La congrega

Posted in Caccia, Cacciatori, Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Volevo urlare, la testa era colma di immagini caotiche e suoni assordanti, non riuscivo a riflettere, era successo tutto troppo in fretta, mi mancava persino l’aria di cui non avevo bisogno per respirare.

Panico.

Come avevo potuto perdere Camila in quel modo folle? Ero un immortale con una forza senza eguli eppure in quel momento mi mancò il coraggio di reagire.

Rabbia.

Avevo ucciso un’innocente, e lo avevo fatto senza pensarci, senza riuscire a fermarmi. Che fine aveva fatto il mio autocontrollo, la mia freddezza di sempre?

Dolore.

Volevo soltanto che le voci nella mia mente smettessero di urlare, volevo solo che le immagini smettessero di vorticare.

Uccidere.

Uccisi tutta la notte, non mi fermai nemmeno dopo aver placato la mia sete, davanti alla presenza di due estranei appartenenti alla mia stessa razza. Fui spietata con chiunque mi attraversasse il cammino, non curante di quello che pensavano quei due.

Andai a caccia con loro per le strade di quel paese dimenticato da tutti, erano assassini spietati assetati di sangue e cinici.

Non facevano distinzione tra innocenti e malfattori. Non avevano regole e vivevano solo per sopravvivere. Li guardai cibarsi, e pensai che forse avevo frainteso tutto, che forse il loro modo di vivere era quello giusto, o semplicemente quello più facile, nessun rimorso nessuna morale…

Poco prima dell’alba mi condussero nel loro nascondiglio, un campo sotterraneo pieno di cripte antiche. Scivolai in un sonno immoto.

Finalmente tutto era silenzio.

L’indomani scoprì che non erano gli unici in quel villaggio, ce n’erano molti altri, tutti come loro. Si incontravano in un campo nomade appena fuori dal centro abitato. Non curavano i loro abiti ne i loro modi verso i mortali, sebbene avessero una stretta etichetta nei confronti dei “governanti” di quelle terre.

Una sera mi condussero alla presenza di quello che loro chiamavano “Principe”, un vampiro che aveva diritto di vita e di morte su tutti i vivi e non.

“Devi farlo Reyko, sono le nostre regole, vedrai è più semplice di quanto tu possa pensare.” disse Anhita sottovoce prima di entrare nelle sale del Principe.

“Si ma io non resterò qui a lungo, devo soltanto recuperare tutte le mie cose, e poi me ne andrò.” risposi con un filo di voce, era una cosa che non mi piaceva per niente, sebbene comprendessi perchè devo farlo…

“E’ solo questione di minuti, poi potrai ritornare ai tuoi affari. E’ una formalità nulla di più.” rincarò la dose Kajal.

“Ah daccordo, facciamola finita!” Lanciai una breve occhiata ai due che sorrisero compiaciuti ed entrai nella stanza.

La figura davanti a me era seduta con eleganza su un piccolo trono fatto di ossa, ancora oggi non saprei dire se fosse un uomo o una donna, i suoi lineamenti erano a dir poco perfetti, neutri. Aveva spalle larghe coperte da un mantello fatto di pelli di lupo bianco, gli occhi erano di un nero profondo, mentre i capelli castani incornicivano il volto arrivando ben oltre la schiena.

Mi guardò, come se stesse scrutando la mia anima, poi sentì un pizzicore alla base del collo, di rimando sorrisi lievemente mentre approntavo le mie più efficaci difese mentali per impedirgli di leggermi i pensieri. Inclinò la testa verso destra mentre il suo sguardo si faceva ancora più interessato.

Feci qualche passo avanti poi mi fermai.

“Mi chiamo Reyko Tanako, vengo da Toledo e Vi chiedo di poter dimorare per qualche tempo nel Vostro villaggio.” dissi con voce che rimbombò per tutta la stanza vuota.

Per tutta risposta lui non disse nulla fece solo un cenno col capo di assenso, mentre un sorriso quasi sadico affiorava sul suo volto perfetto deturbandolo in tutti i modi possibili. Lo ringraziai e poi uscì con passo lento da quella stanza.

Anhita e Kajal mi portarono in seguito in una stanza dove si intrattenevano tutti i membri di quella congrega. Vampiri che vivevano con le stesse superstizioni dei mortali. Ben presto infatti appresi che non entravano nei luoghi sacri per paura di essere inceneriti, non si mostravamo mai ai mortali se non per cibarsene, non badavano alle loro vesti o ai loro rifugi, erano parassiti, piattole di un mondo che deve celarsi per paura di essere schiacciato.

Erano folli, sadici in ogni modo possibile. I loro incontri si tenevano una volta a settimana e discutevano per ore di cosa era uscito o entrato in città, di come avevano torturato e poi ucciso un barbone o un nobile che era stato così sfortunato da incrociare il loro cammino.

Presto mi accorsi che erano vuoit e superstiziosi, nonchè infinitamente noiosi, pensai ancora a Camila, e a Esteban, al tempo in cui vivevamo a Toledo…

Nessuno di loro sospettava dei miei poteri, se non ovviamente il Principe, anzi sembrava che nessuno di loro potesse leggere nel pensiero, così mi sentì libera di carpire dalle loro menti qualche informazione in più su come si era formata questa congrega, le origini e i vizi di tutti.

Fu così che una notte vidi il volto più straziante e dolce che conoscevo. L’avevano trovata in un lazzaretto e portata in uno scantinato fuori dalla città. La tenevano prigioniera, non volevano ucciderla, ma per sfregio volevano trasformarla e renderla una di loro. Mi bastò scorgere i suoi occhi pieni di lacrime e un’antica fiamma si riaccese dentro di me. Nulla aveva più significato, quel luogo, il Principe, Anhita e Kajal… Nulla.

Uscì di corsa dall’edificio e non appena fui all’aria aperta mi accorsi che c’era una nota stonata nella notte, qualcuno era nell’ombra appostato nei dintorni dove si radunavano questi immondi succhiasangue, in attesa che uscissero dal loro fetido nascondiglio.

Mi concentrai per individuarlo, era dietro di me, sul tetto di un edificio fatiscente, la sua mente era calma, il cuore batteva con regolarità, ma tremava nel profondo per il timore di fallire, non glielo avrebbe perdonato…

Un respiro, poi un altro… Alla fine scoccò un dardo nella mia direzione, mancò il mio cuore, andandosi però a conficcare nella mia spalla sinistra, lo sentì invenire e trafficare con la balestra per ricaricarla, ma ero troppo veloce ed ero già uscita dalla sua visuale. Non badai a lui, alla sua mente, a chi lo aveva ingaggiato… Pensavo soltanto a Camila.

Continua…

Un brusco risveglio

Posted in Incontri immortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

“Credi davvero stia bene?”

“Certo”

“Non ne sono molto convinta, ormai il tramonto è passato da un pezzo, non è normale riposare per così tanto tempo…”

“Sta bene, smettila di preoccuparti! Mi stai annoiando più della sua vista!”

“Guarda, Kajal, sta piangendo ancora…”

“Uff, ci mancava solo questa, lasciala perdere Anhita e vieni via, ora basta!”

Silenzio, terribile e opprimente silenzio. Erano secoli ormai che non provavo tale pace, i pensieri lontani di persone a me sconosciute, le risa e le urla… La sua voce. Nulla.

Sapevo cos’era successo, ricordavo il treno, il suo dondolio frenetico, gli scossoni della carrozza mentre lasciava i binari e si rotolava su se stessa come un’irrefrenabile corsa. Il trambusto e la paura di quelli vicino a me, le loro urla disperate alla ricerca di un loro caro… L’odore del sangue, mai come in quel momento mi era parso così irresistibile, invitante…

Per quanto volessi dimenticare non potevo negare cosa fosse successo, e temevo il fatale incontro con Lei, perchè sapevo che aveva visto la furia della sete nei miei occhi, non potevo tardare quel momento, dovevo spiegarle.

“Camila!” Mi voltai ma intorno a me vi erano solo quattro pareti di pietra spoglie. Lentamente mi alzai dal freddo giaciglio in cui avevo riposato, dirigendomi a piedi nudi verso la porta chiusa in legno, ma appena mi avvicinai, questa si aprì.

La figura davanti a me la ricordavo, era lei che mi aveva salvata. Era però più alta di quello che ricordavo, e i suoi capelli sembravano fiamme vive sulla sua testa, lunghi ricci in preda ad un vento proveniente da un altro mondo. I suoi occhi ora che li avevo davanti erano di un nero profondo, due abissi in cui poter sprofondare senza alcun rimpianto. Gli abiti erano logori ma di buona fattura e di tempi quasi recenti.

Sorrise quando mi vide, mentre mi veniva incontro con passo affrettato: “Finalmente, temevo di non rivederti più sveglia…” Aveva una voce squillante, alta fin quasi a danneggiarmi le orecchie, mi abbracciò mentre continuava a parlare: “Alcuni di noi dopo un trauma forte decidono di loro spontanea volontà di dormire per un tempo indefinito, come a voler dimenticare il loro passato, sono contenta che tu sia qui ad affrontare tutto con con grande coraggio.”

Coraggio? Ma di cosa stava parlando, se avessi potuto sarei scappata lontano da tutto, da quel luogo triste, dal fiume di parole che mi aveva appena travolto, dalla decisione di intraprendere quel viaggio assurdo.

Avrei voluto fare come qualche tempo fa, mentre mi lasciavo alle spalle quel maledetto Hijo de Puta… Ma lei mi teneva legata dai suoi discorsi, con quella strana voce.

Dopo qualche istante tra una pausa e l’altra le chiesi: “Chi sei?”

Il suo volto si illuminò quasi le avessi fatto la grazia di rivolgerle la parola.

“Io sono Anhita, è un piacere poterti ospitare qui, devi essere davvero stravolta, presto ti rimetterai ne sono sicura, basterà qualche notte di caccia e tutto tornerà come prima…”

“Per quanto tempo ho dormito?” Le chiesi.

“Hai dormito per tre notti intere, avrai fame. Vieni, io e mio fratello ti faremo da guida.”

Non avevo forza a sufficienza per farlo da sola, lo sapevo bene, e per quanto questo mi disgustasse non potevo far altro che affidarmi a questi due estranei.

Estranei… No, conoscevo qualcuno che doveva essere da quelle parti, da sola in cerca di me, di quella forza che lei non aveva, di una spalla su cui poter piangere e riposare, con la certezza nel cuore che vi era qualcuno che l’avrebbe difesa da tutto… Ma ora era sola, triste e disperata.

“Le persone coinvolte nell’incidente, tra di loro vi era una ragazza di poco più di vent’anni, il suo nome è Camila… Sai dove poterla trovare?”

A tali parole il suo volto perse il sorriso, e il suo sguardo divenne più cupo e pensieroso…

“Mi dispiace, ma non c’è nessun sopravvissuto tra i mortali coinvolti nell’incidente…”

La sua voce ora era solo un sussurro ultraterreno che continuava a rieccheggiare nella mia testa. Nessun sopravvissuto… Non era possibile, sapevo che lei si era salvata, l’avevo vista, ferita ma viva…

Dovevo trovarla, ma ero in condizioni pietose, sapevo di avere i lineamenti deformati per la fame. Dovevo attendere e capire…

Continua…

Un lungo viaggio verso Varna

Posted in Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… O forse no.

Durante l’arco di tutta una vita i mortali si fissano degli obiettivi da raggiungere, desideri e sogni, molti dei quali non vedranno mai un raggio di sole. Per noi immortali è lo stesso. Erano passati tanti anni da quando lasciai le mie terre, troppe forse, e il desiderio di respirare ancora quell’aria, di essere circondata da giardini colmi di alberi di sakura era troppo forte, così tanto da rendermi cieca e imprudente…

Ma davanti a Camila ero inerme, per cui le dissi di si. Pianificammo tutto, un certificato medico attestava una malattia molto rara che non mi permetteva di espormi ai raggi del sole, e che, di conseguenza il mio alloggio in cabina doveva restare perennemente in ombra, e che Camila, in quanto mia accom si sarebbe occupata di qualsiasi mia necessità, nonchè della pulizia della mia stanza. L’unico timore che non osavo pronunciare era il prolungato digiuno, confidavo semplicemente nel mio forte autocontrollo.

Mentre io mi occupavo che la mia presenza passasse inosservata sul treno, Camila pensava a quale abiti e libri portare, si documentò sul tragitto e sulla vita durante il viaggio, studiò perfino alcune credenze dei luoghi che avremo visitato. Alcune notti poco dopo il mio risveglio la trovai appisolata su montagne di libri o sulla moltitudine di valigie che aveva deciso di portarsi dietro. Osservavo teneramente il suo respiro regolare mentre l’adagiavo dolcemente sul letto, e mi stupivo a pensare alla sua età, a quanto fosse cresciuta ormai, a come fosse diventata una giovane donna indipendente… E capivo dal suo gran da fare che non pensava saremmo tornate da questo viaggio…

Un viaggio di sola andata.

Non potevo fermare quello che avevamo cominciato ormai, ma solo in quel momento ne ebbi la piena consapevolezza.

Nulla si poteva fermare a questo punto.

Partimmo.

Il viaggio iniziò lento e calmo, ci mischiavamo nella folla dei passeggeri; la ricca Signora Orientale e la sua accompagnatrice. Non facemmo mai nulla per smentire le voci che circolavano sul nostro conto, la bella signora che era rimasta affascinata dalla giovane occidentale e che la voleva portare nella sua patria per godere della sua bellezza…

Insieme ridevamo di questi pettegolezzi, poi Camila fantasticava su come sarebbe stato vivere in Giappone, in una di quelle classiche casette di riso immerse in un giardino pieno di fiori di loto in un laghetto…

Io non potevo godere del paesaggio come Camila, e sapevo che ne rimaneva ogni giorno affascinata. Sapevo anche che faceva amicizia velocemente con gli altri viaggiatori, e che tutti le volevano bene.

Per mio conto facevo il meglio che potevo invece per restare il più lontano possibile dagli altri, leggendo i miei libri chiusa in un innaturale silenzio. Era l’unico modo per non cadere preda della sete.

Una volta arrivati a Giurgiu dovemmo prendere un traghetto per attraversare il Danubio e raggiungere così la tappa successiva del viaggio, Ruse, da dove sarebbe partito un altro treno diretto verso Varna. Tutto ciò fortunatamente avvenne nelle ore successive al tramonto, permettendoci di godere del fantastico paesaggio che il fiume prima, e i monti dopo regalavano agli occhi. L’aria in quella zona dell’Europa era carica di mistero, come se qualcosa fosse celata dalle ombre pronta a saltar fuori. Tuttavia non avenne nulla con mio grande sollievo, almeno fino quando non scendemmo a Varna…

Il digiuno mi aveva reso debole e iniziavano anche a vedersi i primi segni sul mio volto, dovevo solo tenermi lontano dai mortali in modo tale da non sentire il loro odore, ma mano a mano che passavano le notti l’aria del treno diventava sempre più satura dell’odore del sangue…

… Eravano a poche miglia dalla stazione di Varna quando il treno frenò bruscamente, una voce nell’interfono ci comunicava che c’era stato un piccolo guasto, ma che a breve saremo ripartiti per raggiungere la destinazione.

Furono lunghi attimi, in cui tutti i passeggeri si guardavano con aria ansiosa, cercando di trarre forza e coraggio dagli gli uni dagli altri.

Di contro, mentre tutti cercavano la vicinanza altrui, io mi dovetti allontanare, la paura diventava sempre più forte con il passare del tempo, impregnando il vagone di un profumo inebriante e invitante… Poi, di colpo il treno iniziò a muoversi, sempre più veloce, fino a quando il macchinista ne perse il controllo e deragliò in un’esplosione di suoni metallici sull’erba fredda.

Per un istante tutto fu immobile, silenzioso, poi ci furono dei singhiozzi sommessi, ai quali si aggiunsero dei pianti, e infine urla di dolore. Restai ferma per qualche secondo, consapevole di chi avevo intorno, cercando Camila con il pensiero, aveva riportato qualche graffio ma stava bene. Poi iniziai a guardarmi intorno, nel caos della caduta i passeggeri erano sparsi ovunque, e mano a mano che prendevo sempre di più consapevolezza per la disgrazia che ci aveva colpito, tutto divenne nero.

Qualcuno vicino a me era stato ferito gravemente da una lastra metallica, il suo sangue mi mandò letteralmente in estasi, e dopo tutte quelle settimane, non potei far altro che cibarmi di quel povero sventurato. Non ero più in me, non riuscivo a ragionare, sebbene sapessi che quello che stavo compiendo era contro ogni regola che fino a quel momento mi ero data, contro gli insegnamenti che avevo impartito ad Esteban… Contro tutto… Non potevo nulla, ero inerme, e più bevevo più avevo sete. Tutte le voci vennero azzitite dal suo battito, fino a quando l’ultimo non riecheggiò sordo nelle mie orecchie… Iniziai a piangere lacrime di sangue, sapevo cosa avevo fatto e che ormai, non potevo tornare indietro.

Improvvisamente un lampo bianco entrò nel mio campo visivo, mi afferrò per la spalla e mi trascinò lontano da tutto e da tutti…

Ricordo solo di aver sentito una tremenda botta dietro la nuca e una voce calma e dolce che sussurrava: “Non ora, e non qui sorella… Ci sarà tempo per il rimpianto.”

Poi, svenni.

Continua…

Dolce oblio

Posted in Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

La carrozza oscillava nel suo perpetuo viaggio lontano da quel marciume, lontano da quegli occhi isterici. Per la prima volta dopo tanti secoli, quella notte sognai. Sognai mura infrante, volti sfugirati, urla e pianti. Vi era un dolore e una
sofferenza immensi, e ogni volto che incontravo ovunque i miei occhi si posassero era quello di Camila.

Ma per quanto la mia mente non volesse assopirsi, il mio corpo restava immutato, come quello di un cadavere appena morto, ero prigioniera di me stessa e le catene che mi trattenevano erano più resistenti di qualsiasi metallo esistente… Un dolce oblio.

Ancora una volta la consapevolezza che durante le ore diurne potesse accadere di tutto prese il sopravvento, accompagnandomi fino al tramonto.

Quando aprì gli occhi, la carrozza si era fermata, e la quiete regnava tutto intorno, pensando al peggio mi sollevai dal mio sonno e cercando di capire cosa stesse succedendo. Appena scesa vidi il cocchiere e Camila dirigersi verso la carrozza, il volto di lei era raggiante, sembrava che nulla fosse successo. Il suo volto si apriva in un sorriso sempre più grande mano a mano che mi veniva incontro, era euforica quando mi abbracciò.

“E’ un paese meraviglioso questo, lo adorerai, come già lo adoro io.” Mi disse in un sussurro.

Non potei far altro che ricambiare il suo abbraccio e annuire alle sue parole, avrei fatto di tutto per quella ragazzina e la sua felicità, ma quel pensiero riportò alla memoria il volto di Esteban e quello che era successo, e che ora sapevo, non avrei potuto evitare.

Con la carrozza ci dirigemmo presso questo paese, di cui oggi non resta ormai nulla nemmeno il nome, era poco più che un piccolo aglomerato di casupole, l’aria fresca dell’aperta campagna era frizzante, portando con se una sensazione di pace.

Una volta arrivati alloggiammo alla piccola e unica taverna, l’oste ci accolse con calore, segno che le doti di Camila erano servite per spianarci la strada e non avere ulteriori problemi. Una volta depositati i bagagli congedai il cocchiere e andammo a curiosare tra le strette vie del paese. Camila mi teneva per mano, trascinandomi da una parte all’altra fino a condurmi ad una vecchia casa in disuso ormai da anni. Si fermò davanti al cancello arrugginito, poi si voltò verso di me sorridendomi:

“Che ne dici? Sembra accogliente, con un po di pulizia sarà meravigliosa…”

“E’ bellissima…” le risposi, incapace di proferire altro, lei mi osservava, lo sguardo pieno di comprensione, era come se questa volta fosse lei a leggere nei miei pensieri.

“Sarebbe perfetta per noi, ricorda tanto la nostra casa a Toledo… Potrebbe portarci la stessa felicità non trovi?”

“Se è questo che vuoi piccola mia cercherò di accontentarti, domani…”

Scosse il capo, fermandomi con un gesto della mano: “E’ libera, è stata abbandonata più di venti anni fa, e il vecchio proprietario non aveva eredi, possiamo averla chiedendo semplicemente al Sindaco, perdona se mi sono informata prima di parlartene, ma è stato più forte di me…”

“No, va bene così, dopotutto ci serve un po tempo per fermarci, se è questo che vuoi.”

Lei annuì contenta, gli occhi colmi di lacrime di gioia.

Fu lei a prendere in mano la situazione questa volta, andò a parlare con il sindaco e la sera successiva ci fece ottenere i permessi e le carte per rendere nostra quella casa.

Una volta al suo interno dovevamo solo ripulirla dall’incuria, poi sarebbe stata pronta per essere abitata. Certo, quel piccolo paesino dava poco spazio ai delinquenti, e cacciare li per me significata cibarmi di animali nei dintorni, e dei malfattori che per caso capitavano li. Potevo sempre nutrirmi degli abitanti senza necessariamente ucciderli, ma non volevo farlo, avrei lasciato che quelle persone vivessero inconsapevolmente ancora per un bel pò di tempo.

I giorni passarono, e così le settimane e i mesi, Camila aiutava il sindaco di modo da potersi sentire autosufficiente, sebbene non ce ne fosse la necessità voleva che tutto sembrasse normale agli occhi altrui. Nel suo tempo libero invece dava lezione gratuite di pianoforte ai bambini più portati. In poco tempo si fece amare da tutti, e lei amava quel mondo fatto di poche ed essenziali cose materiali. Capì osservandola che lo sfarzo che avevo cercato di donarle a Toledo era stato oppressivo. Ora la vedevo sorridente e parlava addirittura della sua città natale e del giovane che le insegnò tanto, una vera bellezza a suo dire.

E così passarono gli anni, tutto si dissolse lentamente, da prima la paura che durante il nostro viaggio ci era alle calcagna, poi gli orrori di Dominique ed Etienne, e in seguito quello che ci costrinse a lasciare Toledo, ora ricordavamo con piacere i bei momenti passati davanti al fuoco o in taverna con Esteban, prima che a lui venisse offerto questo oscuro dono, e lentamente perdemmo la voglia di continuare il nostro viaggio. Camila divenne una donna meravigliosa, corteggiata da tutti, ma lei aveva sempre e solo in mente il suo giovane amore che per tanto tempo aveva tenuto nascosto nel cuore…

Dal canto mio lasciai che tutto si compiesse, che fosse lei a decidere, senza che la mia innaturalità la segnasse…

Fu in quel luogo che scoprì che non siamo fatti per retare a lungo in un luogo, che per quanto non siano visibili ad occhio nudo, ogni città ha le sue sbarre che tengono imprigionati, e a malincuore, dovetti ammettere che mi mancava la compagnia di un immortale, uno simile a me, uno che per quanto concepisse la nostra mostruosità non si comportava di conseguenza, ma anzi che cercasse di portare del bene sebbene dannato…

Ero in stasi, in attesa che qualcosa accadesse, poi una notte poco dopo il tramonto Camila tornò a casa di corsa, il respiro affannato, con un volantino logoro in mano.

“Il nostro viaggio può ricominciare Reyko.”

Le guance rosse per l’emozione e gli occhi pieni di aspettativa mi trascinarono nel vortice del suo entusiasmo, lentamente abbassai lo sguardo verso il pezzo di carta.

E tutto si compì. Un nuovo viaggio ci attendeva, uno che mi avrebbe riportato a casa…

 Continua…

 

Un luogo dannato

Posted in Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

E invece vi ritornai, notte dopo notte, lasciando che Camila si godesse la bellezza di quella terra tanto declamata.

In principio ero curiosa di come vivessero gli altri della mia razza, poi compresi di quanto fossero ridicoli e ben poco affini alla vita in generale.

Passavano le notti in quella strana città sotterranea, vagando come zombi in cerca di carne putrida da divorare, pochi parlavano tra loro e quasi sempre queste conversazione erano sconnesse, quasi incompresibili alle orecchie altrui. Non un sorriso o delle risa venivano udite. Lentamente non mi fu difficile conoscerli tutti, apprendere chi era più incline a parlare e chi invece sembrava appartenere ad altri universi… In queste notti i loro nomi si sono persi nei mille ricordi e nelle gesta eroiche di altri, era come se, una volta ricevuto il dono dell’immortalità, attendessero come dei gusci vuoti…

Oltre a Dominique solo un altro nome è rimasto impresso nei miei pensieri, forse per la sua pericolosità e la sua sete, Etienne Durand.

Era un ragazzo di vent’anni circa, il classico standard francese di quei tempi, alto, dagli occhi glaciali e i capelli color del sole, con un’aggiunta di quell’aria da snob che si potrava dietro costantemente. Anche lui come Dominique vestiva abiti sudici e consunti. Uno dei pochi che non si tirava indietro davanti ad una buona conversazione.

Fu abbracciato qualche anno prima, e ancora tutto gli sembrava nuovo e appetibile, forse per questo motivo che risultava essere più simpatico degli altri.

Una notte decisi di cacciare con loro, Dominique e Etienne.

La notte era umida per via della pioggia incessante di quel periodo, ma ciò non fermò certo la vita di quella città.

Gli uomini andavano in giro con i loro mantelli e i cappelli, attraversando le strade su quelle loro carrozze tanto sfarzose, molti altri invece erano seduti sui marciapiedi bagnati, il volto tra le mani sporche, in cerca di qualche moneta per poter mangiare. Di qualche passo dietro ai due francesi restavo ad osservare in silenzio i loro movimenti e le occhiate che lanciavano di tanto in tanto nei vicoli più bui. I loro passi sembravano seguire un cammino casuale, ma imparai che nulla per loro era casuale…

Ben presto si fermarono di fronte ad un grande palazzo a base rettangolare, sembrava un ospedale, con le griglie alle finestre e le porte sprangate. Da esso arrivavano pianti e gemiti… Poi compresi, era un orfanotrofio.

Impallidì…

Poi tutto accadde troppo velocemente perchè potesse essere vero. Le due figure si inoltrarono nella penombra del vicolo, passarono oltre la porta dello stabile senza far alcun rumore, qualche minuto dopo ne uscirono con in braccio due bambini piccoli, entrambi addormentati.

Li osservai per un breve istante, negli occhi di Etienne scorsi una follia ben radicata e una scintilla di eccitazione nel guardare il fagotto che aveva tra le braccia, Dominique invece rideva, posando i suoi occhi neri su di me, mentre cullava il piccolo che portava con se. Non potei assistere oltre, con il favore delle tenebre me ne andai, lasciandoli soli…

La notte successiva non volevo tornare da loro, camminai per la città, assaporando gli odori delle prime ore della sera, quando, svoltato un angolo mi trovai dinnanzi a Dominique ed Etienne:

“Ci sei mancata ieri notte Reyko, saresti dovuta restare, il banchetto era grandioso…” La voce di Etienne aveva un tono isterico quasi.

Li osservai entrambi, mentre Dominique aveva un sorriso perenne sul volto: “Abbiamo un’educazione troppo diversa, sono solita nutrirmi di ben altro sangue…” La rabbia ribolliva in me, si erano nutriti del sangue di innocenti, non potevo sopportarlo, nei loro volti vedevo quello di Camila…

“Nessuno, è al sicuro con noi, siamo predatori…” Era Dominique ora che parlava: “Il sangue innocente ci aiuta a restare in questo mondo, ci da nuova forza e ardito vigore, senza di esso moriremmo… Devi renderti conto Reyko che ormai noi siamo morti, ci siamo lasciati alle spalle ogni genere di vita, non possiamo intrattenerci con i mortali, viaggiare con loro… Dopotutto loro sono il nostro pranzo, e di tanto in tano ci concediamo un premio per così dire, per aver rispettato le nostre regole. Ben presto capirai queste parole e ti unirai a noi, sono solo carne, che presto o tardi marcirà…”

Non potevo credere a quelle parole, erano oscene, quelle parole rimbombavano nella mia testa, martellando incessantemente dalla paura di andarmene da loro, nessuno era al sicuro in quel luogo…

“A domani notte Reyko” prima di andarsene Etienne si voltò verso di me salutandomi come avrebbe fatto un bambino contento del regalo ottenuto.

Restai immobile per qualche minuto, incapace di muovermi e di pensare, poi decisi. Un luogo del genere non avrebbe avuto vita lunga, e loro al momento erano in troppi, non potevo fronteggiarli.

Mi mossi più veloce che potevo per raggiungere Camila, ma nella nostra stanza non c’era, chiesi all’oste e a chi era presente in taverna, ma nessuno l’aveva vista fare ritorno. Uscì di nuovo, avevo soltanto poche ore prima che sorgesse il sole, dovevo trovarla e portarla via da quel posto. Visitai musei, chiese, taverne… Poi passando da fuori ad un cafè lontano dal centro sentì la sua risata ed entrai, la scorsi in un angolo dell’affollato locale, era in compagnia con altre due ragazze pressapoco della sua età.

Mi pianse il cuore nel doverla strappare a quella allegria ritrovata, ma ne andava della sua salvezza. Le feci un cenno, e con grazia si liberò di quelle ragazze.

Si diresse verso di me, il sorriso ancora sul suo volto si spegneva ad ogni passo che si avvicinava a me…

“Qualcosa non va Señora?” il suo tono era seriamente preoccupato, mentre gli occhi cercavano una conferma.

“Si piccola mia, dobbiamo andare via da qui subito. Mi dispiace” Le carezzai il volto e lei annuì.

Tornammo in taverna e preparammo i bagagli, pagai generosamente l’oste e ci apprestammo a lasciare quel luogo dannato…

La carrozza percorse tutta la città, e all’altezza del cimitero percepì qualcosa, mi sporsi e vidi Etienne e Dominique dall’altra parte della strada, il volto contorto in una maschera di rabbia furiosa.

Nella mente sentì il sussurro di Etienne: “Ti daremo la caccia, dovunque andrai non sarai mai al sicuro Bambola di Porcellana, tu e la dolce creatura che ti porti dietro, non potrete scappare per sempre…”

Poi tutto tacque, mentre in lontananza il sole sorgeva io scivolavo in un sonno di eterni incubi.

La tana del lupo

Posted in Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Li guardai tutti, uno per uno, osservavo i loro volti ghignanti e quanta repulsione provai allora, nel capire che ero finita nella tana del lupo. Ma allora erano altri tempi, in cui cercavo la compagnia di altri immortali, sperando di trovare un conforto e una guida che non avevo mai avuto.

Desiderai ardentemente stare con loro, sebbene il posto fosse sudicio e squallido, ma dietro di esso si fece largo un nome nella mia mente che non potei ignorare, sebbene potessi bandirlo rendendolo soltanto mio.

Presi un sospiro profondo, poi parlari: “E’ un piacere sapere che ci sono altri della nostra razza, ma non sono qui per restare, il mio viaggio deve proseguire per mete ben più distanti.” Cercai di essere il più cordiale possibile, anche se una paura incombente si faceva sempre più pressante.

“Non puoi lasciarci così presto” disse Dominique, il volto ora atteggiato ad una maschera triste: “Resta per qualche giorno, il tempo necessario per conoscerci meglio, dopotutto hai ragione, è tremendamente difficile trovare uno di noi in giro, a maggior ragione qualcuno che fa sfoggio della sua ricchezza.”

La paura divenne terrore, simile a quello che provai anni addietro, quando temevo di morire affogata, ero in trappola, non potevo evitare tutto questo, ne sarebbe scaturita una caccia senza tregua…

Scrollai lievemente le spalle: “Daccordo resterò per un pò, il tempo necessario per attendere la prossima diligenza per proseguire il mio viaggio.” cercai di mantenere un tono tranquillo e il più sincero possibile.

“Fantastico” esclamò Dominique, la voce squillante quasi mi assordò tanta era la sua euforia. “Torna domani notte appena poco dopo il tramonto, così potremo passare più tempo insieme.” A qualcuno sfuggì una sottile risata, troppo breve per credere che fosse reale.

Annuì ed uscì dal passaggio che mi aveva portato in quel luogo.

Vagai per la città, senza guardarla realmente, la sua bellezza non riuscì a scuotermi da quel torpore, da quella paura che provavo così vivamente… Non ricordo per quanto tempo restai in quello stato, due ore, forse tre, poi lentamente quando trovai la calma tornai da Camila, che nel frattempo era riuscita a trovare una stanza in una locanda molto appartata in uno dei quartieri più fatiscenti di Francia.

Le raccontai tutto, non potevo nasconderle il mio turbamento, e lei dolcemente mi disse che si fidava di me, del mio giudizio e del mio istinto e che tutto sarebbe andato per il meglio, ora che ci apprestavamo a iniziare una nuova vita…

Ah quanto si sbagliava la mia dolce bambina, se avessi avuto la saggezza che ho ora, dopo tanti secoli, avrei preso la prima carrozza e sarei corsa via, veloce come il vento da quella tana.

Continua…

Pietra e Aria

Posted in Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… L’essere che uscì da quel buco era una meravigliosa donna, una bellezza di un altro secolo, il volto era bianco e liscio come il marmo, i capelli, al contrario erano del colore del fuoco, e gli occhi erano perle nere, nelle quali si poteva facilmente perdere la propria anima. Studiai attentamente la sua figura, il contrasto tra la sua bellezza e la decadenza degli abiti che indossava, quasi non le importasse che fossero ormai dei brandelli di tessuto legati insieme a stento.

“Aspettavate me… Non comprendo” La mia voce rieccheggiò in quell’antro, era come se stesse parlando qualcuno altro, mentre io ero una testimone silente di quel bizzarro incontro.

“Non potresti comprendere. Ti basti sapere che prima o poi tutti quelli della nostra razza arrivano a noi, dovunque essi siano, trovano sempre la strada per arrivare a casa.” Il suo volto si deformò in un falso sorriso, la luce infondo agli occhi era piena di follia.

Si voltò ad indicarmi l’apertura dalla quale era arrivata: “Voglio mostrarti che dopo tutto non sei sola, noi preferiamo riunirci in piccoli gruppi, per sostenerci a vicenda…”

Ancora oggi non so dire cosa mi spinse a muovere i miei passi verso quella fessura, forse curiosità, o forse la remota speranza sotterrata nel mio cuore che dopo tutto due o più individui della nostra razza possano coesistere insieme, aiutandosi e supportandosi… Non essere più da sola, senza dover nascondere chi sono…

Entrai.

La donna dai capelli rossi dietro di me, sapevo che mi seguiva sebbene i suoi passi fossero leggeri, come quelli di un predatore che, affamato segue la preda in attesa del succulento pasto.

L’oscurità si faceva sempre più fitta mano a mano che mi inoltravo in quel passaggio, fino a quando una piccola fiammella annunciò il traguardo. Mi trovavo in una stanza esagonale, dal soffitto ad archi, da qui si diramavano cinque stradine ricoperte di ciottoli… Erano le fondamenta della città. Istintivamente mi chiesi come fosse possibile vivere in quel posto, lontano da qualsiasi cosa di vivo.

Tutto intorno a me piano piano scorsi piccoli occhi nel buio, mi studiavano, osservavano i miei vestiti, i capelli, i miei pensieri…

Mi voltai verso la donna, sul suo volto ancora il sogghignio di poco prima, allargò le braccia, come se volesse abbracciare l’intera stanza:

“Io sono Dominique e questi sono i miei fratelli e le mie sorelle, benvenuta in Francia.”

Dalle tenebre uno ad uno si rivelarono dodici volti, tutti diversi tra loro, ridevano e osservavano con curiosità la mia figura…. E anche se non avevo necessità alcuna di respirare, in quel momento mi mancò l’aria, e tutto fu buio…

Continua…