Archive for the Incontri immortali Category

Risveglio

Posted in Caccia, Incontri immortali, Uncategorized on agosto 4, 2012 by Reyko

… Poco dopo scivolai ancora in un sonno tormentato questa volta dai suoni che giungevano dai mortali che, frenetici, vivevano le loro vite ignari di quello che si celava nelle ombre.

Il tocco di una mano fredda mi ridestò ancora una volta. Mi tirava avvicinandomi sempre più alla superficie. La terra tutto intorno a me iniziò a spostarsi. E poi l’aria sulla pelle finissima mi investì con una tale violenza che quasi urlai. Gli occhi iniettati di sangue si muovevano frenetici cercando di abituarsi a quelle strane luci. Il sussurro del vampiro accanto a me era un urlo spaventoso alle mie orecchie.

Mi coprì con un tessuto pesante, forse un cappotto, e mi portò lontano, tra le mura sicure di un’abitazione non molto distante. Quando mi lasciò con delicatezza sul divano tutto si era acquietato, ma la sete era ancora pulsante. C’era solo quel sordo suono che rischiava di farmi impazzire. Cercai di guardarlo, e solo dopo alcuni minuti riuscì a metterlo a fuoco veramente. Il violino e la sua figura mi avevano ingannata. Per un istante quando avevo sfiorato la sua mente mi ricordò il fratello di Camila.  Ma ora che riuscivo a vederlo meglio aveva dei tratti diversi. E a parte la passione per la musica non li accomunava altro. I suoi occhi erano di un marrone intenso, tendente al nero e al viola. La sua figura era snella e slanciata sebbene sembrasse un po’ deperito per la fame. Ma quello che mi affascinava erano i capelli, lunghi e fluenti. Una massa di capelli neri che sembravano vivi. Mi portò un’altra coperta. E lo ringrazia.

Sapevo di avere un aspetto ancora orribile,. ma non me ne curavo. Restava fermo immobile e mi guardava. Sembrava affascinato, o semplicemente incuriosito.

L’odore del suo sangue era invitante tanto quanto quello dei predatori di cui mi nutrivo in passato. E in un unico istante capì che quello che mi aveva spinto a sfiorare la sua mente non era un contatto con un membro della mia razza. Non ne avevo mai avuto bisogno. Noi siamo predatori solitari, questo mi aveva insegnato il poco tempo trascorso con Esteban. Non avevamo bisogno della reciproca compagnia, non per lungo tempo almeno. Non come lo intendono i mortali. Dopotutto eravamo e siamo assassini, della peggior specie. Dei peccatori che camminano per le strade servendosi del vantaggio che davano le tenebre. Quando parlai la mia voce fu un sussurro appena udibile. La gola bruciava e si graffiava per lo sforzo.

“Grazie… Per avermi riportato alla vita…”

Lui sorrise. Non si era ancora abituato al nostro mondo e si stupiva per quello che ancora non riusciva a comprendere.

“Se mi dai del tempo ti porterò qualcuno da cui poterti nutrire…” disse. Oh che voce melodica aveva. Sembrava che accarezzasse la pelle da quanto era dolce. “Qui sarai al sicuro nessuno ti troverà e ti disturberà, per cui riposati.”

In risposta riversai nella sua mente un unico pensiero. Fame! E non potevo attendere, non oltre.

Ebbe soltanto il tempo di voltarsi.

Le mie mani lo afferrarono per la spalla mentre il mio busto si sollevava in un moto di urgenza. Paura. Terrore folle. Quando gli lacerai la carne del collo non lo feci nella solita dolce maniera. Non ne avevo il tempo ne la lucidità mentale. Il fiotto di sangue che mi riempì la bocca era fuoco ardente che scendeva fino in fondo alle mie viscere. Che dolcezza infinita. Per quanto fosse stato giovane aveva dovuto uccidere ogni notte. E il peggio era che aveva cacciato a caso, nessuna educazione, nessun senso a quel loro nutrimento. Un assassino di innocenti.

E quella innocenza rubata era ambrosia che sfiorava il mio palato e ridava vita al mio cuore. Le mie braccia erano serrate al suo busto mentre la sua vita riaccendeva ogni cellula del mio corpo fino a sfiorarmi l’anima. Quando anche l’ultima goccia del suo sangue toccò la mia lingua la sete che sentivo nel profondo si placò istantaneamente. Il povero ragazzo si accasciò lentamente al divano privo di vita.

Un’energia nuova ed elettrizzante mi invase, oltre alla sua vitae avevo anche bevuto i suoi ricordi e le sue esperienze. Sazia e di nuovo piena della forza necessaria a tornare la predatrice che ero stata un tempo, lasciai cadere le membra inermi del violinista senza dargli alcuna attenzione. Le voci si erano acquietate e lentamente stavo riprendendo il controllo di tutto quello che mi circondava. Ora potevo tornare a camminare tra i mortali. Finalmente. E una notte prima o poi avrei ottenuto la mia vendetta su quell’ hijo de puta.

Quel poco che avevo visto dai ricordi del ragazzo mi aveva restituito la voglia di vivere e non volevo perdere un solo istante solo per andare a caccia di Esteban. Avevo già perso fin troppo  nel secolo precedente. Ed ero stanca. Questa era una nuova vita.

Una nuova leggenda da far nascere.

Il nuovo secolo

Posted in Incontri immortali, Pensieri perduti, Torpore on maggio 18, 2012 by Reyko

… Un sonno eterno e languido si insinuò nella mia mente, da prima l’immobilità mi colse, poi i pensieri divennero una macchia indistinta. Sentivo i rumori degli esseri viventi che camminavano al di la del cancello, ma non me ne preoccupavo. Non potevano capire che scivolavo via via sempre più nella vulnerabilità. Per loro non esistevo, come non esistevano più tutti coloro che avevo conosciuto. 

E lentamente i pensieri di vendetta e di ira nei Suoi confronti andarono via via scemando. I secoli erano passati senza che nemmeno mi accorgessi di quello che succedeva intorno a me. Rifuggivo la compagnia di altri immortali, e non ne cercavo di altri. Anche per loro ero un ombra che si fermava per qualche attimo nella loro non vita e che poi, passava oltre, come se nulla le importasse… Quello che mi era stato tolto non potevo più riaverlo nemmeno con la Sua morte.

Forse una notte, in un futuro lontano, si accorgerà del male arrecato, forse, una notte, anche Lui avrebbe sperimentato l’abbandono di un’anima che aveva amato nel profondo… Forse, una notte, ci saremmo incontrati di nuovo, e guardatomi in volto avrebbe capito.

Poi tutto fu buio. 

La magia data dal sangue che muoveva il mio corpo svanì.

Un suono.

Poi un altro.

Delle voci, arrivavano distanti, come in un sogno in bilico tra la realtà e la fantasia, immagini distorte si affacciavano alla mia mente, sempre più veloci, sempre più caotiche. Tutto mi investiva, e procurava dolore, sentivo la sete crescere sempre di più, mi divorava. E come spesso succede, lo spirito di sopravvivenza ebbe la meglio sulla volontà di avere un briciolo di pace.

Poi una melodia assordante mi raggiunse…

“New blood join this earth

and quickly he’s subdued

Through constant pain digrace

The young boy learns their rules

With time the child draw in

This whipping boy done wrong

Deprived of all his thoughts

The young man struggles on and on”

Poi tutto ritornò ad essere un insieme di suoni assordanti. L’odore di sangue delle creature notturne riecheggiava nel mio cervello, come se fosse il preludio di un’infinita pazzia. Un pozzo oscuro, il cui fondo non si riusciva a scorgere.

Dovetti fare uno sforzo per riuscire a comprendere quanto tempo era passato, cosa era successo. Con il sangue di quelle piccole creaturine riuscì ad emergere, respirando per la prima volta dopo chissà quanto tempo aria fresca. Restai notti intere ad ascoltare e ad apprendere, cacciando piccoli animali che si avventuravano nel giardino di casa, appena sufficienti da permettermi di pensare. 

Non c’era più nulla. Soltanto la solitudine che aveva contraddistinto gli ultimi anni alla ricerca di Esteban, perfino il cacciatore a cui si era rivolto era morto da moltissimo tempo… Nessuno conosceva il mio nome, o la mia storia. Nessuno che si ricordasse di Camila. 

Tuttavia altri della mia razza dovevano essere nelle vicinanze. Li sentivo, erano distanti, eppure camminavano per le strade della città. Ignari di tutto…

Quella mia caccia di era rivelata inutile, ora lo sapevo. E ora dovevo trovare qualcuno che mi aiutasse a comprendere questo mondo, un vampiro… Non sarebbe stato facile, la diffidenza e il potere erano le nostre peggiori amicizie. Ma era l’unico modo per ritornare ad essere ciò che ero un tempo. Prima di Camila, prima di Esteban Del Gado… Prima di tutto. 

Sentivo dei pensieri arrivare da un locale non molto distante. Chiusi gli occhi per capire meglio, era un luogo immerso nella penombra, e una fitta nebbia dovuta al fumo di svariate sigarette. Chi arrivava in quel locale era troppo afflitto dai suoi problemi, come se quel luogo fosse una sorta di limbo nel qualche scontare la propria pena, davanti a un pubblico a malapena consapevole, e al quale poco interessava guardarti in volto.

Era li, seduto ad un tavolo, lo sguardo fisso su una delle poche luci. Gli inviai un messaggio silenzioso, nella speranza che riuscisse a interpretarlo. Inizialmente ottenni soltanto il risultato di scuoterlo da quel torpore, dovetti insistere molte volte per riuscire ad attirare la sua attenzione. 

Finalmente dopo qualche istante decise di raccogliere la giacca in pelle e un astuccio contenente un violino e di dirigersi verso l’uscita secondaria del Virgilio. Quel giovane aveva qualcosa di vagamente familiare, sebbene fosse stato iniziato di recente al nostro mondo, avevo come la sensazione di averlo già incontrato altrove… Non percepì domande da lui, se non un’iniziale curiosità, era come se conoscesse il mio nome, ma ovviamente, ciò era impossibile.

Ero rimasta fuori troppo a lungo dal mondo immortale, e chissà come si era sviluppato in questo nuovo e strano secolo. 

 

La fine di un incubo, l’inizio di un inferno

Posted in Cacciatori, Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Corsi per ore alla ricerca di quel luogo celato tra i resti di quello che un tempo era stato un villaggio, cercai una sua traccia, un pensiero… Ma nulla… Poi d’un tratto, quando ormai avevo perso ogni speranza, dicendomi di aver seguito un’illusione, lo percepì, era appena un sussurro, la supplica di una mente stanca e priva di difese.

Sfondai la porta dalla quale proveniva quel pensiero, scesi i restanti gradini in legno di quella che un tempo era una scala, e li la trovai.

Era in ginocchio, incatenata alla parete di pietre grezze, il capo chino e i vestti laceri, lentamente mi avvicinai a quello che restava di lei, e per un momento temetti di averla persa per sempre, poi sentì un battito fievole del suo cuore, mi chinai verso di lei e le sollevai delicatamente il volto. I capelli sporchi di sangue e macerie rivelarono un viso pallido e lacrime di terrore.

“Ci sono qui io ora niña, nessuno ti farà più del male” Le sussurrai appena, ma lei aprì gli occhi e mi guardò piangendo. Le slegai i polsi e le caviglie, la sollevai da terra senza alcuna fatica. “Andiamocene via, torniamo a casa…” Le bacia la fronte e mi apprestai ad uscire da quell’inferno, ma due figure mi sbarravano la strada, feci appena in tempo a riadagiare Camila a terra, che quando mi voltai per affrontarli mi ritrovai improvvisamente incapace di muovere un qualsiasi mio muscolo, potevo solo guardare dritto davanti a me, in quegli occhi che apparvero dal nulla. Lo sguardo di Anhita sprigionava un tale potere da tenere imbrigliata la mia volontà di reagire.

Vidi il pugno di Kajal arrivare, ma non potevo evitarlo. La forza con cui mi colpì era superiore a quella di un comune umano, e anche a quella di molti altri della nostra razza. Continuò a colpire fino a quando ne ebbe forza, poi stanco e con un sorriso perverso sul volto mi guardò e mi disse: “Non andrai da nessuna parte ora, tu e la tua bella umana resterete qui e servirete in tutto e per tutto Lord Emil.” Soddisfatto di non ricevere alcuna mia controrisposta ricominciò con il colpirmi, ma questa volta con maggior violenza, i suoi colpi erano come artigli che penetravano nella mia carne, e non riuscivo a rigenerarli come quelli precedenti, sapevo che se sarebbe andato avanti ancora a lungo ben presto mi avrebbe portato fino allo stato di incoscienza, dovevo reagire, non tanto per me, ma dovevo salvarla, dovevo portarla via da li. Ogni colpo era un dolore tremendo, che però non faceva nient’altro che aumentare la mia rabbia.

“Kajal ora basta… I suoi occhi… Sta per perdere il controllo…” Sentì le parole pronunciate da Anhita ma non vi badai, ero troppo infuriata per non poter reagire a tutto ciò.

Non ricordo lucidamente quello che successe dopo, sono solo frammenti di immagine, ricordo la paura che vidi sul volto di Kajal quando parai uno dei suoi colpi. Il terrore che aveva guardando il suo braccio che veniva spezzato, il suo urlo di dolore quando in preda alla furia mi avventai su di lui per cibarmene.

Anhita era rimasta inerme, sorpresa della mia collera e terrorizzata da quello che il fratello stava subendo, lei non avrebbe potuto fermarmi, voleva scappare e salvarsi almeno lei per denunciare la cosa e trovare rifugio presso il suo Padrone e Protettore. Quando di Kajal non rimase nient’altro che cenere mi avventai su di lei, le strappai gli occhi affinché non potesse più usare il suo potere contro di me e per la seconda volta nella mia vita diedi sfogo a tutta la rabbia che avevo accumulato in secoli di solitudine… Non mi accorsi nemmeno di essere andata oltre e averle donato la morte ultima, ma questo lo avrei appreso soltanto in seguito, quando la mia mente tornò lucida.

Restai per alcuni minuti ferma ad osservare i pochi resti di quei due demoni, recuperando via via la ragione, mi voltai quindi verso Camila, la presi in braccio e la portai fuori all’aria aperta. Aveva bisogno di cure e al più presto, non soltanto l’avevano percossa, ma si erano anche cibati di lei, fino quasi a darle la morte. Non potevo portarla in ospedale, avrebbero fatto troppe domande, e poi dovevo allontanarmi in fretta da quel posto, sicuramente altri della corte di Emil mi avrebbero dato la caccia per aver ucciso i suoi due infanti.

Per sicurezza mi allontanai di qualche miglio, restando al limitare della foresta che pullulava di strane presenze… Per quella notte avevo avuto abbastanza azione, e dovevo occuparmi di Camila prima che morisse.

Versai del sangue sulle ferite più profonde di modo che smettessero di sanguinare. Ma non era sufficiente, aveva perso troppo sangue, così mi recisi un polso e le feci bere qualche goccia del mio sangue.

Attesi qualche ora prima che il suo battito tornasse ad essere regolare sebbene ancora fievole. Dopo di che la presi di nuovo tra le mie braccia e mi allontanai ancora un po’ per essere sicura che nessuno degli scagnozzi di Emil seguissero le nostre tracce. Ero troppo preoccupata e euforica per il combattimento per rendermi conto che qualcuno da lontano aveva osservato tutto e che lentamente stava ritornando in città.

Pagai un passaggio per raggiungere la città più vicina dalla quale poi avremmo potuto prendere il treno che ci avrebbe portato sulla costa. Una volta arrivati comprai del cibo per Camila, e presi una stanza in una taverna, inducendo la povera locandiera a non disturbarci per tutto il giorno successivo lasciandole denaro a sufficienza per vivere un mese senza dover lavorare. La donna accettò senza fare nemmeno domande, chiuse le imposte della taverna e ci lasciò riposare. Sistemai Camila sul letto, rimboccandole le coperte e lasciando un vassoio con del latte e del pane sul comodino. Nel frattempo l’aurora stava per annunciare l’arrivo di un nuovo giorno e io dovetti sistemare le imposte alle finestre affinché nessun raggio del sole potesse penetrare nella stanza, e mi apprestai a riposare sotto il letto. Chiusi gli occhi e lasciai che la pace si impossessasse di ogni mio muscolo. Fu in quel momento che appresi cosa avevo realmente fatto a quei due poveri sventurati, ne avevo assorbito non soltanto il sangue, ma anche la loro anima, sentivo il loro potere scorrere nelle mie vene, nella mia mente… Poi l’oblio del sonno mi colse e tutto divenne buio e silenzioso.

Tutum.. Tutum.. Il battito di un cuore che si faceva via via più forte e stabile mi svegliò, uscì da quella specie di rifugio e vidi il volto della mia dolce Camila che mi stava sorridendo, aveva ordinato una cena per due persone, di cui aveva già dato fondo per buona parte. Le mie ferite non si erano rimarginate ancora del tutto, avevo artigliate sparse per tutto il corpo, e ci avrei messo parecchio tempo prima di tornare come prima. Ma lei mi guardò con una preoccupazione che cresceva di minuto in minuto. “Non ti preoccupare.” Le dissi coprendo le ferite, “non è niente di grave, guariranno. Pensa piuttosto a mangiare e a recuperare le forze, abbiamo un viaggio da completare” Mi sorrise, ma nel suo sguardo qualcosa era cambiato, ora sapeva più che mai che cosa voleva dire restare al fianco di un immortale, sentiva la sua fragilità e la sua impotenza, e mi sentì terribilmente in colpa per tutto quello che aveva passato… Mi ripromisi che avrei fatto di tutto per proteggerla ed evitarle un ulteriore dolore. Ma sapevo in cuor mio che c’era un’unica soluzione per evitare tutto questo, ma che non avrei mai potuto farlo a lei.

Passarono alcuni giorni nei quali restammo chiuse in quella stanza, una volta giunte nel mio amato paese le avrei passato tutti i miei averi affinché potesse vivere degnamente senza dover temere la fame. Le avrei dato tutti gli agi possibili. Una settimana più tardi partimmo, prendendo di nuovo il treno che ci avrebbe portato fino al limitare di quel paese, poi da li prendemmo una carrozza che ci portò fino alla costa, e ci apprestammo a compiere l’ultima parte del nostro viaggio via mare.

Questa volta ci accontentammo di una semplice imbarcazione mercantile, restando nella nostra solitudine, mentre Camila recuperava man mano le forze, e io guarì le mie ultime ferite giusto in tempo per sbarcare al porto di Matsue.

Eravamo finalmente in Giappone, l’incubo in cui avevamo vissuto era passato da poco, e non sapevamo cosa ci stesse aspettando nella mia amata terra.

Continua…

La congrega

Posted in Caccia, Cacciatori, Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Volevo urlare, la testa era colma di immagini caotiche e suoni assordanti, non riuscivo a riflettere, era successo tutto troppo in fretta, mi mancava persino l’aria di cui non avevo bisogno per respirare.

Panico.

Come avevo potuto perdere Camila in quel modo folle? Ero un immortale con una forza senza eguli eppure in quel momento mi mancò il coraggio di reagire.

Rabbia.

Avevo ucciso un’innocente, e lo avevo fatto senza pensarci, senza riuscire a fermarmi. Che fine aveva fatto il mio autocontrollo, la mia freddezza di sempre?

Dolore.

Volevo soltanto che le voci nella mia mente smettessero di urlare, volevo solo che le immagini smettessero di vorticare.

Uccidere.

Uccisi tutta la notte, non mi fermai nemmeno dopo aver placato la mia sete, davanti alla presenza di due estranei appartenenti alla mia stessa razza. Fui spietata con chiunque mi attraversasse il cammino, non curante di quello che pensavano quei due.

Andai a caccia con loro per le strade di quel paese dimenticato da tutti, erano assassini spietati assetati di sangue e cinici.

Non facevano distinzione tra innocenti e malfattori. Non avevano regole e vivevano solo per sopravvivere. Li guardai cibarsi, e pensai che forse avevo frainteso tutto, che forse il loro modo di vivere era quello giusto, o semplicemente quello più facile, nessun rimorso nessuna morale…

Poco prima dell’alba mi condussero nel loro nascondiglio, un campo sotterraneo pieno di cripte antiche. Scivolai in un sonno immoto.

Finalmente tutto era silenzio.

L’indomani scoprì che non erano gli unici in quel villaggio, ce n’erano molti altri, tutti come loro. Si incontravano in un campo nomade appena fuori dal centro abitato. Non curavano i loro abiti ne i loro modi verso i mortali, sebbene avessero una stretta etichetta nei confronti dei “governanti” di quelle terre.

Una sera mi condussero alla presenza di quello che loro chiamavano “Principe”, un vampiro che aveva diritto di vita e di morte su tutti i vivi e non.

“Devi farlo Reyko, sono le nostre regole, vedrai è più semplice di quanto tu possa pensare.” disse Anhita sottovoce prima di entrare nelle sale del Principe.

“Si ma io non resterò qui a lungo, devo soltanto recuperare tutte le mie cose, e poi me ne andrò.” risposi con un filo di voce, era una cosa che non mi piaceva per niente, sebbene comprendessi perchè devo farlo…

“E’ solo questione di minuti, poi potrai ritornare ai tuoi affari. E’ una formalità nulla di più.” rincarò la dose Kajal.

“Ah daccordo, facciamola finita!” Lanciai una breve occhiata ai due che sorrisero compiaciuti ed entrai nella stanza.

La figura davanti a me era seduta con eleganza su un piccolo trono fatto di ossa, ancora oggi non saprei dire se fosse un uomo o una donna, i suoi lineamenti erano a dir poco perfetti, neutri. Aveva spalle larghe coperte da un mantello fatto di pelli di lupo bianco, gli occhi erano di un nero profondo, mentre i capelli castani incornicivano il volto arrivando ben oltre la schiena.

Mi guardò, come se stesse scrutando la mia anima, poi sentì un pizzicore alla base del collo, di rimando sorrisi lievemente mentre approntavo le mie più efficaci difese mentali per impedirgli di leggermi i pensieri. Inclinò la testa verso destra mentre il suo sguardo si faceva ancora più interessato.

Feci qualche passo avanti poi mi fermai.

“Mi chiamo Reyko Tanako, vengo da Toledo e Vi chiedo di poter dimorare per qualche tempo nel Vostro villaggio.” dissi con voce che rimbombò per tutta la stanza vuota.

Per tutta risposta lui non disse nulla fece solo un cenno col capo di assenso, mentre un sorriso quasi sadico affiorava sul suo volto perfetto deturbandolo in tutti i modi possibili. Lo ringraziai e poi uscì con passo lento da quella stanza.

Anhita e Kajal mi portarono in seguito in una stanza dove si intrattenevano tutti i membri di quella congrega. Vampiri che vivevano con le stesse superstizioni dei mortali. Ben presto infatti appresi che non entravano nei luoghi sacri per paura di essere inceneriti, non si mostravamo mai ai mortali se non per cibarsene, non badavano alle loro vesti o ai loro rifugi, erano parassiti, piattole di un mondo che deve celarsi per paura di essere schiacciato.

Erano folli, sadici in ogni modo possibile. I loro incontri si tenevano una volta a settimana e discutevano per ore di cosa era uscito o entrato in città, di come avevano torturato e poi ucciso un barbone o un nobile che era stato così sfortunato da incrociare il loro cammino.

Presto mi accorsi che erano vuoit e superstiziosi, nonchè infinitamente noiosi, pensai ancora a Camila, e a Esteban, al tempo in cui vivevamo a Toledo…

Nessuno di loro sospettava dei miei poteri, se non ovviamente il Principe, anzi sembrava che nessuno di loro potesse leggere nel pensiero, così mi sentì libera di carpire dalle loro menti qualche informazione in più su come si era formata questa congrega, le origini e i vizi di tutti.

Fu così che una notte vidi il volto più straziante e dolce che conoscevo. L’avevano trovata in un lazzaretto e portata in uno scantinato fuori dalla città. La tenevano prigioniera, non volevano ucciderla, ma per sfregio volevano trasformarla e renderla una di loro. Mi bastò scorgere i suoi occhi pieni di lacrime e un’antica fiamma si riaccese dentro di me. Nulla aveva più significato, quel luogo, il Principe, Anhita e Kajal… Nulla.

Uscì di corsa dall’edificio e non appena fui all’aria aperta mi accorsi che c’era una nota stonata nella notte, qualcuno era nell’ombra appostato nei dintorni dove si radunavano questi immondi succhiasangue, in attesa che uscissero dal loro fetido nascondiglio.

Mi concentrai per individuarlo, era dietro di me, sul tetto di un edificio fatiscente, la sua mente era calma, il cuore batteva con regolarità, ma tremava nel profondo per il timore di fallire, non glielo avrebbe perdonato…

Un respiro, poi un altro… Alla fine scoccò un dardo nella mia direzione, mancò il mio cuore, andandosi però a conficcare nella mia spalla sinistra, lo sentì invenire e trafficare con la balestra per ricaricarla, ma ero troppo veloce ed ero già uscita dalla sua visuale. Non badai a lui, alla sua mente, a chi lo aveva ingaggiato… Pensavo soltanto a Camila.

Continua…

Un brusco risveglio

Posted in Incontri immortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

“Credi davvero stia bene?”

“Certo”

“Non ne sono molto convinta, ormai il tramonto è passato da un pezzo, non è normale riposare per così tanto tempo…”

“Sta bene, smettila di preoccuparti! Mi stai annoiando più della sua vista!”

“Guarda, Kajal, sta piangendo ancora…”

“Uff, ci mancava solo questa, lasciala perdere Anhita e vieni via, ora basta!”

Silenzio, terribile e opprimente silenzio. Erano secoli ormai che non provavo tale pace, i pensieri lontani di persone a me sconosciute, le risa e le urla… La sua voce. Nulla.

Sapevo cos’era successo, ricordavo il treno, il suo dondolio frenetico, gli scossoni della carrozza mentre lasciava i binari e si rotolava su se stessa come un’irrefrenabile corsa. Il trambusto e la paura di quelli vicino a me, le loro urla disperate alla ricerca di un loro caro… L’odore del sangue, mai come in quel momento mi era parso così irresistibile, invitante…

Per quanto volessi dimenticare non potevo negare cosa fosse successo, e temevo il fatale incontro con Lei, perchè sapevo che aveva visto la furia della sete nei miei occhi, non potevo tardare quel momento, dovevo spiegarle.

“Camila!” Mi voltai ma intorno a me vi erano solo quattro pareti di pietra spoglie. Lentamente mi alzai dal freddo giaciglio in cui avevo riposato, dirigendomi a piedi nudi verso la porta chiusa in legno, ma appena mi avvicinai, questa si aprì.

La figura davanti a me la ricordavo, era lei che mi aveva salvata. Era però più alta di quello che ricordavo, e i suoi capelli sembravano fiamme vive sulla sua testa, lunghi ricci in preda ad un vento proveniente da un altro mondo. I suoi occhi ora che li avevo davanti erano di un nero profondo, due abissi in cui poter sprofondare senza alcun rimpianto. Gli abiti erano logori ma di buona fattura e di tempi quasi recenti.

Sorrise quando mi vide, mentre mi veniva incontro con passo affrettato: “Finalmente, temevo di non rivederti più sveglia…” Aveva una voce squillante, alta fin quasi a danneggiarmi le orecchie, mi abbracciò mentre continuava a parlare: “Alcuni di noi dopo un trauma forte decidono di loro spontanea volontà di dormire per un tempo indefinito, come a voler dimenticare il loro passato, sono contenta che tu sia qui ad affrontare tutto con con grande coraggio.”

Coraggio? Ma di cosa stava parlando, se avessi potuto sarei scappata lontano da tutto, da quel luogo triste, dal fiume di parole che mi aveva appena travolto, dalla decisione di intraprendere quel viaggio assurdo.

Avrei voluto fare come qualche tempo fa, mentre mi lasciavo alle spalle quel maledetto Hijo de Puta… Ma lei mi teneva legata dai suoi discorsi, con quella strana voce.

Dopo qualche istante tra una pausa e l’altra le chiesi: “Chi sei?”

Il suo volto si illuminò quasi le avessi fatto la grazia di rivolgerle la parola.

“Io sono Anhita, è un piacere poterti ospitare qui, devi essere davvero stravolta, presto ti rimetterai ne sono sicura, basterà qualche notte di caccia e tutto tornerà come prima…”

“Per quanto tempo ho dormito?” Le chiesi.

“Hai dormito per tre notti intere, avrai fame. Vieni, io e mio fratello ti faremo da guida.”

Non avevo forza a sufficienza per farlo da sola, lo sapevo bene, e per quanto questo mi disgustasse non potevo far altro che affidarmi a questi due estranei.

Estranei… No, conoscevo qualcuno che doveva essere da quelle parti, da sola in cerca di me, di quella forza che lei non aveva, di una spalla su cui poter piangere e riposare, con la certezza nel cuore che vi era qualcuno che l’avrebbe difesa da tutto… Ma ora era sola, triste e disperata.

“Le persone coinvolte nell’incidente, tra di loro vi era una ragazza di poco più di vent’anni, il suo nome è Camila… Sai dove poterla trovare?”

A tali parole il suo volto perse il sorriso, e il suo sguardo divenne più cupo e pensieroso…

“Mi dispiace, ma non c’è nessun sopravvissuto tra i mortali coinvolti nell’incidente…”

La sua voce ora era solo un sussurro ultraterreno che continuava a rieccheggiare nella mia testa. Nessun sopravvissuto… Non era possibile, sapevo che lei si era salvata, l’avevo vista, ferita ma viva…

Dovevo trovarla, ma ero in condizioni pietose, sapevo di avere i lineamenti deformati per la fame. Dovevo attendere e capire…

Continua…

Un lungo viaggio verso Varna

Posted in Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… O forse no.

Durante l’arco di tutta una vita i mortali si fissano degli obiettivi da raggiungere, desideri e sogni, molti dei quali non vedranno mai un raggio di sole. Per noi immortali è lo stesso. Erano passati tanti anni da quando lasciai le mie terre, troppe forse, e il desiderio di respirare ancora quell’aria, di essere circondata da giardini colmi di alberi di sakura era troppo forte, così tanto da rendermi cieca e imprudente…

Ma davanti a Camila ero inerme, per cui le dissi di si. Pianificammo tutto, un certificato medico attestava una malattia molto rara che non mi permetteva di espormi ai raggi del sole, e che, di conseguenza il mio alloggio in cabina doveva restare perennemente in ombra, e che Camila, in quanto mia accom si sarebbe occupata di qualsiasi mia necessità, nonchè della pulizia della mia stanza. L’unico timore che non osavo pronunciare era il prolungato digiuno, confidavo semplicemente nel mio forte autocontrollo.

Mentre io mi occupavo che la mia presenza passasse inosservata sul treno, Camila pensava a quale abiti e libri portare, si documentò sul tragitto e sulla vita durante il viaggio, studiò perfino alcune credenze dei luoghi che avremo visitato. Alcune notti poco dopo il mio risveglio la trovai appisolata su montagne di libri o sulla moltitudine di valigie che aveva deciso di portarsi dietro. Osservavo teneramente il suo respiro regolare mentre l’adagiavo dolcemente sul letto, e mi stupivo a pensare alla sua età, a quanto fosse cresciuta ormai, a come fosse diventata una giovane donna indipendente… E capivo dal suo gran da fare che non pensava saremmo tornate da questo viaggio…

Un viaggio di sola andata.

Non potevo fermare quello che avevamo cominciato ormai, ma solo in quel momento ne ebbi la piena consapevolezza.

Nulla si poteva fermare a questo punto.

Partimmo.

Il viaggio iniziò lento e calmo, ci mischiavamo nella folla dei passeggeri; la ricca Signora Orientale e la sua accompagnatrice. Non facemmo mai nulla per smentire le voci che circolavano sul nostro conto, la bella signora che era rimasta affascinata dalla giovane occidentale e che la voleva portare nella sua patria per godere della sua bellezza…

Insieme ridevamo di questi pettegolezzi, poi Camila fantasticava su come sarebbe stato vivere in Giappone, in una di quelle classiche casette di riso immerse in un giardino pieno di fiori di loto in un laghetto…

Io non potevo godere del paesaggio come Camila, e sapevo che ne rimaneva ogni giorno affascinata. Sapevo anche che faceva amicizia velocemente con gli altri viaggiatori, e che tutti le volevano bene.

Per mio conto facevo il meglio che potevo invece per restare il più lontano possibile dagli altri, leggendo i miei libri chiusa in un innaturale silenzio. Era l’unico modo per non cadere preda della sete.

Una volta arrivati a Giurgiu dovemmo prendere un traghetto per attraversare il Danubio e raggiungere così la tappa successiva del viaggio, Ruse, da dove sarebbe partito un altro treno diretto verso Varna. Tutto ciò fortunatamente avvenne nelle ore successive al tramonto, permettendoci di godere del fantastico paesaggio che il fiume prima, e i monti dopo regalavano agli occhi. L’aria in quella zona dell’Europa era carica di mistero, come se qualcosa fosse celata dalle ombre pronta a saltar fuori. Tuttavia non avenne nulla con mio grande sollievo, almeno fino quando non scendemmo a Varna…

Il digiuno mi aveva reso debole e iniziavano anche a vedersi i primi segni sul mio volto, dovevo solo tenermi lontano dai mortali in modo tale da non sentire il loro odore, ma mano a mano che passavano le notti l’aria del treno diventava sempre più satura dell’odore del sangue…

… Eravano a poche miglia dalla stazione di Varna quando il treno frenò bruscamente, una voce nell’interfono ci comunicava che c’era stato un piccolo guasto, ma che a breve saremo ripartiti per raggiungere la destinazione.

Furono lunghi attimi, in cui tutti i passeggeri si guardavano con aria ansiosa, cercando di trarre forza e coraggio dagli gli uni dagli altri.

Di contro, mentre tutti cercavano la vicinanza altrui, io mi dovetti allontanare, la paura diventava sempre più forte con il passare del tempo, impregnando il vagone di un profumo inebriante e invitante… Poi, di colpo il treno iniziò a muoversi, sempre più veloce, fino a quando il macchinista ne perse il controllo e deragliò in un’esplosione di suoni metallici sull’erba fredda.

Per un istante tutto fu immobile, silenzioso, poi ci furono dei singhiozzi sommessi, ai quali si aggiunsero dei pianti, e infine urla di dolore. Restai ferma per qualche secondo, consapevole di chi avevo intorno, cercando Camila con il pensiero, aveva riportato qualche graffio ma stava bene. Poi iniziai a guardarmi intorno, nel caos della caduta i passeggeri erano sparsi ovunque, e mano a mano che prendevo sempre di più consapevolezza per la disgrazia che ci aveva colpito, tutto divenne nero.

Qualcuno vicino a me era stato ferito gravemente da una lastra metallica, il suo sangue mi mandò letteralmente in estasi, e dopo tutte quelle settimane, non potei far altro che cibarmi di quel povero sventurato. Non ero più in me, non riuscivo a ragionare, sebbene sapessi che quello che stavo compiendo era contro ogni regola che fino a quel momento mi ero data, contro gli insegnamenti che avevo impartito ad Esteban… Contro tutto… Non potevo nulla, ero inerme, e più bevevo più avevo sete. Tutte le voci vennero azzitite dal suo battito, fino a quando l’ultimo non riecheggiò sordo nelle mie orecchie… Iniziai a piangere lacrime di sangue, sapevo cosa avevo fatto e che ormai, non potevo tornare indietro.

Improvvisamente un lampo bianco entrò nel mio campo visivo, mi afferrò per la spalla e mi trascinò lontano da tutto e da tutti…

Ricordo solo di aver sentito una tremenda botta dietro la nuca e una voce calma e dolce che sussurrava: “Non ora, e non qui sorella… Ci sarà tempo per il rimpianto.”

Poi, svenni.

Continua…

Un luogo dannato

Posted in Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

E invece vi ritornai, notte dopo notte, lasciando che Camila si godesse la bellezza di quella terra tanto declamata.

In principio ero curiosa di come vivessero gli altri della mia razza, poi compresi di quanto fossero ridicoli e ben poco affini alla vita in generale.

Passavano le notti in quella strana città sotterranea, vagando come zombi in cerca di carne putrida da divorare, pochi parlavano tra loro e quasi sempre queste conversazione erano sconnesse, quasi incompresibili alle orecchie altrui. Non un sorriso o delle risa venivano udite. Lentamente non mi fu difficile conoscerli tutti, apprendere chi era più incline a parlare e chi invece sembrava appartenere ad altri universi… In queste notti i loro nomi si sono persi nei mille ricordi e nelle gesta eroiche di altri, era come se, una volta ricevuto il dono dell’immortalità, attendessero come dei gusci vuoti…

Oltre a Dominique solo un altro nome è rimasto impresso nei miei pensieri, forse per la sua pericolosità e la sua sete, Etienne Durand.

Era un ragazzo di vent’anni circa, il classico standard francese di quei tempi, alto, dagli occhi glaciali e i capelli color del sole, con un’aggiunta di quell’aria da snob che si potrava dietro costantemente. Anche lui come Dominique vestiva abiti sudici e consunti. Uno dei pochi che non si tirava indietro davanti ad una buona conversazione.

Fu abbracciato qualche anno prima, e ancora tutto gli sembrava nuovo e appetibile, forse per questo motivo che risultava essere più simpatico degli altri.

Una notte decisi di cacciare con loro, Dominique e Etienne.

La notte era umida per via della pioggia incessante di quel periodo, ma ciò non fermò certo la vita di quella città.

Gli uomini andavano in giro con i loro mantelli e i cappelli, attraversando le strade su quelle loro carrozze tanto sfarzose, molti altri invece erano seduti sui marciapiedi bagnati, il volto tra le mani sporche, in cerca di qualche moneta per poter mangiare. Di qualche passo dietro ai due francesi restavo ad osservare in silenzio i loro movimenti e le occhiate che lanciavano di tanto in tanto nei vicoli più bui. I loro passi sembravano seguire un cammino casuale, ma imparai che nulla per loro era casuale…

Ben presto si fermarono di fronte ad un grande palazzo a base rettangolare, sembrava un ospedale, con le griglie alle finestre e le porte sprangate. Da esso arrivavano pianti e gemiti… Poi compresi, era un orfanotrofio.

Impallidì…

Poi tutto accadde troppo velocemente perchè potesse essere vero. Le due figure si inoltrarono nella penombra del vicolo, passarono oltre la porta dello stabile senza far alcun rumore, qualche minuto dopo ne uscirono con in braccio due bambini piccoli, entrambi addormentati.

Li osservai per un breve istante, negli occhi di Etienne scorsi una follia ben radicata e una scintilla di eccitazione nel guardare il fagotto che aveva tra le braccia, Dominique invece rideva, posando i suoi occhi neri su di me, mentre cullava il piccolo che portava con se. Non potei assistere oltre, con il favore delle tenebre me ne andai, lasciandoli soli…

La notte successiva non volevo tornare da loro, camminai per la città, assaporando gli odori delle prime ore della sera, quando, svoltato un angolo mi trovai dinnanzi a Dominique ed Etienne:

“Ci sei mancata ieri notte Reyko, saresti dovuta restare, il banchetto era grandioso…” La voce di Etienne aveva un tono isterico quasi.

Li osservai entrambi, mentre Dominique aveva un sorriso perenne sul volto: “Abbiamo un’educazione troppo diversa, sono solita nutrirmi di ben altro sangue…” La rabbia ribolliva in me, si erano nutriti del sangue di innocenti, non potevo sopportarlo, nei loro volti vedevo quello di Camila…

“Nessuno, è al sicuro con noi, siamo predatori…” Era Dominique ora che parlava: “Il sangue innocente ci aiuta a restare in questo mondo, ci da nuova forza e ardito vigore, senza di esso moriremmo… Devi renderti conto Reyko che ormai noi siamo morti, ci siamo lasciati alle spalle ogni genere di vita, non possiamo intrattenerci con i mortali, viaggiare con loro… Dopotutto loro sono il nostro pranzo, e di tanto in tano ci concediamo un premio per così dire, per aver rispettato le nostre regole. Ben presto capirai queste parole e ti unirai a noi, sono solo carne, che presto o tardi marcirà…”

Non potevo credere a quelle parole, erano oscene, quelle parole rimbombavano nella mia testa, martellando incessantemente dalla paura di andarmene da loro, nessuno era al sicuro in quel luogo…

“A domani notte Reyko” prima di andarsene Etienne si voltò verso di me salutandomi come avrebbe fatto un bambino contento del regalo ottenuto.

Restai immobile per qualche minuto, incapace di muovermi e di pensare, poi decisi. Un luogo del genere non avrebbe avuto vita lunga, e loro al momento erano in troppi, non potevo fronteggiarli.

Mi mossi più veloce che potevo per raggiungere Camila, ma nella nostra stanza non c’era, chiesi all’oste e a chi era presente in taverna, ma nessuno l’aveva vista fare ritorno. Uscì di nuovo, avevo soltanto poche ore prima che sorgesse il sole, dovevo trovarla e portarla via da quel posto. Visitai musei, chiese, taverne… Poi passando da fuori ad un cafè lontano dal centro sentì la sua risata ed entrai, la scorsi in un angolo dell’affollato locale, era in compagnia con altre due ragazze pressapoco della sua età.

Mi pianse il cuore nel doverla strappare a quella allegria ritrovata, ma ne andava della sua salvezza. Le feci un cenno, e con grazia si liberò di quelle ragazze.

Si diresse verso di me, il sorriso ancora sul suo volto si spegneva ad ogni passo che si avvicinava a me…

“Qualcosa non va Señora?” il suo tono era seriamente preoccupato, mentre gli occhi cercavano una conferma.

“Si piccola mia, dobbiamo andare via da qui subito. Mi dispiace” Le carezzai il volto e lei annuì.

Tornammo in taverna e preparammo i bagagli, pagai generosamente l’oste e ci apprestammo a lasciare quel luogo dannato…

La carrozza percorse tutta la città, e all’altezza del cimitero percepì qualcosa, mi sporsi e vidi Etienne e Dominique dall’altra parte della strada, il volto contorto in una maschera di rabbia furiosa.

Nella mente sentì il sussurro di Etienne: “Ti daremo la caccia, dovunque andrai non sarai mai al sicuro Bambola di Porcellana, tu e la dolce creatura che ti porti dietro, non potrete scappare per sempre…”

Poi tutto tacque, mentre in lontananza il sole sorgeva io scivolavo in un sonno di eterni incubi.