” disse Keishi, in un impeto di disperazione.

“E da dove pensi di iniziare? Lascia che me ne occupi io, tu pensa a Eisen, ragiona per un momento.” Fu la mia risposta, ma lui continuò… “E fare così la figura di chi non si sa prendere cura di sua moglie suo figlio… No, non esiste, vengo con te!”

“Ah, al diavolo. Vieni, ma non intralciarmi… Eisen sarà più al sicuro qui.”

Lasciammo il piccolo in lacrime tra le braccia di una badante, mentre io e Keishi ci catapultammo in strada in cerca di Camila.

Era come un incubo che si ripeteva di nuovo… In cerca di nuovo del mio tesoro.

Cercai ogni traccia di lei nei pensieri delle persone, cercai la sua mente… Ma dovemmo allontanarci di molto per trovare qualcosa. Keishi era esausto alle mie spalle, ma non voleva arrendersi, e l’unica cosa che gli dava la forza di andare avanti era l’amore che provava per lei… Un’amore che era più simile alla disperazione.

Poi ad un certo punto mi fermai di colpo, avevo già sentito quell’impronta. Una mente calcolatrice, fredda, il respiro misurato, così come il battito del cuore. Scrutai nella sua mente, e sebbene fosse disciplinata e difficile da piegare, riuscì a capire chi fosse… E cosa volesse…

Un cacciatore, e voleva la mia morte, era disposto a tutto pur di avermi, provava un odio tale che non potei far altro che comprenderlo… Ma non potevo perdonarlo per aver preso Camila.

Entrai a passi lenti e regolari nella casa in cui si nascondeva, senza celargli la mia presenza.

Lui era seduto in salotto, ai suoi piedi c’era un fagotto che respirava pesantemente, e scorsi i capelli della mia amata Camila, fortunatamente per lui non l’aveva picchiata, ma drogata.

“Cerchiamo di non perdere la calma e di fare cose di cui ci pentiremo daccordo?” Gli dissi mentre mi avvicinavo sempre di più.

Lui scosse la testa. “Stai indietro, e non ti azzardare a fare i tuoi trucchetti mentali con me, so di cosa sei capace e non riuscirai a infinocchiarmi!” Quanta spavalderia nella sua voce, non teme nulla, nemmeno la morte… “Cercavi me, giusto? Eccomi, lascia andare lei, non ti serve…” La mia voce era un sussurro.

“Non è così che funziona, ora non sei più tu a dettare le regole.”

“Ah no, e chi sarebbe allora?” Lo incalzai. “Mi dispiace Bambola di Porcellana, non ho alcuna intenzione di dirti niente… Tu devi solo morire, e così tutti loro che sono stati contaminati da te e dal tuo sangue…”

Mi voltai versi Keishi che era rimasto qualche passo dietro di me. “Keishi san, esci da qui e aspetta fuori.”

“Non ci penso nemmeno, cosa sta succedendo qui?” Chiese lui. “Non è l’ora di fare domande, fai come ti dico, esci!”

L’uomo approfittò della mia distrazione, alzò la mano che impugnava la pistola, io mi voltai appena in tempo per vedere che premeva il grilletto, e poi qualcosa di rosso macchiò il mio volto…

Camila era in piedi davanti a me, mi osservava, gli occhi erano lucidi e il suo volto sereno, sorrideva, mentre dalla sua bocca un rivolo di sangue usciva lentamente. “Avevi ragione Señora” disse in spagnolo, poi si accasciò al suolo. Io la presi tra le braccia, cullandola come avevo fatto tempo addietro, cercando il suo battito e la sua mente… Prenditi cura di Eisen. Poi più nulla…

La mia umanità era morta.

Continua…

La fine di un incubo, l’inizio di un inferno

Posted in Cacciatori, Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Corsi per ore alla ricerca di quel luogo celato tra i resti di quello che un tempo era stato un villaggio, cercai una sua traccia, un pensiero… Ma nulla… Poi d’un tratto, quando ormai avevo perso ogni speranza, dicendomi di aver seguito un’illusione, lo percepì, era appena un sussurro, la supplica di una mente stanca e priva di difese.

Sfondai la porta dalla quale proveniva quel pensiero, scesi i restanti gradini in legno di quella che un tempo era una scala, e li la trovai.

Era in ginocchio, incatenata alla parete di pietre grezze, il capo chino e i vestti laceri, lentamente mi avvicinai a quello che restava di lei, e per un momento temetti di averla persa per sempre, poi sentì un battito fievole del suo cuore, mi chinai verso di lei e le sollevai delicatamente il volto. I capelli sporchi di sangue e macerie rivelarono un viso pallido e lacrime di terrore.

“Ci sono qui io ora niña, nessuno ti farà più del male” Le sussurrai appena, ma lei aprì gli occhi e mi guardò piangendo. Le slegai i polsi e le caviglie, la sollevai da terra senza alcuna fatica. “Andiamocene via, torniamo a casa…” Le bacia la fronte e mi apprestai ad uscire da quell’inferno, ma due figure mi sbarravano la strada, feci appena in tempo a riadagiare Camila a terra, che quando mi voltai per affrontarli mi ritrovai improvvisamente incapace di muovere un qualsiasi mio muscolo, potevo solo guardare dritto davanti a me, in quegli occhi che apparvero dal nulla. Lo sguardo di Anhita sprigionava un tale potere da tenere imbrigliata la mia volontà di reagire.

Vidi il pugno di Kajal arrivare, ma non potevo evitarlo. La forza con cui mi colpì era superiore a quella di un comune umano, e anche a quella di molti altri della nostra razza. Continuò a colpire fino a quando ne ebbe forza, poi stanco e con un sorriso perverso sul volto mi guardò e mi disse: “Non andrai da nessuna parte ora, tu e la tua bella umana resterete qui e servirete in tutto e per tutto Lord Emil.” Soddisfatto di non ricevere alcuna mia controrisposta ricominciò con il colpirmi, ma questa volta con maggior violenza, i suoi colpi erano come artigli che penetravano nella mia carne, e non riuscivo a rigenerarli come quelli precedenti, sapevo che se sarebbe andato avanti ancora a lungo ben presto mi avrebbe portato fino allo stato di incoscienza, dovevo reagire, non tanto per me, ma dovevo salvarla, dovevo portarla via da li. Ogni colpo era un dolore tremendo, che però non faceva nient’altro che aumentare la mia rabbia.

“Kajal ora basta… I suoi occhi… Sta per perdere il controllo…” Sentì le parole pronunciate da Anhita ma non vi badai, ero troppo infuriata per non poter reagire a tutto ciò.

Non ricordo lucidamente quello che successe dopo, sono solo frammenti di immagine, ricordo la paura che vidi sul volto di Kajal quando parai uno dei suoi colpi. Il terrore che aveva guardando il suo braccio che veniva spezzato, il suo urlo di dolore quando in preda alla furia mi avventai su di lui per cibarmene.

Anhita era rimasta inerme, sorpresa della mia collera e terrorizzata da quello che il fratello stava subendo, lei non avrebbe potuto fermarmi, voleva scappare e salvarsi almeno lei per denunciare la cosa e trovare rifugio presso il suo Padrone e Protettore. Quando di Kajal non rimase nient’altro che cenere mi avventai su di lei, le strappai gli occhi affinché non potesse più usare il suo potere contro di me e per la seconda volta nella mia vita diedi sfogo a tutta la rabbia che avevo accumulato in secoli di solitudine… Non mi accorsi nemmeno di essere andata oltre e averle donato la morte ultima, ma questo lo avrei appreso soltanto in seguito, quando la mia mente tornò lucida.

Restai per alcuni minuti ferma ad osservare i pochi resti di quei due demoni, recuperando via via la ragione, mi voltai quindi verso Camila, la presi in braccio e la portai fuori all’aria aperta. Aveva bisogno di cure e al più presto, non soltanto l’avevano percossa, ma si erano anche cibati di lei, fino quasi a darle la morte. Non potevo portarla in ospedale, avrebbero fatto troppe domande, e poi dovevo allontanarmi in fretta da quel posto, sicuramente altri della corte di Emil mi avrebbero dato la caccia per aver ucciso i suoi due infanti.

Per sicurezza mi allontanai di qualche miglio, restando al limitare della foresta che pullulava di strane presenze… Per quella notte avevo avuto abbastanza azione, e dovevo occuparmi di Camila prima che morisse.

Versai del sangue sulle ferite più profonde di modo che smettessero di sanguinare. Ma non era sufficiente, aveva perso troppo sangue, così mi recisi un polso e le feci bere qualche goccia del mio sangue.

Attesi qualche ora prima che il suo battito tornasse ad essere regolare sebbene ancora fievole. Dopo di che la presi di nuovo tra le mie braccia e mi allontanai ancora un po’ per essere sicura che nessuno degli scagnozzi di Emil seguissero le nostre tracce. Ero troppo preoccupata e euforica per il combattimento per rendermi conto che qualcuno da lontano aveva osservato tutto e che lentamente stava ritornando in città.

Pagai un passaggio per raggiungere la città più vicina dalla quale poi avremmo potuto prendere il treno che ci avrebbe portato sulla costa. Una volta arrivati comprai del cibo per Camila, e presi una stanza in una taverna, inducendo la povera locandiera a non disturbarci per tutto il giorno successivo lasciandole denaro a sufficienza per vivere un mese senza dover lavorare. La donna accettò senza fare nemmeno domande, chiuse le imposte della taverna e ci lasciò riposare. Sistemai Camila sul letto, rimboccandole le coperte e lasciando un vassoio con del latte e del pane sul comodino. Nel frattempo l’aurora stava per annunciare l’arrivo di un nuovo giorno e io dovetti sistemare le imposte alle finestre affinché nessun raggio del sole potesse penetrare nella stanza, e mi apprestai a riposare sotto il letto. Chiusi gli occhi e lasciai che la pace si impossessasse di ogni mio muscolo. Fu in quel momento che appresi cosa avevo realmente fatto a quei due poveri sventurati, ne avevo assorbito non soltanto il sangue, ma anche la loro anima, sentivo il loro potere scorrere nelle mie vene, nella mia mente… Poi l’oblio del sonno mi colse e tutto divenne buio e silenzioso.

Tutum.. Tutum.. Il battito di un cuore che si faceva via via più forte e stabile mi svegliò, uscì da quella specie di rifugio e vidi il volto della mia dolce Camila che mi stava sorridendo, aveva ordinato una cena per due persone, di cui aveva già dato fondo per buona parte. Le mie ferite non si erano rimarginate ancora del tutto, avevo artigliate sparse per tutto il corpo, e ci avrei messo parecchio tempo prima di tornare come prima. Ma lei mi guardò con una preoccupazione che cresceva di minuto in minuto. “Non ti preoccupare.” Le dissi coprendo le ferite, “non è niente di grave, guariranno. Pensa piuttosto a mangiare e a recuperare le forze, abbiamo un viaggio da completare” Mi sorrise, ma nel suo sguardo qualcosa era cambiato, ora sapeva più che mai che cosa voleva dire restare al fianco di un immortale, sentiva la sua fragilità e la sua impotenza, e mi sentì terribilmente in colpa per tutto quello che aveva passato… Mi ripromisi che avrei fatto di tutto per proteggerla ed evitarle un ulteriore dolore. Ma sapevo in cuor mio che c’era un’unica soluzione per evitare tutto questo, ma che non avrei mai potuto farlo a lei.

Passarono alcuni giorni nei quali restammo chiuse in quella stanza, una volta giunte nel mio amato paese le avrei passato tutti i miei averi affinché potesse vivere degnamente senza dover temere la fame. Le avrei dato tutti gli agi possibili. Una settimana più tardi partimmo, prendendo di nuovo il treno che ci avrebbe portato fino al limitare di quel paese, poi da li prendemmo una carrozza che ci portò fino alla costa, e ci apprestammo a compiere l’ultima parte del nostro viaggio via mare.

Questa volta ci accontentammo di una semplice imbarcazione mercantile, restando nella nostra solitudine, mentre Camila recuperava man mano le forze, e io guarì le mie ultime ferite giusto in tempo per sbarcare al porto di Matsue.

Eravamo finalmente in Giappone, l’incubo in cui avevamo vissuto era passato da poco, e non sapevamo cosa ci stesse aspettando nella mia amata terra.

Continua…