Archive for the Cacciatori Category

Umanità infranta da un infante

Posted in Cacciatori, Mortali, Vendetta on novembre 16, 2011 by Reyko

… Un urlo straziante proveniva da dietro le mie spalle.

Un urlo carico di rabbia.

Keishi era al mio fianco, inginocchiato, la sua mano che sfiorava i capelli di Camila, il suo volto rigato dalle lacrime era deformato dall’odio, osservò l’uomo che stava di fronte a noi con un’ira tale da permeare l’aria, il cacciatore fece un passo indietro… Alzai lo sguardo per vedere il suo volto, il suo terrore. Stava scuotendo la testa, gli occhi sbarrati sul corpo di Camila.

“E’ colpa tua vecchia megera! Se lei non si fosse avvicinata a te così tanto sarebbe ancora viva, avrebbe avuto un futuro felice… E invece guarda! Guarda è morta per colpa tua, per il tuo egoismo nel tenerla vicina. Ora pagherai…” La sua voce era un urlo isterico. Mentre parlava non potevo fare a meno di pensare che quest’uomo mi conosceva, sapeva come avevo incontrato Camila, era sua premura che lei restasse viva dopo in nostro incontro, ma ero sicura di non averlo mai incontrato sul mio cammino a Toledo, o in qualsiasi altra città visitata durante il nostro viaggio…

“Chi ti ha mandato a cercarmi? Sono stanca delle tue parole, dici che Lei non doveva morire, eppure è la prima volta che ci incontriamo, chi sei?” Ero in piedi ora di fronte a lui, una figura sottile che lo minacciava.

“Non lo ripeterò un’altra volta, se non vuoi parlare lo farà la tua mente…” E dicendo ciò allungai le braccia verso di lui, afferrandogli la testa con le mani, tenedola stretta e osservando con gli occhi i suoi ricordi. Il suo sguardo era terrore puro.

Erano immagini sfuocate, che passavano veloci, una dietro l’altra. Poi d’un trato lo lasciai andare, entrambi barcollammo. Poi una figura si fermò nei suoi pensieri, nitida come il sole, e restai di sasso. Lo guardai incredula, incapace di emettere alcun genere di suono, mentre lui mi osservava con occhi pieni d’odio e schifato per la mia natura…

Il silenzio ci aveva avvolto sotto una pesante coperta, il tempo fuori si era fermato. Dopo qualche istante parlai…

“Tu… Tu… Sei un Cacciatore, mi hai seguita dopo che il tuo compare aveva perso le mie tracce in quel dannato paese… Non può essere… Non conosci l’uomo che ti ha commissionato questa crociata, hai solo accettato per i soldi che ti venivano dati…” La sua immagine continuava a torturarmi, come se qualcuno mi avesse pugnalato al cuore.

“Odi così tanto la mia razza che non ti sei nemmeno chiesto chi fosse costui…” Mentre dicevo ciò Keishi si era rialzato, appoggiando dolcemente il corpo inerme di Camila. E quando si scagliò verso il Cacciatore con un impeto dettato dalla furia che non riuscì a fermarlo. gli si avventò addosso colpendolo con i pugni e con i calci, quella lotta fuoriosa e disperata li aveva fatti cadere entrambi, poi sentì un colpo che attraversò il silenzio della notte. Qualche istante più tardi il corpo di Keishi era rimasto a terra privo di vita. il Cacciatore si rialzò con fatica.

“Che anche quest’anima sia sulla tua coscienza.”

“Tu non sai nemmeno di cosa stai parlando, sei accecato dall’odio, come chi ti ha pagato lo era dal risentimento. Se eri un vero Cacciatore di Vampiri avresti dovuto fermarti a riflettere, come faceva a conoscere tutto di me, ogni minimo particolare…”

“Non mi interessa! Tu sei un abominio! Un mostro che deve soltanto finire all’inferno!”

“Oh, ma io all’inferno ci sono già… E tu avresti dovuto uccidere colui che ti ha dato quella sacca di denaro sporco di sangue, perchè anche lui era un abominio, come lo sono io…”

Queste parole subirono l’effetto che desideravo, vidi nei suoi occhi un’incredulità che si tramutava in terrore. Poi sorrise…

“Allora prima finirò il lavoro qui con te, poi tornerò per ucciderlo personalmente… Così che…”

Non gli diedi il tempo di finire la frase, mi avventai su di lui e prima spezzai l’osso del collo gli dissi…

“Oh ti sbagli mio caro, non ti permetterò di tornare da lui, ne tanto meno ti posso dare la possibilità di ucciderlo, perchè vedi lo farò io con queste mani… Gli ho dato tutto, l’ho salvato e ora lui mi ripaga così meschinamente… Quell’Hijo de Puta pagherà per la morte di Camila e di Keishi!” Il colpo che ricevette fu così violento che la testa si staccò dal corpo con un sonoro schiocco, poi le sue membra caddero privi di vita…

Il mio stesso infante… Come aveva osato, gli avevo dato tutto, avevo cercato di essere un buon Sire, una guida da seguire…

Ora sapevo perchè il Cacciatore era rimasto impietrito dalla morte di Camila… Lui voleva me, perchè lo avevo abbandonato? Perchè non lo avevo portato con me? Tuttavia amava Camila, seppur a modo suo e a lei non avrebbe fatto alcun male…

Avevo così tante domande da fargli non poteva pensare di cavarsela così facilmente… Voleva me? Beh il suo desiderio era stato ascoltato perchè era quello che avrebbe avuto!

Presi la collana che Camila teneva appesa al collo e l’anello di Keishi, poi uscì da quella casa, lasciandomi alle spalle un’altra scia di morte mentre appiccavo il fuoco per bruciare ogni traccia di quello che era accaduto. Nessuno doveva sapere, nessuno.

Poi tornai dal piccolo Eisen, lo affidai ai genitori di Keishi, inventando una storia abbastanza credibile su un incidente in cui Camila e il marito erano morti, e che ora il piccolo aveva bisogno di un posto dove stare che fosse sicuro…

Quella notte stessa lasciai il Giappone, dove per la seconda volta era morta la mia umanità, e non feci più ritorno.

Reputavo il mio infante astuto, sapevo che se ne era andato da Toledo, ma dovevo partire da li per seguire le sue tracce.

Questa volta sarebbe stato lui ad avere un Cacciatore alle calcagna, e quel Cacciatore ero io, Esteban del Gado non se la sarebbe cavata questa volta, non così facilmente…

Continua…

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Una vita nasce… Un’altra muore…

Posted in Cacciatori, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Non appena sbarcammo l’odore salmastro del mare si confuse con quello degli alberi sakura in fiore. Erano le ore che precedevano l’alba, quando tutto il paesaggio viene avvolto da una fitta coltre di bruma, rendendolo più simile a un sogno che alla realtà, Camila si guardava intorno, il suo sguardo brillava di stupore e gioia.

Era passato più di un secolo, e il mio amato paese, come tutto, era mutato, ora si poteva scorgere l’artiglio dell’occidente sulle nostre strade. Una profonda malinconia mi colse, avevo sperato di ritrovare le piccole cose che tanto amavo intatte, invece tutto ormai era cambiato… Tutto tranne io.

Camminammo per le strade di Matsue, il cinguettio degli uccelli accompagnava i nostri passi per le strette vie secondarie, in cerca di una casa da tè nella quale riposare.

Quando finalmente la trovammo, mi preoccupai di contrattare con la direttrice del nostro soggiorno, mentre Camila sistemava le nostre cose nella piccola stanza che ci era stata assegnata. Le porte scorrevoli in carta di riso, i profumi del tè, della cucina e del cerone bianco si mescolavano in una fragranza unica che non si poteva dimenticare, inspirai profondamente a occhi chiusi, mentre venivo investita dai ricordi di una vita passata… Ma il sorgere del sole era ormai prossimo e ben presto caddi in quello strano sonno più simile alla morte, mentre le immagini del mio passato continuavano a torturarmi, e per quanto fosse eccitata di trovarsi in un posto per lei magico anche Camila si addormentò subito…

Sapevo di essere a casa e al sicuro.

“Reyko…”

“Reyko, svegliati..”

Era la voce di Camila che mi riportava alla realtà, mentre il volto di Hoshiko si attardava a sparire… Chissà se era rimasto in Giappone, oppure se anche lui aveva deciso di perdersi per il mondo… Chissà quanto immortali aveva conosciuto e con i quali si era intrattenuto… Ma la voce di Camila insisteva, e così con grande sforzo ripresi coscienza di me e del mondo che mi circondava.

“Guarda Señora, guarda fuori, quante luci… E quanta gente…” Camila era affacciata alla finestra che dava sul giardino, e osservava a bocca aperta il fiume di gente che si apprestava a passare una serata tranquilla al di fuori del lavoro.

Non potei fare a meno di sorridere con il cuore più leggero vedendo la sua gioia.

“Vieni niña prepariamoci per uscire, abbiamo tutto il diritto di divertirci anche io oggi…” Così dicendo le porsi un kimono dal motivo floreale color pastello, l’aiutai a vestirsi, come si fa con una figlia ancora inesperta. Quando vide la sua immagine riflessa allo specchio, per un istante tutto venne cancellato, gli attacchi, le violenze… Toledo… Tutto.

Uscimmo per le strade di quel paese, l’accompagnai a mangiare in un chiosco di ramen e in seguito le feci da guida per le strade, indicandole i nomi in giapponese, e spiegandole tutto quello che doveva sapere per vivere in quel posto meraviglioso, sospeso tra passato e presente.

Passammo le due settimane seguenti a Matsue, come se dovessimo abituarci ai ritmi della città, così diversa da quelli che avevo imparato ad avere a Toledo. I giorni trascorrevano indisturbati e tranquilli, l’aria che respiravo mi parlava della vita che avevo lasciato, appresi dai ricordi della gente quello che era successo, la guerra civile che aveva investito le nostre usanze con la prepotenza dell’Occidente… Il dolore e la decandenza che il mio popolo era stato costretto a subire… Eppure nessuno si era perso d’animo, avevano lottato a denti stretti, per la loro identità, e questo mi fece sprofondare in un turbine di vergogna… Io ero scappata, per salvarmi la vita, egoisticamente, senza preoccuparmi delle persone che mi lasciavo alle spalle, in una scia di morte.

Ma ero rincuorata dalla vista del volto di Camila, che mano a mano perdeva il pallore degli ultimi tempi, per tornare a essere raggiante, e pieno di speranza… Lei era la mia umanità che sbocciava dopo più di un secolo…

E così partimmo verso la nostra meta finale, dove avremo avuto una residenza stabile. Kyoto

Comprai una casa in legno nel tipico stile antico giapponese, mentre Camila si preoccupava di arredarla secondo il suo gusto e le nostre necessità.

Quando si è felici il tempo trascorre veloce, e spesso non si ha il tempo di soffermarsi sulle cose belle… Così accadde anche per noi in quel periodo… Camila era ormai diventata una donna adulta e indipendente, ammirata e adulata dagli uomini della sua età. Ben presto avrebbe dovuto iniziare a camminare lontano da me per costruire la sua vita, ma quando intraprendevo questo discorso Lei si arrabbiava terribilmente mettendo il broncio, dicendo che non aveva bisogno d’altro se non prendersi cura di me… Io le dicevo che si sbagliava, che presto avrebbe cambiato idea…

Ben presto infatti iniziò ad accettare il corteggiamento di un suo coetaneo di nome Keishi, facendo sempre più tardi la sera e uscendo sempre più spesso. Non potevo che essere felice per lei, lei che avrebbe avuto quello che io non avrei mai potuto avere… Una famiglia. Quando nacque Eisen fece in modo che io fossi presente, aiutandola a darlo alla luce. A tutti mi presentò come la zia Reyko, e tutti accettarono di buon grado la mia presenza nella loro vita, sebbene fossero ignari della mia natura.

Era il culmine della felicità, di tutti… E tutti avevamo la guardia abbassata, io compresa…

Non dimenticherò mai quella notte. La notte in cui Camila non tornò a casa, mentre Eisen richiamava a gran voce la presenza della madre, la notte in cui la tempesta imperversava sulla nostra casa come se volesse sradicarla… La notte in cui percepì di nuovo un senso di impotenza. La notte in cui sentì il suo grido disperato.

“Io vado a cercarla, deve esserle successo qualcosa, non posso più stare qui a far niente…” disse Keishi, in un impeto di disperazione.

“E da dove pensi di iniziare? Lascia che me ne occupi io, tu pensa a Eisen, ragiona per un momento.” Fu la mia risposta, ma lui continuò… “E fare così la figura di chi non si sa prendere cura di sua moglie suo figlio… No, non esiste, vengo con te!”

“Ah, al diavolo. Vieni, ma non intralciarmi… Eisen sarà più al sicuro qui.”

Lasciammo il piccolo in lacrime tra le braccia di una badante, mentre io e Keishi ci catapultammo in strada in cerca di Camila.

Era come un incubo che si ripeteva di nuovo… In cerca di nuovo del mio tesoro.

Cercai ogni traccia di lei nei pensieri delle persone, cercai la sua mente… Ma dovemmo allontanarci di molto per trovare qualcosa. Keishi era esausto alle mie spalle, ma non voleva arrendersi, e l’unica cosa che gli dava la forza di andare avanti era l’amore che provava per lei… Un’amore che era più simile alla disperazione.

Poi ad un certo punto mi fermai di colpo, avevo già sentito quell’impronta. Una mente calcolatrice, fredda, il respiro misurato, così come il battito del cuore. Scrutai nella sua mente, e sebbene fosse disciplinata e difficile da piegare, riuscì a capire chi fosse… E cosa volesse…

Un cacciatore, e voleva la mia morte, era disposto a tutto pur di avermi, provava un odio tale che non potei far altro che comprenderlo… Ma non potevo perdonarlo per aver preso Camila.

Entrai a passi lenti e regolari nella casa in cui si nascondeva, senza celargli la mia presenza.

Lui era seduto in salotto, ai suoi piedi c’era un fagotto che respirava pesantemente, e scorsi i capelli della mia amata Camila, fortunatamente per lui non l’aveva picchiata, ma drogata.

“Cerchiamo di non perdere la calma e di fare cose di cui ci pentiremo daccordo?” Gli dissi mentre mi avvicinavo sempre di più.

Lui scosse la testa. “Stai indietro, e non ti azzardare a fare i tuoi trucchetti mentali con me, so di cosa sei capace e non riuscirai a infinocchiarmi!” Quanta spavalderia nella sua voce, non teme nulla, nemmeno la morte… “Cercavi me, giusto? Eccomi, lascia andare lei, non ti serve…” La mia voce era un sussurro.

“Non è così che funziona, ora non sei più tu a dettare le regole.”

“Ah no, e chi sarebbe allora?” Lo incalzai. “Mi dispiace Bambola di Porcellana, non ho alcuna intenzione di dirti niente… Tu devi solo morire, e così tutti loro che sono stati contaminati da te e dal tuo sangue…”

Mi voltai versi Keishi che era rimasto qualche passo dietro di me. “Keishi san, esci da qui e aspetta fuori.”

“Non ci penso nemmeno, cosa sta succedendo qui?” Chiese lui. “Non è l’ora di fare domande, fai come ti dico, esci!”

L’uomo approfittò della mia distrazione, alzò la mano che impugnava la pistola, io mi voltai appena in tempo per vedere che premeva il grilletto, e poi qualcosa di rosso macchiò il mio volto…

Camila era in piedi davanti a me, mi osservava, gli occhi erano lucidi e il suo volto sereno, sorrideva, mentre dalla sua bocca un rivolo di sangue usciva lentamente. “Avevi ragione Señora” disse in spagnolo, poi si accasciò al suolo. Io la presi tra le braccia, cullandola come avevo fatto tempo addietro, cercando il suo battito e la sua mente… Prenditi cura di Eisen. Poi più nulla…

La mia umanità era morta.

Continua…

La fine di un incubo, l’inizio di un inferno

Posted in Cacciatori, Incontri immortali, Mortali, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Corsi per ore alla ricerca di quel luogo celato tra i resti di quello che un tempo era stato un villaggio, cercai una sua traccia, un pensiero… Ma nulla… Poi d’un tratto, quando ormai avevo perso ogni speranza, dicendomi di aver seguito un’illusione, lo percepì, era appena un sussurro, la supplica di una mente stanca e priva di difese.

Sfondai la porta dalla quale proveniva quel pensiero, scesi i restanti gradini in legno di quella che un tempo era una scala, e li la trovai.

Era in ginocchio, incatenata alla parete di pietre grezze, il capo chino e i vestti laceri, lentamente mi avvicinai a quello che restava di lei, e per un momento temetti di averla persa per sempre, poi sentì un battito fievole del suo cuore, mi chinai verso di lei e le sollevai delicatamente il volto. I capelli sporchi di sangue e macerie rivelarono un viso pallido e lacrime di terrore.

“Ci sono qui io ora niña, nessuno ti farà più del male” Le sussurrai appena, ma lei aprì gli occhi e mi guardò piangendo. Le slegai i polsi e le caviglie, la sollevai da terra senza alcuna fatica. “Andiamocene via, torniamo a casa…” Le bacia la fronte e mi apprestai ad uscire da quell’inferno, ma due figure mi sbarravano la strada, feci appena in tempo a riadagiare Camila a terra, che quando mi voltai per affrontarli mi ritrovai improvvisamente incapace di muovere un qualsiasi mio muscolo, potevo solo guardare dritto davanti a me, in quegli occhi che apparvero dal nulla. Lo sguardo di Anhita sprigionava un tale potere da tenere imbrigliata la mia volontà di reagire.

Vidi il pugno di Kajal arrivare, ma non potevo evitarlo. La forza con cui mi colpì era superiore a quella di un comune umano, e anche a quella di molti altri della nostra razza. Continuò a colpire fino a quando ne ebbe forza, poi stanco e con un sorriso perverso sul volto mi guardò e mi disse: “Non andrai da nessuna parte ora, tu e la tua bella umana resterete qui e servirete in tutto e per tutto Lord Emil.” Soddisfatto di non ricevere alcuna mia controrisposta ricominciò con il colpirmi, ma questa volta con maggior violenza, i suoi colpi erano come artigli che penetravano nella mia carne, e non riuscivo a rigenerarli come quelli precedenti, sapevo che se sarebbe andato avanti ancora a lungo ben presto mi avrebbe portato fino allo stato di incoscienza, dovevo reagire, non tanto per me, ma dovevo salvarla, dovevo portarla via da li. Ogni colpo era un dolore tremendo, che però non faceva nient’altro che aumentare la mia rabbia.

“Kajal ora basta… I suoi occhi… Sta per perdere il controllo…” Sentì le parole pronunciate da Anhita ma non vi badai, ero troppo infuriata per non poter reagire a tutto ciò.

Non ricordo lucidamente quello che successe dopo, sono solo frammenti di immagine, ricordo la paura che vidi sul volto di Kajal quando parai uno dei suoi colpi. Il terrore che aveva guardando il suo braccio che veniva spezzato, il suo urlo di dolore quando in preda alla furia mi avventai su di lui per cibarmene.

Anhita era rimasta inerme, sorpresa della mia collera e terrorizzata da quello che il fratello stava subendo, lei non avrebbe potuto fermarmi, voleva scappare e salvarsi almeno lei per denunciare la cosa e trovare rifugio presso il suo Padrone e Protettore. Quando di Kajal non rimase nient’altro che cenere mi avventai su di lei, le strappai gli occhi affinché non potesse più usare il suo potere contro di me e per la seconda volta nella mia vita diedi sfogo a tutta la rabbia che avevo accumulato in secoli di solitudine… Non mi accorsi nemmeno di essere andata oltre e averle donato la morte ultima, ma questo lo avrei appreso soltanto in seguito, quando la mia mente tornò lucida.

Restai per alcuni minuti ferma ad osservare i pochi resti di quei due demoni, recuperando via via la ragione, mi voltai quindi verso Camila, la presi in braccio e la portai fuori all’aria aperta. Aveva bisogno di cure e al più presto, non soltanto l’avevano percossa, ma si erano anche cibati di lei, fino quasi a darle la morte. Non potevo portarla in ospedale, avrebbero fatto troppe domande, e poi dovevo allontanarmi in fretta da quel posto, sicuramente altri della corte di Emil mi avrebbero dato la caccia per aver ucciso i suoi due infanti.

Per sicurezza mi allontanai di qualche miglio, restando al limitare della foresta che pullulava di strane presenze… Per quella notte avevo avuto abbastanza azione, e dovevo occuparmi di Camila prima che morisse.

Versai del sangue sulle ferite più profonde di modo che smettessero di sanguinare. Ma non era sufficiente, aveva perso troppo sangue, così mi recisi un polso e le feci bere qualche goccia del mio sangue.

Attesi qualche ora prima che il suo battito tornasse ad essere regolare sebbene ancora fievole. Dopo di che la presi di nuovo tra le mie braccia e mi allontanai ancora un po’ per essere sicura che nessuno degli scagnozzi di Emil seguissero le nostre tracce. Ero troppo preoccupata e euforica per il combattimento per rendermi conto che qualcuno da lontano aveva osservato tutto e che lentamente stava ritornando in città.

Pagai un passaggio per raggiungere la città più vicina dalla quale poi avremmo potuto prendere il treno che ci avrebbe portato sulla costa. Una volta arrivati comprai del cibo per Camila, e presi una stanza in una taverna, inducendo la povera locandiera a non disturbarci per tutto il giorno successivo lasciandole denaro a sufficienza per vivere un mese senza dover lavorare. La donna accettò senza fare nemmeno domande, chiuse le imposte della taverna e ci lasciò riposare. Sistemai Camila sul letto, rimboccandole le coperte e lasciando un vassoio con del latte e del pane sul comodino. Nel frattempo l’aurora stava per annunciare l’arrivo di un nuovo giorno e io dovetti sistemare le imposte alle finestre affinché nessun raggio del sole potesse penetrare nella stanza, e mi apprestai a riposare sotto il letto. Chiusi gli occhi e lasciai che la pace si impossessasse di ogni mio muscolo. Fu in quel momento che appresi cosa avevo realmente fatto a quei due poveri sventurati, ne avevo assorbito non soltanto il sangue, ma anche la loro anima, sentivo il loro potere scorrere nelle mie vene, nella mia mente… Poi l’oblio del sonno mi colse e tutto divenne buio e silenzioso.

Tutum.. Tutum.. Il battito di un cuore che si faceva via via più forte e stabile mi svegliò, uscì da quella specie di rifugio e vidi il volto della mia dolce Camila che mi stava sorridendo, aveva ordinato una cena per due persone, di cui aveva già dato fondo per buona parte. Le mie ferite non si erano rimarginate ancora del tutto, avevo artigliate sparse per tutto il corpo, e ci avrei messo parecchio tempo prima di tornare come prima. Ma lei mi guardò con una preoccupazione che cresceva di minuto in minuto. “Non ti preoccupare.” Le dissi coprendo le ferite, “non è niente di grave, guariranno. Pensa piuttosto a mangiare e a recuperare le forze, abbiamo un viaggio da completare” Mi sorrise, ma nel suo sguardo qualcosa era cambiato, ora sapeva più che mai che cosa voleva dire restare al fianco di un immortale, sentiva la sua fragilità e la sua impotenza, e mi sentì terribilmente in colpa per tutto quello che aveva passato… Mi ripromisi che avrei fatto di tutto per proteggerla ed evitarle un ulteriore dolore. Ma sapevo in cuor mio che c’era un’unica soluzione per evitare tutto questo, ma che non avrei mai potuto farlo a lei.

Passarono alcuni giorni nei quali restammo chiuse in quella stanza, una volta giunte nel mio amato paese le avrei passato tutti i miei averi affinché potesse vivere degnamente senza dover temere la fame. Le avrei dato tutti gli agi possibili. Una settimana più tardi partimmo, prendendo di nuovo il treno che ci avrebbe portato fino al limitare di quel paese, poi da li prendemmo una carrozza che ci portò fino alla costa, e ci apprestammo a compiere l’ultima parte del nostro viaggio via mare.

Questa volta ci accontentammo di una semplice imbarcazione mercantile, restando nella nostra solitudine, mentre Camila recuperava man mano le forze, e io guarì le mie ultime ferite giusto in tempo per sbarcare al porto di Matsue.

Eravamo finalmente in Giappone, l’incubo in cui avevamo vissuto era passato da poco, e non sapevamo cosa ci stesse aspettando nella mia amata terra.

Continua…

La congrega

Posted in Caccia, Cacciatori, Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Volevo urlare, la testa era colma di immagini caotiche e suoni assordanti, non riuscivo a riflettere, era successo tutto troppo in fretta, mi mancava persino l’aria di cui non avevo bisogno per respirare.

Panico.

Come avevo potuto perdere Camila in quel modo folle? Ero un immortale con una forza senza eguli eppure in quel momento mi mancò il coraggio di reagire.

Rabbia.

Avevo ucciso un’innocente, e lo avevo fatto senza pensarci, senza riuscire a fermarmi. Che fine aveva fatto il mio autocontrollo, la mia freddezza di sempre?

Dolore.

Volevo soltanto che le voci nella mia mente smettessero di urlare, volevo solo che le immagini smettessero di vorticare.

Uccidere.

Uccisi tutta la notte, non mi fermai nemmeno dopo aver placato la mia sete, davanti alla presenza di due estranei appartenenti alla mia stessa razza. Fui spietata con chiunque mi attraversasse il cammino, non curante di quello che pensavano quei due.

Andai a caccia con loro per le strade di quel paese dimenticato da tutti, erano assassini spietati assetati di sangue e cinici.

Non facevano distinzione tra innocenti e malfattori. Non avevano regole e vivevano solo per sopravvivere. Li guardai cibarsi, e pensai che forse avevo frainteso tutto, che forse il loro modo di vivere era quello giusto, o semplicemente quello più facile, nessun rimorso nessuna morale…

Poco prima dell’alba mi condussero nel loro nascondiglio, un campo sotterraneo pieno di cripte antiche. Scivolai in un sonno immoto.

Finalmente tutto era silenzio.

L’indomani scoprì che non erano gli unici in quel villaggio, ce n’erano molti altri, tutti come loro. Si incontravano in un campo nomade appena fuori dal centro abitato. Non curavano i loro abiti ne i loro modi verso i mortali, sebbene avessero una stretta etichetta nei confronti dei “governanti” di quelle terre.

Una sera mi condussero alla presenza di quello che loro chiamavano “Principe”, un vampiro che aveva diritto di vita e di morte su tutti i vivi e non.

“Devi farlo Reyko, sono le nostre regole, vedrai è più semplice di quanto tu possa pensare.” disse Anhita sottovoce prima di entrare nelle sale del Principe.

“Si ma io non resterò qui a lungo, devo soltanto recuperare tutte le mie cose, e poi me ne andrò.” risposi con un filo di voce, era una cosa che non mi piaceva per niente, sebbene comprendessi perchè devo farlo…

“E’ solo questione di minuti, poi potrai ritornare ai tuoi affari. E’ una formalità nulla di più.” rincarò la dose Kajal.

“Ah daccordo, facciamola finita!” Lanciai una breve occhiata ai due che sorrisero compiaciuti ed entrai nella stanza.

La figura davanti a me era seduta con eleganza su un piccolo trono fatto di ossa, ancora oggi non saprei dire se fosse un uomo o una donna, i suoi lineamenti erano a dir poco perfetti, neutri. Aveva spalle larghe coperte da un mantello fatto di pelli di lupo bianco, gli occhi erano di un nero profondo, mentre i capelli castani incornicivano il volto arrivando ben oltre la schiena.

Mi guardò, come se stesse scrutando la mia anima, poi sentì un pizzicore alla base del collo, di rimando sorrisi lievemente mentre approntavo le mie più efficaci difese mentali per impedirgli di leggermi i pensieri. Inclinò la testa verso destra mentre il suo sguardo si faceva ancora più interessato.

Feci qualche passo avanti poi mi fermai.

“Mi chiamo Reyko Tanako, vengo da Toledo e Vi chiedo di poter dimorare per qualche tempo nel Vostro villaggio.” dissi con voce che rimbombò per tutta la stanza vuota.

Per tutta risposta lui non disse nulla fece solo un cenno col capo di assenso, mentre un sorriso quasi sadico affiorava sul suo volto perfetto deturbandolo in tutti i modi possibili. Lo ringraziai e poi uscì con passo lento da quella stanza.

Anhita e Kajal mi portarono in seguito in una stanza dove si intrattenevano tutti i membri di quella congrega. Vampiri che vivevano con le stesse superstizioni dei mortali. Ben presto infatti appresi che non entravano nei luoghi sacri per paura di essere inceneriti, non si mostravamo mai ai mortali se non per cibarsene, non badavano alle loro vesti o ai loro rifugi, erano parassiti, piattole di un mondo che deve celarsi per paura di essere schiacciato.

Erano folli, sadici in ogni modo possibile. I loro incontri si tenevano una volta a settimana e discutevano per ore di cosa era uscito o entrato in città, di come avevano torturato e poi ucciso un barbone o un nobile che era stato così sfortunato da incrociare il loro cammino.

Presto mi accorsi che erano vuoit e superstiziosi, nonchè infinitamente noiosi, pensai ancora a Camila, e a Esteban, al tempo in cui vivevamo a Toledo…

Nessuno di loro sospettava dei miei poteri, se non ovviamente il Principe, anzi sembrava che nessuno di loro potesse leggere nel pensiero, così mi sentì libera di carpire dalle loro menti qualche informazione in più su come si era formata questa congrega, le origini e i vizi di tutti.

Fu così che una notte vidi il volto più straziante e dolce che conoscevo. L’avevano trovata in un lazzaretto e portata in uno scantinato fuori dalla città. La tenevano prigioniera, non volevano ucciderla, ma per sfregio volevano trasformarla e renderla una di loro. Mi bastò scorgere i suoi occhi pieni di lacrime e un’antica fiamma si riaccese dentro di me. Nulla aveva più significato, quel luogo, il Principe, Anhita e Kajal… Nulla.

Uscì di corsa dall’edificio e non appena fui all’aria aperta mi accorsi che c’era una nota stonata nella notte, qualcuno era nell’ombra appostato nei dintorni dove si radunavano questi immondi succhiasangue, in attesa che uscissero dal loro fetido nascondiglio.

Mi concentrai per individuarlo, era dietro di me, sul tetto di un edificio fatiscente, la sua mente era calma, il cuore batteva con regolarità, ma tremava nel profondo per il timore di fallire, non glielo avrebbe perdonato…

Un respiro, poi un altro… Alla fine scoccò un dardo nella mia direzione, mancò il mio cuore, andandosi però a conficcare nella mia spalla sinistra, lo sentì invenire e trafficare con la balestra per ricaricarla, ma ero troppo veloce ed ero già uscita dalla sua visuale. Non badai a lui, alla sua mente, a chi lo aveva ingaggiato… Pensavo soltanto a Camila.

Continua…