Archive for the Viaggi Category

Il Nuovo Mondo

Posted in Caccia, Vendetta, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Decisi di imbarcarmi, stanca del Vecchio modo di vivere, del passato che si presentava sempre alla mia porta bussando incessantemente.

La notte prima di partire andai a visitare la tomba che tempo addietro Suo fratello aveva fatto erigere pensando che fosse morta. La lapide era trascurata, erano anni che nessuno la visitava.

La riputì dalle erbacce e vi misi un mazzo di fiori freschi.

Sfiorai il nome inciso sopra la pietra, come a darLe l’ultimo saluto, promettendoLe che nessuno avrebbe mai preso il Suo posto nel mio cuore dannato.

Mi sfuggì una lacrima rosso sangue che si depositò per l’eternità sulla tomba, segnando il mio passaggio, il mio cordoglio.

Da lì a un’ora mi imbarcai, lasciandomi tutto alle spalle, portando con me solo il Suo ricordo e la Mia Vendetta.

Il viaggio durò poco più di unmese, tempo che passai per conto mio chiusa nella cabina che mi avevano assegnato, sapevo che una volta sbarcata non avrei più avuto alcuna possibilità di seguire le Sue tracce. Ma non mi importava, con le Sue azioni aveva segnato il Suo destino e il mio.

Quando arrivammo, scesi per ultima, a causa della lunga astinenza da sangue il mio volto era diventato orribile da guardare, un cadavere in via di putrefazione che camminava tra i vivi.

Gli odori del porto mi investirono con una tale violenza da farmi barcollare per un istante. Dovetti fermarmi per riprendere fiato, aria di cui non avevo necessità. L’odore del sangue umano si mischiava a quello di morte, non sarei andata molto lontano senza nutrirmi, quindi mi nascosi in un vicolo senza attirare l’attenzione di nessuno, in cerca di un’anima sporca e peccatrice. Sorprendentemente la zona ne era satura, e non mi fu difficile ritrovare la lucidità e con essa la compostezza che mi distingueva.

Divenni uno spettatore silente dei locali malfamati del porto, cercando Sue tracce nelle menti delle persone.

Passarono mesi in cui mi limitai a riposare di giorno in un angusto scantinato vuoto, con solo la mia bara come arredo. Avevo venduto tutti i miei vestiti, per alleggerire il fardello che mi portavo sulle spalle, vivevo l’attimo senza pormi domande o farmi progetti.

Mi nutrivo avidamente come le prime notti, elargendo morte ai malcapitati che mi attraversavano il cammino.

Avevo sporadiche visioni della Sua presenza, una traccia appena tangibile del Suo passaggio, ma mai nulla di concreto.

Alla fine mi arresi, comprai una piccola casa nei pressi del cimitero di Copp’s Hill Burying Ground, dove tante anime ora riposavano dopo aver perso la vita in combattimento… Come Lei.

Sbarrai le porte e le finestre di modo che nessuno potese entrare, e lentamente scivolai in un sonno semi eterno, senza sogni. Uno stato di torpore a cui mi lasciai andare senza opporre resistenza.

Persi il contatto con il mondo esterno.

Persi la voglia di vivere.

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La fine di un incubo, l’inizio di un inferno

Posted in Cacciatori, Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Corsi per ore alla ricerca di quel luogo celato tra i resti di quello che un tempo era stato un villaggio, cercai una sua traccia, un pensiero… Ma nulla… Poi d’un tratto, quando ormai avevo perso ogni speranza, dicendomi di aver seguito un’illusione, lo percepì, era appena un sussurro, la supplica di una mente stanca e priva di difese.

Sfondai la porta dalla quale proveniva quel pensiero, scesi i restanti gradini in legno di quella che un tempo era una scala, e li la trovai.

Era in ginocchio, incatenata alla parete di pietre grezze, il capo chino e i vestti laceri, lentamente mi avvicinai a quello che restava di lei, e per un momento temetti di averla persa per sempre, poi sentì un battito fievole del suo cuore, mi chinai verso di lei e le sollevai delicatamente il volto. I capelli sporchi di sangue e macerie rivelarono un viso pallido e lacrime di terrore.

“Ci sono qui io ora niña, nessuno ti farà più del male” Le sussurrai appena, ma lei aprì gli occhi e mi guardò piangendo. Le slegai i polsi e le caviglie, la sollevai da terra senza alcuna fatica. “Andiamocene via, torniamo a casa…” Le bacia la fronte e mi apprestai ad uscire da quell’inferno, ma due figure mi sbarravano la strada, feci appena in tempo a riadagiare Camila a terra, che quando mi voltai per affrontarli mi ritrovai improvvisamente incapace di muovere un qualsiasi mio muscolo, potevo solo guardare dritto davanti a me, in quegli occhi che apparvero dal nulla. Lo sguardo di Anhita sprigionava un tale potere da tenere imbrigliata la mia volontà di reagire.

Vidi il pugno di Kajal arrivare, ma non potevo evitarlo. La forza con cui mi colpì era superiore a quella di un comune umano, e anche a quella di molti altri della nostra razza. Continuò a colpire fino a quando ne ebbe forza, poi stanco e con un sorriso perverso sul volto mi guardò e mi disse: “Non andrai da nessuna parte ora, tu e la tua bella umana resterete qui e servirete in tutto e per tutto Lord Emil.” Soddisfatto di non ricevere alcuna mia controrisposta ricominciò con il colpirmi, ma questa volta con maggior violenza, i suoi colpi erano come artigli che penetravano nella mia carne, e non riuscivo a rigenerarli come quelli precedenti, sapevo che se sarebbe andato avanti ancora a lungo ben presto mi avrebbe portato fino allo stato di incoscienza, dovevo reagire, non tanto per me, ma dovevo salvarla, dovevo portarla via da li. Ogni colpo era un dolore tremendo, che però non faceva nient’altro che aumentare la mia rabbia.

“Kajal ora basta… I suoi occhi… Sta per perdere il controllo…” Sentì le parole pronunciate da Anhita ma non vi badai, ero troppo infuriata per non poter reagire a tutto ciò.

Non ricordo lucidamente quello che successe dopo, sono solo frammenti di immagine, ricordo la paura che vidi sul volto di Kajal quando parai uno dei suoi colpi. Il terrore che aveva guardando il suo braccio che veniva spezzato, il suo urlo di dolore quando in preda alla furia mi avventai su di lui per cibarmene.

Anhita era rimasta inerme, sorpresa della mia collera e terrorizzata da quello che il fratello stava subendo, lei non avrebbe potuto fermarmi, voleva scappare e salvarsi almeno lei per denunciare la cosa e trovare rifugio presso il suo Padrone e Protettore. Quando di Kajal non rimase nient’altro che cenere mi avventai su di lei, le strappai gli occhi affinché non potesse più usare il suo potere contro di me e per la seconda volta nella mia vita diedi sfogo a tutta la rabbia che avevo accumulato in secoli di solitudine… Non mi accorsi nemmeno di essere andata oltre e averle donato la morte ultima, ma questo lo avrei appreso soltanto in seguito, quando la mia mente tornò lucida.

Restai per alcuni minuti ferma ad osservare i pochi resti di quei due demoni, recuperando via via la ragione, mi voltai quindi verso Camila, la presi in braccio e la portai fuori all’aria aperta. Aveva bisogno di cure e al più presto, non soltanto l’avevano percossa, ma si erano anche cibati di lei, fino quasi a darle la morte. Non potevo portarla in ospedale, avrebbero fatto troppe domande, e poi dovevo allontanarmi in fretta da quel posto, sicuramente altri della corte di Emil mi avrebbero dato la caccia per aver ucciso i suoi due infanti.

Per sicurezza mi allontanai di qualche miglio, restando al limitare della foresta che pullulava di strane presenze… Per quella notte avevo avuto abbastanza azione, e dovevo occuparmi di Camila prima che morisse.

Versai del sangue sulle ferite più profonde di modo che smettessero di sanguinare. Ma non era sufficiente, aveva perso troppo sangue, così mi recisi un polso e le feci bere qualche goccia del mio sangue.

Attesi qualche ora prima che il suo battito tornasse ad essere regolare sebbene ancora fievole. Dopo di che la presi di nuovo tra le mie braccia e mi allontanai ancora un po’ per essere sicura che nessuno degli scagnozzi di Emil seguissero le nostre tracce. Ero troppo preoccupata e euforica per il combattimento per rendermi conto che qualcuno da lontano aveva osservato tutto e che lentamente stava ritornando in città.

Pagai un passaggio per raggiungere la città più vicina dalla quale poi avremmo potuto prendere il treno che ci avrebbe portato sulla costa. Una volta arrivati comprai del cibo per Camila, e presi una stanza in una taverna, inducendo la povera locandiera a non disturbarci per tutto il giorno successivo lasciandole denaro a sufficienza per vivere un mese senza dover lavorare. La donna accettò senza fare nemmeno domande, chiuse le imposte della taverna e ci lasciò riposare. Sistemai Camila sul letto, rimboccandole le coperte e lasciando un vassoio con del latte e del pane sul comodino. Nel frattempo l’aurora stava per annunciare l’arrivo di un nuovo giorno e io dovetti sistemare le imposte alle finestre affinché nessun raggio del sole potesse penetrare nella stanza, e mi apprestai a riposare sotto il letto. Chiusi gli occhi e lasciai che la pace si impossessasse di ogni mio muscolo. Fu in quel momento che appresi cosa avevo realmente fatto a quei due poveri sventurati, ne avevo assorbito non soltanto il sangue, ma anche la loro anima, sentivo il loro potere scorrere nelle mie vene, nella mia mente… Poi l’oblio del sonno mi colse e tutto divenne buio e silenzioso.

Tutum.. Tutum.. Il battito di un cuore che si faceva via via più forte e stabile mi svegliò, uscì da quella specie di rifugio e vidi il volto della mia dolce Camila che mi stava sorridendo, aveva ordinato una cena per due persone, di cui aveva già dato fondo per buona parte. Le mie ferite non si erano rimarginate ancora del tutto, avevo artigliate sparse per tutto il corpo, e ci avrei messo parecchio tempo prima di tornare come prima. Ma lei mi guardò con una preoccupazione che cresceva di minuto in minuto. “Non ti preoccupare.” Le dissi coprendo le ferite, “non è niente di grave, guariranno. Pensa piuttosto a mangiare e a recuperare le forze, abbiamo un viaggio da completare” Mi sorrise, ma nel suo sguardo qualcosa era cambiato, ora sapeva più che mai che cosa voleva dire restare al fianco di un immortale, sentiva la sua fragilità e la sua impotenza, e mi sentì terribilmente in colpa per tutto quello che aveva passato… Mi ripromisi che avrei fatto di tutto per proteggerla ed evitarle un ulteriore dolore. Ma sapevo in cuor mio che c’era un’unica soluzione per evitare tutto questo, ma che non avrei mai potuto farlo a lei.

Passarono alcuni giorni nei quali restammo chiuse in quella stanza, una volta giunte nel mio amato paese le avrei passato tutti i miei averi affinché potesse vivere degnamente senza dover temere la fame. Le avrei dato tutti gli agi possibili. Una settimana più tardi partimmo, prendendo di nuovo il treno che ci avrebbe portato fino al limitare di quel paese, poi da li prendemmo una carrozza che ci portò fino alla costa, e ci apprestammo a compiere l’ultima parte del nostro viaggio via mare.

Questa volta ci accontentammo di una semplice imbarcazione mercantile, restando nella nostra solitudine, mentre Camila recuperava man mano le forze, e io guarì le mie ultime ferite giusto in tempo per sbarcare al porto di Matsue.

Eravamo finalmente in Giappone, l’incubo in cui avevamo vissuto era passato da poco, e non sapevamo cosa ci stesse aspettando nella mia amata terra.

Continua…

Un brusco risveglio

Posted in Incontri immortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

“Credi davvero stia bene?”

“Certo”

“Non ne sono molto convinta, ormai il tramonto è passato da un pezzo, non è normale riposare per così tanto tempo…”

“Sta bene, smettila di preoccuparti! Mi stai annoiando più della sua vista!”

“Guarda, Kajal, sta piangendo ancora…”

“Uff, ci mancava solo questa, lasciala perdere Anhita e vieni via, ora basta!”

Silenzio, terribile e opprimente silenzio. Erano secoli ormai che non provavo tale pace, i pensieri lontani di persone a me sconosciute, le risa e le urla… La sua voce. Nulla.

Sapevo cos’era successo, ricordavo il treno, il suo dondolio frenetico, gli scossoni della carrozza mentre lasciava i binari e si rotolava su se stessa come un’irrefrenabile corsa. Il trambusto e la paura di quelli vicino a me, le loro urla disperate alla ricerca di un loro caro… L’odore del sangue, mai come in quel momento mi era parso così irresistibile, invitante…

Per quanto volessi dimenticare non potevo negare cosa fosse successo, e temevo il fatale incontro con Lei, perchè sapevo che aveva visto la furia della sete nei miei occhi, non potevo tardare quel momento, dovevo spiegarle.

“Camila!” Mi voltai ma intorno a me vi erano solo quattro pareti di pietra spoglie. Lentamente mi alzai dal freddo giaciglio in cui avevo riposato, dirigendomi a piedi nudi verso la porta chiusa in legno, ma appena mi avvicinai, questa si aprì.

La figura davanti a me la ricordavo, era lei che mi aveva salvata. Era però più alta di quello che ricordavo, e i suoi capelli sembravano fiamme vive sulla sua testa, lunghi ricci in preda ad un vento proveniente da un altro mondo. I suoi occhi ora che li avevo davanti erano di un nero profondo, due abissi in cui poter sprofondare senza alcun rimpianto. Gli abiti erano logori ma di buona fattura e di tempi quasi recenti.

Sorrise quando mi vide, mentre mi veniva incontro con passo affrettato: “Finalmente, temevo di non rivederti più sveglia…” Aveva una voce squillante, alta fin quasi a danneggiarmi le orecchie, mi abbracciò mentre continuava a parlare: “Alcuni di noi dopo un trauma forte decidono di loro spontanea volontà di dormire per un tempo indefinito, come a voler dimenticare il loro passato, sono contenta che tu sia qui ad affrontare tutto con con grande coraggio.”

Coraggio? Ma di cosa stava parlando, se avessi potuto sarei scappata lontano da tutto, da quel luogo triste, dal fiume di parole che mi aveva appena travolto, dalla decisione di intraprendere quel viaggio assurdo.

Avrei voluto fare come qualche tempo fa, mentre mi lasciavo alle spalle quel maledetto Hijo de Puta… Ma lei mi teneva legata dai suoi discorsi, con quella strana voce.

Dopo qualche istante tra una pausa e l’altra le chiesi: “Chi sei?”

Il suo volto si illuminò quasi le avessi fatto la grazia di rivolgerle la parola.

“Io sono Anhita, è un piacere poterti ospitare qui, devi essere davvero stravolta, presto ti rimetterai ne sono sicura, basterà qualche notte di caccia e tutto tornerà come prima…”

“Per quanto tempo ho dormito?” Le chiesi.

“Hai dormito per tre notti intere, avrai fame. Vieni, io e mio fratello ti faremo da guida.”

Non avevo forza a sufficienza per farlo da sola, lo sapevo bene, e per quanto questo mi disgustasse non potevo far altro che affidarmi a questi due estranei.

Estranei… No, conoscevo qualcuno che doveva essere da quelle parti, da sola in cerca di me, di quella forza che lei non aveva, di una spalla su cui poter piangere e riposare, con la certezza nel cuore che vi era qualcuno che l’avrebbe difesa da tutto… Ma ora era sola, triste e disperata.

“Le persone coinvolte nell’incidente, tra di loro vi era una ragazza di poco più di vent’anni, il suo nome è Camila… Sai dove poterla trovare?”

A tali parole il suo volto perse il sorriso, e il suo sguardo divenne più cupo e pensieroso…

“Mi dispiace, ma non c’è nessun sopravvissuto tra i mortali coinvolti nell’incidente…”

La sua voce ora era solo un sussurro ultraterreno che continuava a rieccheggiare nella mia testa. Nessun sopravvissuto… Non era possibile, sapevo che lei si era salvata, l’avevo vista, ferita ma viva…

Dovevo trovarla, ma ero in condizioni pietose, sapevo di avere i lineamenti deformati per la fame. Dovevo attendere e capire…

Continua…

Un lungo viaggio verso Varna

Posted in Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… O forse no.

Durante l’arco di tutta una vita i mortali si fissano degli obiettivi da raggiungere, desideri e sogni, molti dei quali non vedranno mai un raggio di sole. Per noi immortali è lo stesso. Erano passati tanti anni da quando lasciai le mie terre, troppe forse, e il desiderio di respirare ancora quell’aria, di essere circondata da giardini colmi di alberi di sakura era troppo forte, così tanto da rendermi cieca e imprudente…

Ma davanti a Camila ero inerme, per cui le dissi di si. Pianificammo tutto, un certificato medico attestava una malattia molto rara che non mi permetteva di espormi ai raggi del sole, e che, di conseguenza il mio alloggio in cabina doveva restare perennemente in ombra, e che Camila, in quanto mia accom si sarebbe occupata di qualsiasi mia necessità, nonchè della pulizia della mia stanza. L’unico timore che non osavo pronunciare era il prolungato digiuno, confidavo semplicemente nel mio forte autocontrollo.

Mentre io mi occupavo che la mia presenza passasse inosservata sul treno, Camila pensava a quale abiti e libri portare, si documentò sul tragitto e sulla vita durante il viaggio, studiò perfino alcune credenze dei luoghi che avremo visitato. Alcune notti poco dopo il mio risveglio la trovai appisolata su montagne di libri o sulla moltitudine di valigie che aveva deciso di portarsi dietro. Osservavo teneramente il suo respiro regolare mentre l’adagiavo dolcemente sul letto, e mi stupivo a pensare alla sua età, a quanto fosse cresciuta ormai, a come fosse diventata una giovane donna indipendente… E capivo dal suo gran da fare che non pensava saremmo tornate da questo viaggio…

Un viaggio di sola andata.

Non potevo fermare quello che avevamo cominciato ormai, ma solo in quel momento ne ebbi la piena consapevolezza.

Nulla si poteva fermare a questo punto.

Partimmo.

Il viaggio iniziò lento e calmo, ci mischiavamo nella folla dei passeggeri; la ricca Signora Orientale e la sua accompagnatrice. Non facemmo mai nulla per smentire le voci che circolavano sul nostro conto, la bella signora che era rimasta affascinata dalla giovane occidentale e che la voleva portare nella sua patria per godere della sua bellezza…

Insieme ridevamo di questi pettegolezzi, poi Camila fantasticava su come sarebbe stato vivere in Giappone, in una di quelle classiche casette di riso immerse in un giardino pieno di fiori di loto in un laghetto…

Io non potevo godere del paesaggio come Camila, e sapevo che ne rimaneva ogni giorno affascinata. Sapevo anche che faceva amicizia velocemente con gli altri viaggiatori, e che tutti le volevano bene.

Per mio conto facevo il meglio che potevo invece per restare il più lontano possibile dagli altri, leggendo i miei libri chiusa in un innaturale silenzio. Era l’unico modo per non cadere preda della sete.

Una volta arrivati a Giurgiu dovemmo prendere un traghetto per attraversare il Danubio e raggiungere così la tappa successiva del viaggio, Ruse, da dove sarebbe partito un altro treno diretto verso Varna. Tutto ciò fortunatamente avvenne nelle ore successive al tramonto, permettendoci di godere del fantastico paesaggio che il fiume prima, e i monti dopo regalavano agli occhi. L’aria in quella zona dell’Europa era carica di mistero, come se qualcosa fosse celata dalle ombre pronta a saltar fuori. Tuttavia non avenne nulla con mio grande sollievo, almeno fino quando non scendemmo a Varna…

Il digiuno mi aveva reso debole e iniziavano anche a vedersi i primi segni sul mio volto, dovevo solo tenermi lontano dai mortali in modo tale da non sentire il loro odore, ma mano a mano che passavano le notti l’aria del treno diventava sempre più satura dell’odore del sangue…

… Eravano a poche miglia dalla stazione di Varna quando il treno frenò bruscamente, una voce nell’interfono ci comunicava che c’era stato un piccolo guasto, ma che a breve saremo ripartiti per raggiungere la destinazione.

Furono lunghi attimi, in cui tutti i passeggeri si guardavano con aria ansiosa, cercando di trarre forza e coraggio dagli gli uni dagli altri.

Di contro, mentre tutti cercavano la vicinanza altrui, io mi dovetti allontanare, la paura diventava sempre più forte con il passare del tempo, impregnando il vagone di un profumo inebriante e invitante… Poi, di colpo il treno iniziò a muoversi, sempre più veloce, fino a quando il macchinista ne perse il controllo e deragliò in un’esplosione di suoni metallici sull’erba fredda.

Per un istante tutto fu immobile, silenzioso, poi ci furono dei singhiozzi sommessi, ai quali si aggiunsero dei pianti, e infine urla di dolore. Restai ferma per qualche secondo, consapevole di chi avevo intorno, cercando Camila con il pensiero, aveva riportato qualche graffio ma stava bene. Poi iniziai a guardarmi intorno, nel caos della caduta i passeggeri erano sparsi ovunque, e mano a mano che prendevo sempre di più consapevolezza per la disgrazia che ci aveva colpito, tutto divenne nero.

Qualcuno vicino a me era stato ferito gravemente da una lastra metallica, il suo sangue mi mandò letteralmente in estasi, e dopo tutte quelle settimane, non potei far altro che cibarmi di quel povero sventurato. Non ero più in me, non riuscivo a ragionare, sebbene sapessi che quello che stavo compiendo era contro ogni regola che fino a quel momento mi ero data, contro gli insegnamenti che avevo impartito ad Esteban… Contro tutto… Non potevo nulla, ero inerme, e più bevevo più avevo sete. Tutte le voci vennero azzitite dal suo battito, fino a quando l’ultimo non riecheggiò sordo nelle mie orecchie… Iniziai a piangere lacrime di sangue, sapevo cosa avevo fatto e che ormai, non potevo tornare indietro.

Improvvisamente un lampo bianco entrò nel mio campo visivo, mi afferrò per la spalla e mi trascinò lontano da tutto e da tutti…

Ricordo solo di aver sentito una tremenda botta dietro la nuca e una voce calma e dolce che sussurrava: “Non ora, e non qui sorella… Ci sarà tempo per il rimpianto.”

Poi, svenni.

Continua…

Dolce oblio

Posted in Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

La carrozza oscillava nel suo perpetuo viaggio lontano da quel marciume, lontano da quegli occhi isterici. Per la prima volta dopo tanti secoli, quella notte sognai. Sognai mura infrante, volti sfugirati, urla e pianti. Vi era un dolore e una
sofferenza immensi, e ogni volto che incontravo ovunque i miei occhi si posassero era quello di Camila.

Ma per quanto la mia mente non volesse assopirsi, il mio corpo restava immutato, come quello di un cadavere appena morto, ero prigioniera di me stessa e le catene che mi trattenevano erano più resistenti di qualsiasi metallo esistente… Un dolce oblio.

Ancora una volta la consapevolezza che durante le ore diurne potesse accadere di tutto prese il sopravvento, accompagnandomi fino al tramonto.

Quando aprì gli occhi, la carrozza si era fermata, e la quiete regnava tutto intorno, pensando al peggio mi sollevai dal mio sonno e cercando di capire cosa stesse succedendo. Appena scesa vidi il cocchiere e Camila dirigersi verso la carrozza, il volto di lei era raggiante, sembrava che nulla fosse successo. Il suo volto si apriva in un sorriso sempre più grande mano a mano che mi veniva incontro, era euforica quando mi abbracciò.

“E’ un paese meraviglioso questo, lo adorerai, come già lo adoro io.” Mi disse in un sussurro.

Non potei far altro che ricambiare il suo abbraccio e annuire alle sue parole, avrei fatto di tutto per quella ragazzina e la sua felicità, ma quel pensiero riportò alla memoria il volto di Esteban e quello che era successo, e che ora sapevo, non avrei potuto evitare.

Con la carrozza ci dirigemmo presso questo paese, di cui oggi non resta ormai nulla nemmeno il nome, era poco più che un piccolo aglomerato di casupole, l’aria fresca dell’aperta campagna era frizzante, portando con se una sensazione di pace.

Una volta arrivati alloggiammo alla piccola e unica taverna, l’oste ci accolse con calore, segno che le doti di Camila erano servite per spianarci la strada e non avere ulteriori problemi. Una volta depositati i bagagli congedai il cocchiere e andammo a curiosare tra le strette vie del paese. Camila mi teneva per mano, trascinandomi da una parte all’altra fino a condurmi ad una vecchia casa in disuso ormai da anni. Si fermò davanti al cancello arrugginito, poi si voltò verso di me sorridendomi:

“Che ne dici? Sembra accogliente, con un po di pulizia sarà meravigliosa…”

“E’ bellissima…” le risposi, incapace di proferire altro, lei mi osservava, lo sguardo pieno di comprensione, era come se questa volta fosse lei a leggere nei miei pensieri.

“Sarebbe perfetta per noi, ricorda tanto la nostra casa a Toledo… Potrebbe portarci la stessa felicità non trovi?”

“Se è questo che vuoi piccola mia cercherò di accontentarti, domani…”

Scosse il capo, fermandomi con un gesto della mano: “E’ libera, è stata abbandonata più di venti anni fa, e il vecchio proprietario non aveva eredi, possiamo averla chiedendo semplicemente al Sindaco, perdona se mi sono informata prima di parlartene, ma è stato più forte di me…”

“No, va bene così, dopotutto ci serve un po tempo per fermarci, se è questo che vuoi.”

Lei annuì contenta, gli occhi colmi di lacrime di gioia.

Fu lei a prendere in mano la situazione questa volta, andò a parlare con il sindaco e la sera successiva ci fece ottenere i permessi e le carte per rendere nostra quella casa.

Una volta al suo interno dovevamo solo ripulirla dall’incuria, poi sarebbe stata pronta per essere abitata. Certo, quel piccolo paesino dava poco spazio ai delinquenti, e cacciare li per me significata cibarmi di animali nei dintorni, e dei malfattori che per caso capitavano li. Potevo sempre nutrirmi degli abitanti senza necessariamente ucciderli, ma non volevo farlo, avrei lasciato che quelle persone vivessero inconsapevolmente ancora per un bel pò di tempo.

I giorni passarono, e così le settimane e i mesi, Camila aiutava il sindaco di modo da potersi sentire autosufficiente, sebbene non ce ne fosse la necessità voleva che tutto sembrasse normale agli occhi altrui. Nel suo tempo libero invece dava lezione gratuite di pianoforte ai bambini più portati. In poco tempo si fece amare da tutti, e lei amava quel mondo fatto di poche ed essenziali cose materiali. Capì osservandola che lo sfarzo che avevo cercato di donarle a Toledo era stato oppressivo. Ora la vedevo sorridente e parlava addirittura della sua città natale e del giovane che le insegnò tanto, una vera bellezza a suo dire.

E così passarono gli anni, tutto si dissolse lentamente, da prima la paura che durante il nostro viaggio ci era alle calcagna, poi gli orrori di Dominique ed Etienne, e in seguito quello che ci costrinse a lasciare Toledo, ora ricordavamo con piacere i bei momenti passati davanti al fuoco o in taverna con Esteban, prima che a lui venisse offerto questo oscuro dono, e lentamente perdemmo la voglia di continuare il nostro viaggio. Camila divenne una donna meravigliosa, corteggiata da tutti, ma lei aveva sempre e solo in mente il suo giovane amore che per tanto tempo aveva tenuto nascosto nel cuore…

Dal canto mio lasciai che tutto si compiesse, che fosse lei a decidere, senza che la mia innaturalità la segnasse…

Fu in quel luogo che scoprì che non siamo fatti per retare a lungo in un luogo, che per quanto non siano visibili ad occhio nudo, ogni città ha le sue sbarre che tengono imprigionati, e a malincuore, dovetti ammettere che mi mancava la compagnia di un immortale, uno simile a me, uno che per quanto concepisse la nostra mostruosità non si comportava di conseguenza, ma anzi che cercasse di portare del bene sebbene dannato…

Ero in stasi, in attesa che qualcosa accadesse, poi una notte poco dopo il tramonto Camila tornò a casa di corsa, il respiro affannato, con un volantino logoro in mano.

“Il nostro viaggio può ricominciare Reyko.”

Le guance rosse per l’emozione e gli occhi pieni di aspettativa mi trascinarono nel vortice del suo entusiasmo, lentamente abbassai lo sguardo verso il pezzo di carta.

E tutto si compì. Un nuovo viaggio ci attendeva, uno che mi avrebbe riportato a casa…

 Continua…

 

Una nuova vita

Posted in Incontri immortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Il viaggio in carrozza fu indubbiamente scomodo, soprattutto per Camila, ma era il modo migliore per allontanarsi da Toledo e non destare sospetti per me. Osservavo il suo volto durante la notte, lo sguardo fisso nel vuoto, osservava qualcosa che andava al di la del visibile. Nessuno riusciva a capire cosa stesse pensando, e io non volevo infrangere quello scudo che aveva eretto per proteggersi. Aveva visto troppe cose, cose che da sola non riusciva a spiegarsi, ma che nello stesso tempo temeva di chiedere a me. O almeno questo era quello che intuivo.

Di una cosa ero certa, era tremendamente triste, non riusciva a scrollarsi di dosso quello che era successo, e le conseguenze che sarebbero derivate da tutto ciò. Ricordo che una notte lontana mi ero ripromessa di confidarle che a Toledo c’era ancora qualcuno che la pensava, e che la piangeva. Qualcuno che apparteneva ad un mondo normale, qualcuno che non si doveva rifugiare in una bara di giorno per sfuggire dai raggi del sole… E ora, che la vedevo in quello stato, rimpiangevo di non averlo fatto prima. Se lo avessi fatto forse lei mi avrebbe lasciata, riprendendo a vivere la vita che si era lasciata alle spalle, non avrebbe mai incontrato Damian, e non si sarebbe affezionata così tanto a Esteban… Ma per quanti poteri questa vita potesse darmi, non ero in grado di tornare indietro nel tempo e sistemare le cose per il meglio di tutti.

In quel frangente mi nutrì solo il minimo indispensabile, e nemmeno tutte le notti. Volevo lasciarmi la Spagna alle spalle, sebbene i ricordi mi avrebbero seguita per sempre. Chissà se avrei ancora rivisto il mio Infante… Chissà se gli avevo donato abbastanza conoscenze per poter sopravvivere…

Poi lentamente il paesaggio iniziò a mutare, attraversammo una tortuosa catena montuosa e al di là i colori ripresero a brillare… Il mio cuore era ancora pesante, ma dovevo tenere libera la mente per il futuro, e per fare del bene a quella ragazza che seguiva ogni mio passo ciecamente. Anche Camila sembrava giovare della variazione di vegetazione, sebbene continuasse a restare nel suo silenzio, almeno ora il suo sguardo era vivo e interessato a quello che ci circondava…

La notte successiva al nostro ingresso in terra di Francia, facemmo una breve tappa per far ristorare i cavalli, e fare così una passeggiata prima di ripartire. Lei era al mio fianco, come sempre, camminava lenta, osservando tutto intorno, e assaporando l’aria fresca che le sfiorava il volto, non potei resistere oltre, appena ci fummo allontanati dalla carrozza mi voltai verso di lei e la guardai fissa negli occhi, Camila ricambiò quello sguardo, nei suoi occhi non scorgevo più la tristezza, forse solo un po’ di amarezza… Non riuscì a dire nulla, ma mi chinai appena e l’abbracciai. Dovetti fare attenzione a non stringere il suo corpo fragile più del necessario, tanto era il mio desiderio di consolarla. Quando inaspettatamente percepì inizialmente alcuni sussulti e puoi un lieve pianto. Affondò maggiormente il volto nel mio abbraccio e io sorrisi per aver riavuto la mia Camila.

Restammo così immobili e in silenzio per un tempo infinito, poi le sussurrai all’orecchio:

“Non temere piccola mia, andrà tutto bene, qui potrai avere la vita che vorrai senza che nessuno ti faccia del male, te lo prometto…”

Lei non riuscì a rispondere, ma strinse ancora di più il suo abbraccio attorno alla mia vita. Poi, un lieve fruscio ci riportò alla fredda realtà. Il carovaniere era venuto a prenderci per poter ripartire. Tornammo così sulla carrozza, dove gli comunicai che per ora ci saremo diretti verso la costa, di modo da poter riposare a dovere, nel piccolo paese di Bayonne, avremo potuto recuperare le forze e tutto il necessario per riprendere il viaggio verso Bordeaux.

Arrivati in prossimità di Bayonne, cercai di farmi un’idea di cosa poteva aspettarci, ero terrorizzata dall’incontro di un altro membro della mia specie. Dalla mia analisi tuttavia avevo trovato tracce di alcuni vampiri che vivevano però lontano dal centro abitato, in prossimità del cimitero della zona. Valutai che la loro distanza non avrebbe comportato un grosso problema, ma dovevo stare attenta a non attirare la loro attenzione, e soprattutto la loro ira. Decisi così di prendere il coraggio a due mani, e gli feci visita dopo essermi nutrita dopo tanto tempo con una certa soddisfazione. Ma prima dovevo parlarne con Camila, mi ero decisa a non nasconderle nulla, i segreti e le menzogne non dovevano più esistere tra di noi.

“Non temere mia dolce niňa, andrà tutto bene vedrai… Non riusciranno a farci del male. “

Il suo sguardo era carico di terrore, ma anche di coraggio e voglia di vivere quando parlò: “Promettimi… promettimi che se dovessi percepire un pericolo, promettimi che tornerai subito da me…”

“Lo farò, sai che non posso vivere lontano da te…”

Le risposi dolcemente, baciandole lievemente la fronte.ntano da teMi allontanai dal carro e dalla mia dolce Camila, in direzione di quel lugubre luogo… Non capivo come la civiltà occidentale preferisse seppellire i propri morti piuttosto che bruciarne i resti…

Non ci volle molto per arrivare nei pressi del cimitero, vi entrai con passo lento ma deciso, il portone in ferro battuto era pesante e vecchio, alcuni cardini erano addirittura arrugginiti. Non feci nulla per nascondere la mia presenza, e nella mente continuavo a ripetere: “So che siete qui…” di modo che chiunque possedesse i miei stessi poteri fosse in grado di localizzarmi.

Un passo dietro l’altro, e mi ritrovai al centro del cimitero, una zona in cui presumibilmente venivano sepolti i nobili di quel paese, dalle lapidi semplici e grezze e dalle fosse comuni, si era passati a statue di fattura quasi perfetta, vere e proprie opere d’arte.

Rimasi qualche istanti ferma ad osservarmi intorno, in attesa di un suono che mi indicasse la presenza di qualcuno… Poi notai una statua in penombra, più trascurata delle altre, e compresi… Mentre mi dirigevo verso di essa mi costrinsi a non pensare ad altro se non al mio invito di farsi avanti, una volta davanti alla statua vi girai attorno in cerca di un passaggio nascosto, e proprio al di sotto del grande cespuglio di rovi alle sue spalle lo trovai. Era stato scavato molto tempo fa, e si gettava quasi in verticale verso il vuoto della terra. Il tanfo di muffa e morte mi inorridiva a tal punto da dover porre una mano sulla bocca, sebbene questo gesto apparteneva più alla mia parte mortale… Scesi le scale rudimentali scavate nella pietra per molti minuti, fino a quando non raggiunsi un piccolo cerchio illuminato solo dalla fievole luce della luna.

Improvvisamente un suono sordo proveniente dal muro alle mie spalle mi fece voltare, giusto in tempo per notare il grosso pietrone che si spostava per far spazio ad una figura dai capelli color del fuoco.

“Benvenuta nella nostra umile dimora… Reyko, ti stavamo aspettando…”

Continua…

Una fine e un inizio

Posted in Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

Dopo quella notte tutto cambiò… Tutti noi cambiammo…

Camila venne colta da un panico senza precedenti, nessuno riusciva a scuoterla da quel torpore che sembrava essersi impossessato di lei, non usciva più, e a stento mangiava qualcosa, principalmente si limitava a stare davanti al camino, lo sguardo fisso nel vuoto… Solo ogni tanto portava la sua attenzione su un vecchio libro ormai logoro che teneva aperto sulle ginocchia, anche se dubito leggesse realmente quello che vi era scritto…

Io restavo ad osservarla dallo stipide della porta a braccia conserte, cercando di capire a cosa stesse pensando… Ma per quanti sforzi facessi, vi era un muro insormontabile nella sua testa. Ero solita alzarmi presto, appena dopo il tramonto, cacciavo nei vicoli più malfamati della città, come avevo fatto prima del mio incontro con Camila, ma capivo che era cambiato qualcosa in me, sebbene ancora al tempo non riuscivo a capire con esattezza cosa. Da subito insegnai al mio infante come cacciare, e sopratutto a come doveva farlo da solo… Per entrambi era un sollievo credo, avere questi piccoli momenti di intimità… Almeno per me. Ogni volta che lo guardavo pensavo che se avessi agito in modo differente lui sarebbe morto, o forse sarebbe ancora nelle taverne con un calice di vino in mano ad intrattenersi con una bella donna… Mi chiedevo se avessi fatto la scelta giusta, ma era troppo tardi per i ripensamenti, soltanto con il tempo avrei potuto sostenere di aver avuto ragione… Non ebbi mai il coraggio di chiedergli cosa pensava, e ormai la sua mente mi era preclusa per sempre, era come se mischiando il nostro sangue si fosse creato un legame indissolubile tra di noi…

Esteban invece sembrava affascinato da tutto, e sapevo che era così, soltanto poco tempo addietro io avevo provato le sue stesse sensazioni… Si svegliava quando ormai le tenebre avevano invaso le strade di Toledo, si nutriva come gli avevo insegnato di fare… Ma per il resto continuava a frequentare le vecchie taverne e a intrattenersi con chi riteneva più adeguato, vantandosi più che mai del suo fascino che ancor di più attraeva sia donne che uomini, e andando in giro a fare lo sbruffone con tutti.

Passarono molti mesi, poi tutto mutò nella maniera più naturale possibile. Esteban voleva una casa tutta per se, e io dovevo trovare un modo per scuotere Camila, così in accordo io e lui decidemmo che la casa restasse a lui, mentre io e Camila avremmo intrapreso un viaggio che avrebbe toccato dapprima l’Europa, con le sue vecchie città, e poi il nuovo mondo che tanto l’affascinava… E in seguito segretamente cullavo il desiderio di portarla nella mia antica terra…

Quando tutto fu pronto ci salutammo…

Non sapevo se avrei più rivisto il mio giovane e irresponsabile infante, ma sapevo che si sarebbe messo nei guai una notte o l’altra… Gli lasciai abbastanza soldi e gemme per vivere con le agiatezze che più riteneva necessarie, il pianoforte, che dubito abbia mai toccato in tutta la sua vita immortale, alcuni libri, un piccolo diario di tutto quello che avevo fatto e quello che avevo appreso da sola, non volevo lasciarlo cieco in questo nuovo mondo…


E infine in una scatola di legno di ciliegio gli lasciai una spilla di giada a forma di libellula.

Partimmo…

Io e Camila attraversammo la Francia, facendo visita a Parigi, Lione, Bordeaux, Louvre… E poi volgemmo il nostro sguardo all’Italia, Milano, Firenze, Roma… Per poi dirigerci in Grecia, e risalire il continente verso la Russia, spingendoci fino l’India… Ma forse sto correndo troppo…

Successero molte cose, importanti e non che forse vale la pena rivivere e raccontare.

La nostra prima tappa fu la Francia…