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L’inizio della cerca

Posted in Mortali, Vendetta on novembre 16, 2011 by Reyko

… Avevo perso il contatto con la realtà e il tempo che mi circondava. Le persone intorno a me lasciavano il passo alle generazioni future, i paesaggi delle città diventavano più aspri, ricchi di alti e ricchi palazzi e di fabbriche che emettevano fumo incessantemente… Tutto mutava, eccetto io e il mio desiderio di vendetta.

Arrivata a Toledo andai a controllare la casa che avevo comprato con Camila, quella in cui avevo offerto rifugio a quell’Hijo de Puta, il luogo sicuro che gli avevo lasciato affinchè non si sentisse abbandonato…

Vuota.

Abbandonata da molto tempo, il suo odore era sparito da tempo, e io non potevo arrivare a lui direttamente, dovevo trovare tracce del suo passaggio dalle menti altrui.

Entrai.

I miei passi rieccheggiavano nelle stanze vuote, diedi uno sguardo veloce ai mobili coperti da lunghi teli bianchi, almeno aveva avuto la decenza di lasciare li tutti i miei averi. Poi il mio sguardo si posò su quel camino che aveva fatto da sfondo a tante notti, al tempo in cui tutti e tre vivevamo insieme… E il passato mi assalì come una raffica di vento gelido, il suono della voce di Camila, la figura di Esteban seduto accanto a lei a farle compagnia… La mia felicità nel vedere quanto si volessero bene entrambi.

Maledizione.

I mesi che seguirono li passai a perlustrare le strade della città, come un segugio in cerca della sua preda, senza però ottenere alcun risultato, sembrava essersi dileguato.

Poi lo vidi, una figura sbiadita nella mente di una puttana. Si stava vantando con una collega del miglior amplesso mai avuto in vita sua, e il volto di Esteban era spuntato fuori in un turbinio di sete poco pregiate. Quanto squallore in quella visione, era tutto così terribilmente sbagliato. Diceva che l’aveva lasciata qualche mese prima, una notte di punto e in bianco. Ma le aveva lasciato un regalo molto prezioso con cui si era pagata i suoi vizi e una casa tutta sua. Nella sua mente si stagliò l’immagine della spilla a forma di libellula che gli avevo donato prima di andarmene. Alla fine però aveva chiesto in giro ad un suo amico marinaio e aveva scoperto che il fusto con cui era stata si era imbarcato su una nave poco raccomandabile diretta nel Nuovo Mondo.

La rabbia montò come una furia.

Come può un infante sputare sull’eredità che gli aveva lasciato la propria Sire in un modo così squallido e senza ritegno…?

Ma se quello che la donna aveva detto era vero avevo ancor meno speranze di trovarlo. Già il Vecchio Continente era abbastanza ampio da rendere la cerca lunga, se dovevo muovermi oltre oceano ci avrei messo decenni interi… Tuttavia avevo un modo per poterlo rintracciare, il vizio per le belle donne e per il sesso non lo aveva perso, e questa sua ossessione gli sarebbe costata cara… Certo chissà quali altri vizi era riuscito a concepire con la mente malata che si ritrovava, potevo soltanto seguirlo in America.

Se avevo abbastanza fortuna era riuscito a importunare donne della nostra razza, e allora tutto sarebbe stato più semplice. Dopotutto ero più scaltra di lui, e sicuramente avevo più coraggio, non avevo certo chiamato una stramba organizzazione, avrebbe avuto alle costole il peggior Cacciatore sulla terra…

Continua…

Umanità infranta da un infante

Posted in Cacciatori, Mortali, Vendetta on novembre 16, 2011 by Reyko

… Un urlo straziante proveniva da dietro le mie spalle.

Un urlo carico di rabbia.

Keishi era al mio fianco, inginocchiato, la sua mano che sfiorava i capelli di Camila, il suo volto rigato dalle lacrime era deformato dall’odio, osservò l’uomo che stava di fronte a noi con un’ira tale da permeare l’aria, il cacciatore fece un passo indietro… Alzai lo sguardo per vedere il suo volto, il suo terrore. Stava scuotendo la testa, gli occhi sbarrati sul corpo di Camila.

“E’ colpa tua vecchia megera! Se lei non si fosse avvicinata a te così tanto sarebbe ancora viva, avrebbe avuto un futuro felice… E invece guarda! Guarda è morta per colpa tua, per il tuo egoismo nel tenerla vicina. Ora pagherai…” La sua voce era un urlo isterico. Mentre parlava non potevo fare a meno di pensare che quest’uomo mi conosceva, sapeva come avevo incontrato Camila, era sua premura che lei restasse viva dopo in nostro incontro, ma ero sicura di non averlo mai incontrato sul mio cammino a Toledo, o in qualsiasi altra città visitata durante il nostro viaggio…

“Chi ti ha mandato a cercarmi? Sono stanca delle tue parole, dici che Lei non doveva morire, eppure è la prima volta che ci incontriamo, chi sei?” Ero in piedi ora di fronte a lui, una figura sottile che lo minacciava.

“Non lo ripeterò un’altra volta, se non vuoi parlare lo farà la tua mente…” E dicendo ciò allungai le braccia verso di lui, afferrandogli la testa con le mani, tenedola stretta e osservando con gli occhi i suoi ricordi. Il suo sguardo era terrore puro.

Erano immagini sfuocate, che passavano veloci, una dietro l’altra. Poi d’un trato lo lasciai andare, entrambi barcollammo. Poi una figura si fermò nei suoi pensieri, nitida come il sole, e restai di sasso. Lo guardai incredula, incapace di emettere alcun genere di suono, mentre lui mi osservava con occhi pieni d’odio e schifato per la mia natura…

Il silenzio ci aveva avvolto sotto una pesante coperta, il tempo fuori si era fermato. Dopo qualche istante parlai…

“Tu… Tu… Sei un Cacciatore, mi hai seguita dopo che il tuo compare aveva perso le mie tracce in quel dannato paese… Non può essere… Non conosci l’uomo che ti ha commissionato questa crociata, hai solo accettato per i soldi che ti venivano dati…” La sua immagine continuava a torturarmi, come se qualcuno mi avesse pugnalato al cuore.

“Odi così tanto la mia razza che non ti sei nemmeno chiesto chi fosse costui…” Mentre dicevo ciò Keishi si era rialzato, appoggiando dolcemente il corpo inerme di Camila. E quando si scagliò verso il Cacciatore con un impeto dettato dalla furia che non riuscì a fermarlo. gli si avventò addosso colpendolo con i pugni e con i calci, quella lotta fuoriosa e disperata li aveva fatti cadere entrambi, poi sentì un colpo che attraversò il silenzio della notte. Qualche istante più tardi il corpo di Keishi era rimasto a terra privo di vita. il Cacciatore si rialzò con fatica.

“Che anche quest’anima sia sulla tua coscienza.”

“Tu non sai nemmeno di cosa stai parlando, sei accecato dall’odio, come chi ti ha pagato lo era dal risentimento. Se eri un vero Cacciatore di Vampiri avresti dovuto fermarti a riflettere, come faceva a conoscere tutto di me, ogni minimo particolare…”

“Non mi interessa! Tu sei un abominio! Un mostro che deve soltanto finire all’inferno!”

“Oh, ma io all’inferno ci sono già… E tu avresti dovuto uccidere colui che ti ha dato quella sacca di denaro sporco di sangue, perchè anche lui era un abominio, come lo sono io…”

Queste parole subirono l’effetto che desideravo, vidi nei suoi occhi un’incredulità che si tramutava in terrore. Poi sorrise…

“Allora prima finirò il lavoro qui con te, poi tornerò per ucciderlo personalmente… Così che…”

Non gli diedi il tempo di finire la frase, mi avventai su di lui e prima spezzai l’osso del collo gli dissi…

“Oh ti sbagli mio caro, non ti permetterò di tornare da lui, ne tanto meno ti posso dare la possibilità di ucciderlo, perchè vedi lo farò io con queste mani… Gli ho dato tutto, l’ho salvato e ora lui mi ripaga così meschinamente… Quell’Hijo de Puta pagherà per la morte di Camila e di Keishi!” Il colpo che ricevette fu così violento che la testa si staccò dal corpo con un sonoro schiocco, poi le sue membra caddero privi di vita…

Il mio stesso infante… Come aveva osato, gli avevo dato tutto, avevo cercato di essere un buon Sire, una guida da seguire…

Ora sapevo perchè il Cacciatore era rimasto impietrito dalla morte di Camila… Lui voleva me, perchè lo avevo abbandonato? Perchè non lo avevo portato con me? Tuttavia amava Camila, seppur a modo suo e a lei non avrebbe fatto alcun male…

Avevo così tante domande da fargli non poteva pensare di cavarsela così facilmente… Voleva me? Beh il suo desiderio era stato ascoltato perchè era quello che avrebbe avuto!

Presi la collana che Camila teneva appesa al collo e l’anello di Keishi, poi uscì da quella casa, lasciandomi alle spalle un’altra scia di morte mentre appiccavo il fuoco per bruciare ogni traccia di quello che era accaduto. Nessuno doveva sapere, nessuno.

Poi tornai dal piccolo Eisen, lo affidai ai genitori di Keishi, inventando una storia abbastanza credibile su un incidente in cui Camila e il marito erano morti, e che ora il piccolo aveva bisogno di un posto dove stare che fosse sicuro…

Quella notte stessa lasciai il Giappone, dove per la seconda volta era morta la mia umanità, e non feci più ritorno.

Reputavo il mio infante astuto, sapevo che se ne era andato da Toledo, ma dovevo partire da li per seguire le sue tracce.

Questa volta sarebbe stato lui ad avere un Cacciatore alle calcagna, e quel Cacciatore ero io, Esteban del Gado non se la sarebbe cavata questa volta, non così facilmente…

Continua…

Una vita nasce… Un’altra muore…

Posted in Cacciatori, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Non appena sbarcammo l’odore salmastro del mare si confuse con quello degli alberi sakura in fiore. Erano le ore che precedevano l’alba, quando tutto il paesaggio viene avvolto da una fitta coltre di bruma, rendendolo più simile a un sogno che alla realtà, Camila si guardava intorno, il suo sguardo brillava di stupore e gioia.

Era passato più di un secolo, e il mio amato paese, come tutto, era mutato, ora si poteva scorgere l’artiglio dell’occidente sulle nostre strade. Una profonda malinconia mi colse, avevo sperato di ritrovare le piccole cose che tanto amavo intatte, invece tutto ormai era cambiato… Tutto tranne io.

Camminammo per le strade di Matsue, il cinguettio degli uccelli accompagnava i nostri passi per le strette vie secondarie, in cerca di una casa da tè nella quale riposare.

Quando finalmente la trovammo, mi preoccupai di contrattare con la direttrice del nostro soggiorno, mentre Camila sistemava le nostre cose nella piccola stanza che ci era stata assegnata. Le porte scorrevoli in carta di riso, i profumi del tè, della cucina e del cerone bianco si mescolavano in una fragranza unica che non si poteva dimenticare, inspirai profondamente a occhi chiusi, mentre venivo investita dai ricordi di una vita passata… Ma il sorgere del sole era ormai prossimo e ben presto caddi in quello strano sonno più simile alla morte, mentre le immagini del mio passato continuavano a torturarmi, e per quanto fosse eccitata di trovarsi in un posto per lei magico anche Camila si addormentò subito…

Sapevo di essere a casa e al sicuro.

“Reyko…”

“Reyko, svegliati..”

Era la voce di Camila che mi riportava alla realtà, mentre il volto di Hoshiko si attardava a sparire… Chissà se era rimasto in Giappone, oppure se anche lui aveva deciso di perdersi per il mondo… Chissà quanto immortali aveva conosciuto e con i quali si era intrattenuto… Ma la voce di Camila insisteva, e così con grande sforzo ripresi coscienza di me e del mondo che mi circondava.

“Guarda Señora, guarda fuori, quante luci… E quanta gente…” Camila era affacciata alla finestra che dava sul giardino, e osservava a bocca aperta il fiume di gente che si apprestava a passare una serata tranquilla al di fuori del lavoro.

Non potei fare a meno di sorridere con il cuore più leggero vedendo la sua gioia.

“Vieni niña prepariamoci per uscire, abbiamo tutto il diritto di divertirci anche io oggi…” Così dicendo le porsi un kimono dal motivo floreale color pastello, l’aiutai a vestirsi, come si fa con una figlia ancora inesperta. Quando vide la sua immagine riflessa allo specchio, per un istante tutto venne cancellato, gli attacchi, le violenze… Toledo… Tutto.

Uscimmo per le strade di quel paese, l’accompagnai a mangiare in un chiosco di ramen e in seguito le feci da guida per le strade, indicandole i nomi in giapponese, e spiegandole tutto quello che doveva sapere per vivere in quel posto meraviglioso, sospeso tra passato e presente.

Passammo le due settimane seguenti a Matsue, come se dovessimo abituarci ai ritmi della città, così diversa da quelli che avevo imparato ad avere a Toledo. I giorni trascorrevano indisturbati e tranquilli, l’aria che respiravo mi parlava della vita che avevo lasciato, appresi dai ricordi della gente quello che era successo, la guerra civile che aveva investito le nostre usanze con la prepotenza dell’Occidente… Il dolore e la decandenza che il mio popolo era stato costretto a subire… Eppure nessuno si era perso d’animo, avevano lottato a denti stretti, per la loro identità, e questo mi fece sprofondare in un turbine di vergogna… Io ero scappata, per salvarmi la vita, egoisticamente, senza preoccuparmi delle persone che mi lasciavo alle spalle, in una scia di morte.

Ma ero rincuorata dalla vista del volto di Camila, che mano a mano perdeva il pallore degli ultimi tempi, per tornare a essere raggiante, e pieno di speranza… Lei era la mia umanità che sbocciava dopo più di un secolo…

E così partimmo verso la nostra meta finale, dove avremo avuto una residenza stabile. Kyoto

Comprai una casa in legno nel tipico stile antico giapponese, mentre Camila si preoccupava di arredarla secondo il suo gusto e le nostre necessità.

Quando si è felici il tempo trascorre veloce, e spesso non si ha il tempo di soffermarsi sulle cose belle… Così accadde anche per noi in quel periodo… Camila era ormai diventata una donna adulta e indipendente, ammirata e adulata dagli uomini della sua età. Ben presto avrebbe dovuto iniziare a camminare lontano da me per costruire la sua vita, ma quando intraprendevo questo discorso Lei si arrabbiava terribilmente mettendo il broncio, dicendo che non aveva bisogno d’altro se non prendersi cura di me… Io le dicevo che si sbagliava, che presto avrebbe cambiato idea…

Ben presto infatti iniziò ad accettare il corteggiamento di un suo coetaneo di nome Keishi, facendo sempre più tardi la sera e uscendo sempre più spesso. Non potevo che essere felice per lei, lei che avrebbe avuto quello che io non avrei mai potuto avere… Una famiglia. Quando nacque Eisen fece in modo che io fossi presente, aiutandola a darlo alla luce. A tutti mi presentò come la zia Reyko, e tutti accettarono di buon grado la mia presenza nella loro vita, sebbene fossero ignari della mia natura.

Era il culmine della felicità, di tutti… E tutti avevamo la guardia abbassata, io compresa…

Non dimenticherò mai quella notte. La notte in cui Camila non tornò a casa, mentre Eisen richiamava a gran voce la presenza della madre, la notte in cui la tempesta imperversava sulla nostra casa come se volesse sradicarla… La notte in cui percepì di nuovo un senso di impotenza. La notte in cui sentì il suo grido disperato.

“Io vado a cercarla, deve esserle successo qualcosa, non posso più stare qui a far niente…” disse Keishi, in un impeto di disperazione.

“E da dove pensi di iniziare? Lascia che me ne occupi io, tu pensa a Eisen, ragiona per un momento.” Fu la mia risposta, ma lui continuò… “E fare così la figura di chi non si sa prendere cura di sua moglie suo figlio… No, non esiste, vengo con te!”

“Ah, al diavolo. Vieni, ma non intralciarmi… Eisen sarà più al sicuro qui.”

Lasciammo il piccolo in lacrime tra le braccia di una badante, mentre io e Keishi ci catapultammo in strada in cerca di Camila.

Era come un incubo che si ripeteva di nuovo… In cerca di nuovo del mio tesoro.

Cercai ogni traccia di lei nei pensieri delle persone, cercai la sua mente… Ma dovemmo allontanarci di molto per trovare qualcosa. Keishi era esausto alle mie spalle, ma non voleva arrendersi, e l’unica cosa che gli dava la forza di andare avanti era l’amore che provava per lei… Un’amore che era più simile alla disperazione.

Poi ad un certo punto mi fermai di colpo, avevo già sentito quell’impronta. Una mente calcolatrice, fredda, il respiro misurato, così come il battito del cuore. Scrutai nella sua mente, e sebbene fosse disciplinata e difficile da piegare, riuscì a capire chi fosse… E cosa volesse…

Un cacciatore, e voleva la mia morte, era disposto a tutto pur di avermi, provava un odio tale che non potei far altro che comprenderlo… Ma non potevo perdonarlo per aver preso Camila.

Entrai a passi lenti e regolari nella casa in cui si nascondeva, senza celargli la mia presenza.

Lui era seduto in salotto, ai suoi piedi c’era un fagotto che respirava pesantemente, e scorsi i capelli della mia amata Camila, fortunatamente per lui non l’aveva picchiata, ma drogata.

“Cerchiamo di non perdere la calma e di fare cose di cui ci pentiremo daccordo?” Gli dissi mentre mi avvicinavo sempre di più.

Lui scosse la testa. “Stai indietro, e non ti azzardare a fare i tuoi trucchetti mentali con me, so di cosa sei capace e non riuscirai a infinocchiarmi!” Quanta spavalderia nella sua voce, non teme nulla, nemmeno la morte… “Cercavi me, giusto? Eccomi, lascia andare lei, non ti serve…” La mia voce era un sussurro.

“Non è così che funziona, ora non sei più tu a dettare le regole.”

“Ah no, e chi sarebbe allora?” Lo incalzai. “Mi dispiace Bambola di Porcellana, non ho alcuna intenzione di dirti niente… Tu devi solo morire, e così tutti loro che sono stati contaminati da te e dal tuo sangue…”

Mi voltai versi Keishi che era rimasto qualche passo dietro di me. “Keishi san, esci da qui e aspetta fuori.”

“Non ci penso nemmeno, cosa sta succedendo qui?” Chiese lui. “Non è l’ora di fare domande, fai come ti dico, esci!”

L’uomo approfittò della mia distrazione, alzò la mano che impugnava la pistola, io mi voltai appena in tempo per vedere che premeva il grilletto, e poi qualcosa di rosso macchiò il mio volto…

Camila era in piedi davanti a me, mi osservava, gli occhi erano lucidi e il suo volto sereno, sorrideva, mentre dalla sua bocca un rivolo di sangue usciva lentamente. “Avevi ragione Señora” disse in spagnolo, poi si accasciò al suolo. Io la presi tra le braccia, cullandola come avevo fatto tempo addietro, cercando il suo battito e la sua mente… Prenditi cura di Eisen. Poi più nulla…

La mia umanità era morta.

Continua…

La fine di un incubo, l’inizio di un inferno

Posted in Cacciatori, Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Corsi per ore alla ricerca di quel luogo celato tra i resti di quello che un tempo era stato un villaggio, cercai una sua traccia, un pensiero… Ma nulla… Poi d’un tratto, quando ormai avevo perso ogni speranza, dicendomi di aver seguito un’illusione, lo percepì, era appena un sussurro, la supplica di una mente stanca e priva di difese.

Sfondai la porta dalla quale proveniva quel pensiero, scesi i restanti gradini in legno di quella che un tempo era una scala, e li la trovai.

Era in ginocchio, incatenata alla parete di pietre grezze, il capo chino e i vestti laceri, lentamente mi avvicinai a quello che restava di lei, e per un momento temetti di averla persa per sempre, poi sentì un battito fievole del suo cuore, mi chinai verso di lei e le sollevai delicatamente il volto. I capelli sporchi di sangue e macerie rivelarono un viso pallido e lacrime di terrore.

“Ci sono qui io ora niña, nessuno ti farà più del male” Le sussurrai appena, ma lei aprì gli occhi e mi guardò piangendo. Le slegai i polsi e le caviglie, la sollevai da terra senza alcuna fatica. “Andiamocene via, torniamo a casa…” Le bacia la fronte e mi apprestai ad uscire da quell’inferno, ma due figure mi sbarravano la strada, feci appena in tempo a riadagiare Camila a terra, che quando mi voltai per affrontarli mi ritrovai improvvisamente incapace di muovere un qualsiasi mio muscolo, potevo solo guardare dritto davanti a me, in quegli occhi che apparvero dal nulla. Lo sguardo di Anhita sprigionava un tale potere da tenere imbrigliata la mia volontà di reagire.

Vidi il pugno di Kajal arrivare, ma non potevo evitarlo. La forza con cui mi colpì era superiore a quella di un comune umano, e anche a quella di molti altri della nostra razza. Continuò a colpire fino a quando ne ebbe forza, poi stanco e con un sorriso perverso sul volto mi guardò e mi disse: “Non andrai da nessuna parte ora, tu e la tua bella umana resterete qui e servirete in tutto e per tutto Lord Emil.” Soddisfatto di non ricevere alcuna mia controrisposta ricominciò con il colpirmi, ma questa volta con maggior violenza, i suoi colpi erano come artigli che penetravano nella mia carne, e non riuscivo a rigenerarli come quelli precedenti, sapevo che se sarebbe andato avanti ancora a lungo ben presto mi avrebbe portato fino allo stato di incoscienza, dovevo reagire, non tanto per me, ma dovevo salvarla, dovevo portarla via da li. Ogni colpo era un dolore tremendo, che però non faceva nient’altro che aumentare la mia rabbia.

“Kajal ora basta… I suoi occhi… Sta per perdere il controllo…” Sentì le parole pronunciate da Anhita ma non vi badai, ero troppo infuriata per non poter reagire a tutto ciò.

Non ricordo lucidamente quello che successe dopo, sono solo frammenti di immagine, ricordo la paura che vidi sul volto di Kajal quando parai uno dei suoi colpi. Il terrore che aveva guardando il suo braccio che veniva spezzato, il suo urlo di dolore quando in preda alla furia mi avventai su di lui per cibarmene.

Anhita era rimasta inerme, sorpresa della mia collera e terrorizzata da quello che il fratello stava subendo, lei non avrebbe potuto fermarmi, voleva scappare e salvarsi almeno lei per denunciare la cosa e trovare rifugio presso il suo Padrone e Protettore. Quando di Kajal non rimase nient’altro che cenere mi avventai su di lei, le strappai gli occhi affinché non potesse più usare il suo potere contro di me e per la seconda volta nella mia vita diedi sfogo a tutta la rabbia che avevo accumulato in secoli di solitudine… Non mi accorsi nemmeno di essere andata oltre e averle donato la morte ultima, ma questo lo avrei appreso soltanto in seguito, quando la mia mente tornò lucida.

Restai per alcuni minuti ferma ad osservare i pochi resti di quei due demoni, recuperando via via la ragione, mi voltai quindi verso Camila, la presi in braccio e la portai fuori all’aria aperta. Aveva bisogno di cure e al più presto, non soltanto l’avevano percossa, ma si erano anche cibati di lei, fino quasi a darle la morte. Non potevo portarla in ospedale, avrebbero fatto troppe domande, e poi dovevo allontanarmi in fretta da quel posto, sicuramente altri della corte di Emil mi avrebbero dato la caccia per aver ucciso i suoi due infanti.

Per sicurezza mi allontanai di qualche miglio, restando al limitare della foresta che pullulava di strane presenze… Per quella notte avevo avuto abbastanza azione, e dovevo occuparmi di Camila prima che morisse.

Versai del sangue sulle ferite più profonde di modo che smettessero di sanguinare. Ma non era sufficiente, aveva perso troppo sangue, così mi recisi un polso e le feci bere qualche goccia del mio sangue.

Attesi qualche ora prima che il suo battito tornasse ad essere regolare sebbene ancora fievole. Dopo di che la presi di nuovo tra le mie braccia e mi allontanai ancora un po’ per essere sicura che nessuno degli scagnozzi di Emil seguissero le nostre tracce. Ero troppo preoccupata e euforica per il combattimento per rendermi conto che qualcuno da lontano aveva osservato tutto e che lentamente stava ritornando in città.

Pagai un passaggio per raggiungere la città più vicina dalla quale poi avremmo potuto prendere il treno che ci avrebbe portato sulla costa. Una volta arrivati comprai del cibo per Camila, e presi una stanza in una taverna, inducendo la povera locandiera a non disturbarci per tutto il giorno successivo lasciandole denaro a sufficienza per vivere un mese senza dover lavorare. La donna accettò senza fare nemmeno domande, chiuse le imposte della taverna e ci lasciò riposare. Sistemai Camila sul letto, rimboccandole le coperte e lasciando un vassoio con del latte e del pane sul comodino. Nel frattempo l’aurora stava per annunciare l’arrivo di un nuovo giorno e io dovetti sistemare le imposte alle finestre affinché nessun raggio del sole potesse penetrare nella stanza, e mi apprestai a riposare sotto il letto. Chiusi gli occhi e lasciai che la pace si impossessasse di ogni mio muscolo. Fu in quel momento che appresi cosa avevo realmente fatto a quei due poveri sventurati, ne avevo assorbito non soltanto il sangue, ma anche la loro anima, sentivo il loro potere scorrere nelle mie vene, nella mia mente… Poi l’oblio del sonno mi colse e tutto divenne buio e silenzioso.

Tutum.. Tutum.. Il battito di un cuore che si faceva via via più forte e stabile mi svegliò, uscì da quella specie di rifugio e vidi il volto della mia dolce Camila che mi stava sorridendo, aveva ordinato una cena per due persone, di cui aveva già dato fondo per buona parte. Le mie ferite non si erano rimarginate ancora del tutto, avevo artigliate sparse per tutto il corpo, e ci avrei messo parecchio tempo prima di tornare come prima. Ma lei mi guardò con una preoccupazione che cresceva di minuto in minuto. “Non ti preoccupare.” Le dissi coprendo le ferite, “non è niente di grave, guariranno. Pensa piuttosto a mangiare e a recuperare le forze, abbiamo un viaggio da completare” Mi sorrise, ma nel suo sguardo qualcosa era cambiato, ora sapeva più che mai che cosa voleva dire restare al fianco di un immortale, sentiva la sua fragilità e la sua impotenza, e mi sentì terribilmente in colpa per tutto quello che aveva passato… Mi ripromisi che avrei fatto di tutto per proteggerla ed evitarle un ulteriore dolore. Ma sapevo in cuor mio che c’era un’unica soluzione per evitare tutto questo, ma che non avrei mai potuto farlo a lei.

Passarono alcuni giorni nei quali restammo chiuse in quella stanza, una volta giunte nel mio amato paese le avrei passato tutti i miei averi affinché potesse vivere degnamente senza dover temere la fame. Le avrei dato tutti gli agi possibili. Una settimana più tardi partimmo, prendendo di nuovo il treno che ci avrebbe portato fino al limitare di quel paese, poi da li prendemmo una carrozza che ci portò fino alla costa, e ci apprestammo a compiere l’ultima parte del nostro viaggio via mare.

Questa volta ci accontentammo di una semplice imbarcazione mercantile, restando nella nostra solitudine, mentre Camila recuperava man mano le forze, e io guarì le mie ultime ferite giusto in tempo per sbarcare al porto di Matsue.

Eravamo finalmente in Giappone, l’incubo in cui avevamo vissuto era passato da poco, e non sapevamo cosa ci stesse aspettando nella mia amata terra.

Continua…

Un lungo viaggio verso Varna

Posted in Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… O forse no.

Durante l’arco di tutta una vita i mortali si fissano degli obiettivi da raggiungere, desideri e sogni, molti dei quali non vedranno mai un raggio di sole. Per noi immortali è lo stesso. Erano passati tanti anni da quando lasciai le mie terre, troppe forse, e il desiderio di respirare ancora quell’aria, di essere circondata da giardini colmi di alberi di sakura era troppo forte, così tanto da rendermi cieca e imprudente…

Ma davanti a Camila ero inerme, per cui le dissi di si. Pianificammo tutto, un certificato medico attestava una malattia molto rara che non mi permetteva di espormi ai raggi del sole, e che, di conseguenza il mio alloggio in cabina doveva restare perennemente in ombra, e che Camila, in quanto mia accom si sarebbe occupata di qualsiasi mia necessità, nonchè della pulizia della mia stanza. L’unico timore che non osavo pronunciare era il prolungato digiuno, confidavo semplicemente nel mio forte autocontrollo.

Mentre io mi occupavo che la mia presenza passasse inosservata sul treno, Camila pensava a quale abiti e libri portare, si documentò sul tragitto e sulla vita durante il viaggio, studiò perfino alcune credenze dei luoghi che avremo visitato. Alcune notti poco dopo il mio risveglio la trovai appisolata su montagne di libri o sulla moltitudine di valigie che aveva deciso di portarsi dietro. Osservavo teneramente il suo respiro regolare mentre l’adagiavo dolcemente sul letto, e mi stupivo a pensare alla sua età, a quanto fosse cresciuta ormai, a come fosse diventata una giovane donna indipendente… E capivo dal suo gran da fare che non pensava saremmo tornate da questo viaggio…

Un viaggio di sola andata.

Non potevo fermare quello che avevamo cominciato ormai, ma solo in quel momento ne ebbi la piena consapevolezza.

Nulla si poteva fermare a questo punto.

Partimmo.

Il viaggio iniziò lento e calmo, ci mischiavamo nella folla dei passeggeri; la ricca Signora Orientale e la sua accompagnatrice. Non facemmo mai nulla per smentire le voci che circolavano sul nostro conto, la bella signora che era rimasta affascinata dalla giovane occidentale e che la voleva portare nella sua patria per godere della sua bellezza…

Insieme ridevamo di questi pettegolezzi, poi Camila fantasticava su come sarebbe stato vivere in Giappone, in una di quelle classiche casette di riso immerse in un giardino pieno di fiori di loto in un laghetto…

Io non potevo godere del paesaggio come Camila, e sapevo che ne rimaneva ogni giorno affascinata. Sapevo anche che faceva amicizia velocemente con gli altri viaggiatori, e che tutti le volevano bene.

Per mio conto facevo il meglio che potevo invece per restare il più lontano possibile dagli altri, leggendo i miei libri chiusa in un innaturale silenzio. Era l’unico modo per non cadere preda della sete.

Una volta arrivati a Giurgiu dovemmo prendere un traghetto per attraversare il Danubio e raggiungere così la tappa successiva del viaggio, Ruse, da dove sarebbe partito un altro treno diretto verso Varna. Tutto ciò fortunatamente avvenne nelle ore successive al tramonto, permettendoci di godere del fantastico paesaggio che il fiume prima, e i monti dopo regalavano agli occhi. L’aria in quella zona dell’Europa era carica di mistero, come se qualcosa fosse celata dalle ombre pronta a saltar fuori. Tuttavia non avenne nulla con mio grande sollievo, almeno fino quando non scendemmo a Varna…

Il digiuno mi aveva reso debole e iniziavano anche a vedersi i primi segni sul mio volto, dovevo solo tenermi lontano dai mortali in modo tale da non sentire il loro odore, ma mano a mano che passavano le notti l’aria del treno diventava sempre più satura dell’odore del sangue…

… Eravano a poche miglia dalla stazione di Varna quando il treno frenò bruscamente, una voce nell’interfono ci comunicava che c’era stato un piccolo guasto, ma che a breve saremo ripartiti per raggiungere la destinazione.

Furono lunghi attimi, in cui tutti i passeggeri si guardavano con aria ansiosa, cercando di trarre forza e coraggio dagli gli uni dagli altri.

Di contro, mentre tutti cercavano la vicinanza altrui, io mi dovetti allontanare, la paura diventava sempre più forte con il passare del tempo, impregnando il vagone di un profumo inebriante e invitante… Poi, di colpo il treno iniziò a muoversi, sempre più veloce, fino a quando il macchinista ne perse il controllo e deragliò in un’esplosione di suoni metallici sull’erba fredda.

Per un istante tutto fu immobile, silenzioso, poi ci furono dei singhiozzi sommessi, ai quali si aggiunsero dei pianti, e infine urla di dolore. Restai ferma per qualche secondo, consapevole di chi avevo intorno, cercando Camila con il pensiero, aveva riportato qualche graffio ma stava bene. Poi iniziai a guardarmi intorno, nel caos della caduta i passeggeri erano sparsi ovunque, e mano a mano che prendevo sempre di più consapevolezza per la disgrazia che ci aveva colpito, tutto divenne nero.

Qualcuno vicino a me era stato ferito gravemente da una lastra metallica, il suo sangue mi mandò letteralmente in estasi, e dopo tutte quelle settimane, non potei far altro che cibarmi di quel povero sventurato. Non ero più in me, non riuscivo a ragionare, sebbene sapessi che quello che stavo compiendo era contro ogni regola che fino a quel momento mi ero data, contro gli insegnamenti che avevo impartito ad Esteban… Contro tutto… Non potevo nulla, ero inerme, e più bevevo più avevo sete. Tutte le voci vennero azzitite dal suo battito, fino a quando l’ultimo non riecheggiò sordo nelle mie orecchie… Iniziai a piangere lacrime di sangue, sapevo cosa avevo fatto e che ormai, non potevo tornare indietro.

Improvvisamente un lampo bianco entrò nel mio campo visivo, mi afferrò per la spalla e mi trascinò lontano da tutto e da tutti…

Ricordo solo di aver sentito una tremenda botta dietro la nuca e una voce calma e dolce che sussurrava: “Non ora, e non qui sorella… Ci sarà tempo per il rimpianto.”

Poi, svenni.

Continua…

Dolce oblio

Posted in Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

La carrozza oscillava nel suo perpetuo viaggio lontano da quel marciume, lontano da quegli occhi isterici. Per la prima volta dopo tanti secoli, quella notte sognai. Sognai mura infrante, volti sfugirati, urla e pianti. Vi era un dolore e una
sofferenza immensi, e ogni volto che incontravo ovunque i miei occhi si posassero era quello di Camila.

Ma per quanto la mia mente non volesse assopirsi, il mio corpo restava immutato, come quello di un cadavere appena morto, ero prigioniera di me stessa e le catene che mi trattenevano erano più resistenti di qualsiasi metallo esistente… Un dolce oblio.

Ancora una volta la consapevolezza che durante le ore diurne potesse accadere di tutto prese il sopravvento, accompagnandomi fino al tramonto.

Quando aprì gli occhi, la carrozza si era fermata, e la quiete regnava tutto intorno, pensando al peggio mi sollevai dal mio sonno e cercando di capire cosa stesse succedendo. Appena scesa vidi il cocchiere e Camila dirigersi verso la carrozza, il volto di lei era raggiante, sembrava che nulla fosse successo. Il suo volto si apriva in un sorriso sempre più grande mano a mano che mi veniva incontro, era euforica quando mi abbracciò.

“E’ un paese meraviglioso questo, lo adorerai, come già lo adoro io.” Mi disse in un sussurro.

Non potei far altro che ricambiare il suo abbraccio e annuire alle sue parole, avrei fatto di tutto per quella ragazzina e la sua felicità, ma quel pensiero riportò alla memoria il volto di Esteban e quello che era successo, e che ora sapevo, non avrei potuto evitare.

Con la carrozza ci dirigemmo presso questo paese, di cui oggi non resta ormai nulla nemmeno il nome, era poco più che un piccolo aglomerato di casupole, l’aria fresca dell’aperta campagna era frizzante, portando con se una sensazione di pace.

Una volta arrivati alloggiammo alla piccola e unica taverna, l’oste ci accolse con calore, segno che le doti di Camila erano servite per spianarci la strada e non avere ulteriori problemi. Una volta depositati i bagagli congedai il cocchiere e andammo a curiosare tra le strette vie del paese. Camila mi teneva per mano, trascinandomi da una parte all’altra fino a condurmi ad una vecchia casa in disuso ormai da anni. Si fermò davanti al cancello arrugginito, poi si voltò verso di me sorridendomi:

“Che ne dici? Sembra accogliente, con un po di pulizia sarà meravigliosa…”

“E’ bellissima…” le risposi, incapace di proferire altro, lei mi osservava, lo sguardo pieno di comprensione, era come se questa volta fosse lei a leggere nei miei pensieri.

“Sarebbe perfetta per noi, ricorda tanto la nostra casa a Toledo… Potrebbe portarci la stessa felicità non trovi?”

“Se è questo che vuoi piccola mia cercherò di accontentarti, domani…”

Scosse il capo, fermandomi con un gesto della mano: “E’ libera, è stata abbandonata più di venti anni fa, e il vecchio proprietario non aveva eredi, possiamo averla chiedendo semplicemente al Sindaco, perdona se mi sono informata prima di parlartene, ma è stato più forte di me…”

“No, va bene così, dopotutto ci serve un po tempo per fermarci, se è questo che vuoi.”

Lei annuì contenta, gli occhi colmi di lacrime di gioia.

Fu lei a prendere in mano la situazione questa volta, andò a parlare con il sindaco e la sera successiva ci fece ottenere i permessi e le carte per rendere nostra quella casa.

Una volta al suo interno dovevamo solo ripulirla dall’incuria, poi sarebbe stata pronta per essere abitata. Certo, quel piccolo paesino dava poco spazio ai delinquenti, e cacciare li per me significata cibarmi di animali nei dintorni, e dei malfattori che per caso capitavano li. Potevo sempre nutrirmi degli abitanti senza necessariamente ucciderli, ma non volevo farlo, avrei lasciato che quelle persone vivessero inconsapevolmente ancora per un bel pò di tempo.

I giorni passarono, e così le settimane e i mesi, Camila aiutava il sindaco di modo da potersi sentire autosufficiente, sebbene non ce ne fosse la necessità voleva che tutto sembrasse normale agli occhi altrui. Nel suo tempo libero invece dava lezione gratuite di pianoforte ai bambini più portati. In poco tempo si fece amare da tutti, e lei amava quel mondo fatto di poche ed essenziali cose materiali. Capì osservandola che lo sfarzo che avevo cercato di donarle a Toledo era stato oppressivo. Ora la vedevo sorridente e parlava addirittura della sua città natale e del giovane che le insegnò tanto, una vera bellezza a suo dire.

E così passarono gli anni, tutto si dissolse lentamente, da prima la paura che durante il nostro viaggio ci era alle calcagna, poi gli orrori di Dominique ed Etienne, e in seguito quello che ci costrinse a lasciare Toledo, ora ricordavamo con piacere i bei momenti passati davanti al fuoco o in taverna con Esteban, prima che a lui venisse offerto questo oscuro dono, e lentamente perdemmo la voglia di continuare il nostro viaggio. Camila divenne una donna meravigliosa, corteggiata da tutti, ma lei aveva sempre e solo in mente il suo giovane amore che per tanto tempo aveva tenuto nascosto nel cuore…

Dal canto mio lasciai che tutto si compiesse, che fosse lei a decidere, senza che la mia innaturalità la segnasse…

Fu in quel luogo che scoprì che non siamo fatti per retare a lungo in un luogo, che per quanto non siano visibili ad occhio nudo, ogni città ha le sue sbarre che tengono imprigionati, e a malincuore, dovetti ammettere che mi mancava la compagnia di un immortale, uno simile a me, uno che per quanto concepisse la nostra mostruosità non si comportava di conseguenza, ma anzi che cercasse di portare del bene sebbene dannato…

Ero in stasi, in attesa che qualcosa accadesse, poi una notte poco dopo il tramonto Camila tornò a casa di corsa, il respiro affannato, con un volantino logoro in mano.

“Il nostro viaggio può ricominciare Reyko.”

Le guance rosse per l’emozione e gli occhi pieni di aspettativa mi trascinarono nel vortice del suo entusiasmo, lentamente abbassai lo sguardo verso il pezzo di carta.

E tutto si compì. Un nuovo viaggio ci attendeva, uno che mi avrebbe riportato a casa…

 Continua…

 

Il principio della fine (utlima parte)

Posted in Abbraccio, Incontri immortali, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

.. Mentre mi dirigevo verso la Chiesa tutto sembrava immoto, come se la terra stessa avesse smesso di respirare. Non vi era nessuno per le strade di Toledo, non quella sera. Un’insolito spirito di sopravvivenza aveva tenuto tutti legati a casa, vicino al focolare e lontani dai guai. Come se sapessero…

La distanza che mi separava dalla Cattedrale sembrava immensa, sebbene distasse solo qualche miglio dalla casa di Esteban. Pensieri terribili vorticavano nella mia testa, e i loro volti si alternavano in uno strano gioco macabro…

Nessuno sapeva cosa sarebbe successo.

Come sola testimone avevamo la luna piena, che scrutava e giudicava le nostre scelte… Vivere o Morire?

Senza rendermene conto mi trovai l’ingresso dell’enorme edificio davanti. Calmai il passo e i pensieri, chiunque fosse l’arteficie di tutto questo non doveva percepire la mia paura, e il senso di fatalità che ad ogni mio passo cresceva. Non notai lo splendore della Chiesa di San Juan de Los Reyes, non ne avevo il tempo, ne tanto meno la voglia… Quello che sapevo è che aveva scelto un palcoscenico sicuramente d’effetto… Essendo ancora legata alle vecchie credenze della mia terra non avevo alcuna soggezione ad entrare in un luogo simile, e non credevo alle voci che di notte affollavano le taverne; non ho mai esitato davanti ad una corona d’aglio, o ad uno splendido crocefisso… Entrai, senza esitare, aprendo con estrema facilità il portone in pesante legno.

Un passo dopo l’altro iniziai a percorrere la navata centrale della Chiesa. Dalle alte finestre entrava abbastanza luce lunare da poter distinguere chiaramente l’arredo delle panche e i grandi affreschi, nonchè l’immenso altare fatto di oro, argento e chissà quale altro materiale pregiato. Intorno a me potevo ancora percepire l’odore dell’incenso usato nell’ultima messa serale. Tutti i miei sensi erano tesi, simili più a quelli di un predatore, che a quelli di un umano. Non potevo permettermi nessuna debolezza, e sopratutto non potevo permettermi nessun errore.

Ricacciai ogni altro pensiero, e mi dedicai al solo presente.

Non appena arrivai a metà della navata una fievole luce di candela venne accesa dal pulpito. La visione che mi si presentò mi raggelò il sangue nelle vene. Alla sinistra del grande crocefisso dell’altare vi era la mia dolce Camila, appesa, a simulare la stessa crocefissione, la testa inclinata a destra e i capelli che le ricadevano sul volto, respirava, di questo ero sicura. Ma al momento non era cosciente. A destra invece vi era Esteban, era piegato sulle ginocchia, il capo chino, le mani legate dietro la schiena, perfino da quella distanza potevo vedere che era stato brutalmente picchiato, fino a quando non si fu abbassato al suo volere…

E poi, una voce parlò…: “Benvenuta! Non pensavo saresti arrivata così in fretta. Devi tenere davvero molto a loro, visto che non ti sei nemmeno presa la briga di cibarti adeguatamente prima di venire qui.”

Mi voltai ad osservare il volto di quella voce lugubre e monotonale, il suo tono, che forse per via dell’acustica della Chiesa, mi fece rabbrividire per un istante, sembrava provenire dall’oltretomba. Aveva ragione, in tutto il mio vagabondare non avevo badato alla mia sete, che lentamente, iniziava a farsi strada nella mia mente.


Tuttavia non dovevo perdere il controllo. Osservai più attentamente la sua figura. Aveva lunghi capelli neri che incorniciavano il suo volto e gli occhi erano di un profondo colore d’inchiostro. Portava vestiti curati e di buon taglio, sebbene fossero vecchi. Ma quello che mi interessava non era la sua faccia… Era la sua mente… Un lampo di ricordi, rabbia e rancore, si mescolavano tra la sua vita mortale e quella immortale… Poi un volto che riconobbi subito.. Era l’uomo con cui avevo combattutto tempo addietro, quando incontrai Esteban. Era suo fratello.

Stranamente non si accorse di quello che potevo percepire da lui.

Chinai appena il volto in avanti e sogghignai appena al pensiero che non poteva fare altrettanto con me…: “Loro non ti devono interessare, questa è una questione che dobbiamo risolvere io e te…” La mia voce aveva un tono basso, e calmo, come se volessi provocarlo solo con esso.

“Non mentire!!” Urlò lui. “Sai benissimo che loro c’entrano tanto quanto te…! Dopotutto sei stata tu a far si che fossero parte integrante di tutto questo. E’ colpa tua se ora si trovano in questa situazione. Dovevi lasciarli nell’ignoranza della loro mortalità se volevi che non venissero coinvolti in affari immortali.”

“Non è certo colpa loro se tuo fratello non era abbastanza forte da tenermi testa, Damian.” Fu la mia replica.

Sussultò nel sentire il suo nome, che ancora non aveva pronunciato davanti a me. La rabbia in lui crebbe maggiormente, ora che sapeva che potevo leggergli il pensiero. Ma durò un breve istante, aveva qualcosa che lo rendeva sicuro di se, attese un istante, raccogliendo la poca calma che gli era rimasta e poi replicò:

“Beh allora non c’è bisogno che io ti dica cosa ci facciamo qui!” Si voltò verso Camila, e con passo deciso le si avvicinò e le sfiorò una ciocca di capelli con la mano. Si chinò lievemente e ne respirò l’odore socchiudendo gli occhi. “Devi solo scegliere a chi tieni di più, Bambola di Porcellana, la piccola e innocente Camila, che ha ancora davanti a se tanti anni di vita… Oppure…” Si scostò da lei per andare questa volta verso Esteban, si inginocchiò per portarsi alla sua altezza e gli sollevò il volto con due dita della mano. “Oppure… Questo giovane irresponsabile che arde di un fuoco insolito per i mortali.”

Sorrise quando si accorse che Esteban era ancora cosciente, sebbene al momento io non sapessi dire quali fossero le sue condizioni. I due si osservarono per qualche istante, e nel profondo pregai, sperando che, almeno per una volta nella sua vita Esteban facesse la scelta giusta per la sua situazione… Non terminai nemmeno di pensarlo che un ghiuzzo divertito gli balenò negli occhi e con le poche forze che ancora gli rimanevano sputò in faccia al vampiro che aveva davanti, il quale, preso alla sprovvista da tale gesto non riuscì a far altro che stare fermo per un secondo.

Sorrisi a quel gesto, era proprio da lui essere insolente anche davanti alla sua morte… Ma sapevo anche che lui mi aveva offerto l’occasione di poterli salvare entrambi.

Non attesi un istante di più, corsi più veloce che potevo per raggiungerlo, tanto che per un istante pensai di poter volare. Un ruggito inumano sfuggì dalle mie labbra quando gli arrivai addosso. Lo spinsi indietro, allontanandolo da Camila e da Esteban. In un primo momento lo colsi di sorpresa, tenendogli testa nella forza fisica. Ma non appena ebbe preso coscienza di quello che stava succedendo reagì immediatamente.

“Questa volta hai sbagliato!” Urlò, mentre con estrema agilità schivava i miei attacchi. Aggrottai la fronte, nel vedere sul suo volto un’espressione divertita.

Io continuavo il mio attacco, cercando di colpirlo, lui, continuava a schivarmi… Per qualche minuto continuammo così, che se esistesse solo questo gioco tra di noi. Ma poco dopo, il suo volto divenne serio e cupo. E iniziò a contrattaccare. I suoi pugni erano veloci, troppo per me…

Uno… Due… Tre…

Il suo quarto attacco mi colpì inaspettatamente in pieno volto. Feci qualche passo indietro andando a sbattere contro l’altare, senza mai distogliere lo sguardo da lui. Sicuramente era più abile e forte del fratello. Mentre cercavo di recuperare l’equilibrio lui si risistemò i vestiti e prese una posizione retta e composta.

“Questa è la fine per te Bambola di Porcellana, torna ad essere cenere…”

Fece un singolo gesto con la mano destra. Non capì subito cosa stesse facendo, poi iniziai a vedere delle spesse braccia d’ombra salire dal pavimento, e lentamente si stavano avvolgendo alle mie gambe e alle mie braccia. Erano tremendamente forti, e per quanto tentassi non riuscì a liberarmi da esse. Ero bloccata, in trappola.

Con un ghigno malvagio mi guardò nella mia impotenza. Poi lentamente si ricompose e si diresse verso Camila. “Io so benissimo che tieni moltissimo a questa giovane ragazza, dopotutto chi non si affezzionerebbe a lei? E’ dolce, e molto intelligente… Un agnello da nutrire a sazietà.” Quando le fu davanti estrasse un piccolo pugnale dalla giacca lunga. Iniziò a giocherellare con l’arma, spostandola da una mano all’altra, mentre con gli occhi sembrava assaporare la sua prossima vittima.

“Non osare!” Urlai. Cercai di nuovo di divincolarmi da quelle braccia fatte d’ombra, ma ero impotente… Non potevo guardare senza far nulla, dovevo trovare un modo per liberarmi e fargliela pagare.

“Sai, inizialmente pensai di ucciderti, per aver messo fine alla non vita di mio fratello, poi ho iniziato a seguirti, e a conoscerti meglio… Ora so che la vita di questi due mortali valgono più della tua non vita… Ti lascerò vivere con il rimorso che tu sei stata l’artefice della sua morte.” Disse con un filo di voce.

Tutto iniziò ad avere dei contorni rosso sangue, la chiesa, l’altare, il Cristo, Damian, Camila ed Esteban. Capivo che ormai il mio controllo era instabile e la sete che provavo iniziò a bruciare nella mia testa.

Si portò più vicino a Camila, e non appena sollevò il pugnale fu colpito da una massa di qualcosa. Inizialmente non capì nemmeno io cos’era successo. Poi osservando meglio vidi il corpo di Esteban steso di lato accanto a quello di Damian. Aveva le braccia rotte e le spalle lussate, ma era riuscito ad alzarsi e a scaraventarsi sul vampiro prima che questo potesse far del male a Camila.

Ma Damian era ancora lontano dall’essere sconfitto. Lentamente si stava rialzando…: “Figlio di un cane. Ucciderò prima te, e poi mi nutrirò di quella piccola e innocente ragazza… Non lo sai che il sangue degli innocenti ha un sapore ancora più dolce…?”Una volta in piedi, osservò il corpo di Esteban e iniziò a percuoterlo, con i calci, con i pugni… Poi si accorse di aver perso il pugnale. Si voltò per cercarlo, e una volta individuato si apprestò a recuperarlo. Si volse di nuovo verso Esteban: “Di le tue ultime preghiere Hijo de puta! Osserva il tuo giovane mortale servitore morire Bambola di porcellana…” Alzò la mano che teneva l’arma e si preparò per affondare il colpo.

Non so nemmeno io cosa successe di preciso. Quando lo vidi colpire ripetutamente Esteban, e prima ancora mentre si avvicinava a Camila, pensando di nutrirsi di lei… Tutto mi aveva dato alla testa. Non avevo mai provato tale rabbia, ne avevo mai provato tanta sete… Decisi di fare un ultimo tentativo e cercai di contrastare la forza di quelle braccia informi, che sotto una pressione così forte e inusuale anche per me si spezzarono. Non appena fui libera mi avventai su Damian, che ora mi dava le spalle. Non riuscivo a pensare ad altro se non a liberare Camila e salvare Esteban. Presa da una furia cieca lo scaraventai di lato, liberando Esteban dal peso del vampiro. Guardai Damian, senza in realtà vedere chiaramente il suo volto. Sapevo solo che dovevo liberarmi di lui, che se non avessi messo fine a tutto questo non avremmo più avuto un futuro. E in un impeto di follia omicida, mi avventai sul suo collo per bere quanto più sangue potessi.

Bevvi, bevvi,e bevvi ancora. Il suo sangue bruciava nella mia gola, facendomi impazzire ancora di più. Sentivo la sua anima combattere per resistere e sopravvivere, ma io avevo sete, dovevo calmare lei e la sua rabbia. Non potevo perdonarlo.

Per lui c’era solo un mostro con gli occhi rossi e le fauci affamate. E nonostante ciò bevvi ancora, fino a quando la sua anima non ebbe più segreti. Vidi la sua vita mortale, i giochi e i sogni di un bambino… Vidi l’amore di un fratello che colmava le tenebre in cui era sprofondato… E poi non vidi più nulla. Solo allora mi accorsi che tra le braccia non avevo nient’altro che un cumulo di cenere che un tempo era stato il mio nemico.

Restai in ginocchio per qualche istante, lasciando che il suo sangue e la sua anima scorressero nel mio essere… Sapevo di aver fatto una cosa orribile, di aver bevuto non solo il suo sangue, ma anche la sua anima e i suoi sogni… Sapevo che era stato necessario.

Non appena ripresi coscienza del mio essere e non appena recuperai la calma abituale, mi avvicinai alla piccola Camila, la slegai e la coprì con il mio soprabito, lasciandola per un istante appoggiata all’altare, sebbene fosse ancora priva di coscienza, stava bene, non aveva subito nemmeno un graffio. Poi vi voltai verso Esteban.

E tremai per quello che vidi…

Sebbene il mio attacco fosse stato repentino, Damian era riuscito nell’intento di colpirlo gravemente con il pugnale. Aveva bisogno di aiuto. Non potevamo stare ancora per molto in quella chiesa, così presi entrambi e mi diressi verso casa nostra più veloce di quanto l’occhio mortale possa vedere.

Sistemai Camila alla bene e meglio sebbene con cura. Poi mi dedicai alle ferite di Esteban. Lo sistemai vicino al camino, sudava freddo ed era febbricitante. La maggior parte delle ferite poteva essere curata con qualche goccia del mio sangue, ma la ferita che gli aveva inferto con il pugnale era letale. Non restava molto tempo per fare qualcosa. Portarlo da un medico equivaleva a lasciarlo morire… Ma non potevo nemmeno guarire quella ferita come le altre…

Non pensai nemmeno per un istante di lasciare che la sua vita terminasse. Ormai era troppo legato a Camila e troppo a me.

Non avevo tempo per altro… Non sapevo nemmeno esattamente come fare a salvarlo, quindi decisi di affidarmi all’istinto.

Bevvi il sangue in eccesso dalla ferita del pugnale, sentì il suo cuore battere come un insieme di tamburi, sempre più forte, sempre più veloce., come una musica incessante. Poi quando quella strana melodia sembrava al suo culmine smisi. Se avessi continuato, lui sarebbe morto… E invece io mi recisi un polso e lo accostai alla sua bocca.

Mentre il mio sangue colava nella sua bocca per donargli la non vita, mi chinai appena verso di lui e gli sussurrai:

“Perdonami…”

Fine