Un lungo viaggio verso Varna

… O forse no.

Durante l’arco di tutta una vita i mortali si fissano degli obiettivi da raggiungere, desideri e sogni, molti dei quali non vedranno mai un raggio di sole. Per noi immortali è lo stesso. Erano passati tanti anni da quando lasciai le mie terre, troppe forse, e il desiderio di respirare ancora quell’aria, di essere circondata da giardini colmi di alberi di sakura era troppo forte, così tanto da rendermi cieca e imprudente…

Ma davanti a Camila ero inerme, per cui le dissi di si. Pianificammo tutto, un certificato medico attestava una malattia molto rara che non mi permetteva di espormi ai raggi del sole, e che, di conseguenza il mio alloggio in cabina doveva restare perennemente in ombra, e che Camila, in quanto mia accom si sarebbe occupata di qualsiasi mia necessità, nonchè della pulizia della mia stanza. L’unico timore che non osavo pronunciare era il prolungato digiuno, confidavo semplicemente nel mio forte autocontrollo.

Mentre io mi occupavo che la mia presenza passasse inosservata sul treno, Camila pensava a quale abiti e libri portare, si documentò sul tragitto e sulla vita durante il viaggio, studiò perfino alcune credenze dei luoghi che avremo visitato. Alcune notti poco dopo il mio risveglio la trovai appisolata su montagne di libri o sulla moltitudine di valigie che aveva deciso di portarsi dietro. Osservavo teneramente il suo respiro regolare mentre l’adagiavo dolcemente sul letto, e mi stupivo a pensare alla sua età, a quanto fosse cresciuta ormai, a come fosse diventata una giovane donna indipendente… E capivo dal suo gran da fare che non pensava saremmo tornate da questo viaggio…

Un viaggio di sola andata.

Non potevo fermare quello che avevamo cominciato ormai, ma solo in quel momento ne ebbi la piena consapevolezza.

Nulla si poteva fermare a questo punto.

Partimmo.

Il viaggio iniziò lento e calmo, ci mischiavamo nella folla dei passeggeri; la ricca Signora Orientale e la sua accompagnatrice. Non facemmo mai nulla per smentire le voci che circolavano sul nostro conto, la bella signora che era rimasta affascinata dalla giovane occidentale e che la voleva portare nella sua patria per godere della sua bellezza…

Insieme ridevamo di questi pettegolezzi, poi Camila fantasticava su come sarebbe stato vivere in Giappone, in una di quelle classiche casette di riso immerse in un giardino pieno di fiori di loto in un laghetto…

Io non potevo godere del paesaggio come Camila, e sapevo che ne rimaneva ogni giorno affascinata. Sapevo anche che faceva amicizia velocemente con gli altri viaggiatori, e che tutti le volevano bene.

Per mio conto facevo il meglio che potevo invece per restare il più lontano possibile dagli altri, leggendo i miei libri chiusa in un innaturale silenzio. Era l’unico modo per non cadere preda della sete.

Una volta arrivati a Giurgiu dovemmo prendere un traghetto per attraversare il Danubio e raggiungere così la tappa successiva del viaggio, Ruse, da dove sarebbe partito un altro treno diretto verso Varna. Tutto ciò fortunatamente avvenne nelle ore successive al tramonto, permettendoci di godere del fantastico paesaggio che il fiume prima, e i monti dopo regalavano agli occhi. L’aria in quella zona dell’Europa era carica di mistero, come se qualcosa fosse celata dalle ombre pronta a saltar fuori. Tuttavia non avenne nulla con mio grande sollievo, almeno fino quando non scendemmo a Varna…

Il digiuno mi aveva reso debole e iniziavano anche a vedersi i primi segni sul mio volto, dovevo solo tenermi lontano dai mortali in modo tale da non sentire il loro odore, ma mano a mano che passavano le notti l’aria del treno diventava sempre più satura dell’odore del sangue…

… Eravano a poche miglia dalla stazione di Varna quando il treno frenò bruscamente, una voce nell’interfono ci comunicava che c’era stato un piccolo guasto, ma che a breve saremo ripartiti per raggiungere la destinazione.

Furono lunghi attimi, in cui tutti i passeggeri si guardavano con aria ansiosa, cercando di trarre forza e coraggio dagli gli uni dagli altri.

Di contro, mentre tutti cercavano la vicinanza altrui, io mi dovetti allontanare, la paura diventava sempre più forte con il passare del tempo, impregnando il vagone di un profumo inebriante e invitante… Poi, di colpo il treno iniziò a muoversi, sempre più veloce, fino a quando il macchinista ne perse il controllo e deragliò in un’esplosione di suoni metallici sull’erba fredda.

Per un istante tutto fu immobile, silenzioso, poi ci furono dei singhiozzi sommessi, ai quali si aggiunsero dei pianti, e infine urla di dolore. Restai ferma per qualche secondo, consapevole di chi avevo intorno, cercando Camila con il pensiero, aveva riportato qualche graffio ma stava bene. Poi iniziai a guardarmi intorno, nel caos della caduta i passeggeri erano sparsi ovunque, e mano a mano che prendevo sempre di più consapevolezza per la disgrazia che ci aveva colpito, tutto divenne nero.

Qualcuno vicino a me era stato ferito gravemente da una lastra metallica, il suo sangue mi mandò letteralmente in estasi, e dopo tutte quelle settimane, non potei far altro che cibarmi di quel povero sventurato. Non ero più in me, non riuscivo a ragionare, sebbene sapessi che quello che stavo compiendo era contro ogni regola che fino a quel momento mi ero data, contro gli insegnamenti che avevo impartito ad Esteban… Contro tutto… Non potevo nulla, ero inerme, e più bevevo più avevo sete. Tutte le voci vennero azzitite dal suo battito, fino a quando l’ultimo non riecheggiò sordo nelle mie orecchie… Iniziai a piangere lacrime di sangue, sapevo cosa avevo fatto e che ormai, non potevo tornare indietro.

Improvvisamente un lampo bianco entrò nel mio campo visivo, mi afferrò per la spalla e mi trascinò lontano da tutto e da tutti…

Ricordo solo di aver sentito una tremenda botta dietro la nuca e una voce calma e dolce che sussurrava: “Non ora, e non qui sorella… Ci sarà tempo per il rimpianto.”

Poi, svenni.

Continua…

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