Archive for the Caccia Category

Risveglio

Posted in Caccia, Incontri immortali, Uncategorized on agosto 4, 2012 by Reyko

… Poco dopo scivolai ancora in un sonno tormentato questa volta dai suoni che giungevano dai mortali che, frenetici, vivevano le loro vite ignari di quello che si celava nelle ombre.

Il tocco di una mano fredda mi ridestò ancora una volta. Mi tirava avvicinandomi sempre più alla superficie. La terra tutto intorno a me iniziò a spostarsi. E poi l’aria sulla pelle finissima mi investì con una tale violenza che quasi urlai. Gli occhi iniettati di sangue si muovevano frenetici cercando di abituarsi a quelle strane luci. Il sussurro del vampiro accanto a me era un urlo spaventoso alle mie orecchie.

Mi coprì con un tessuto pesante, forse un cappotto, e mi portò lontano, tra le mura sicure di un’abitazione non molto distante. Quando mi lasciò con delicatezza sul divano tutto si era acquietato, ma la sete era ancora pulsante. C’era solo quel sordo suono che rischiava di farmi impazzire. Cercai di guardarlo, e solo dopo alcuni minuti riuscì a metterlo a fuoco veramente. Il violino e la sua figura mi avevano ingannata. Per un istante quando avevo sfiorato la sua mente mi ricordò il fratello di Camila.  Ma ora che riuscivo a vederlo meglio aveva dei tratti diversi. E a parte la passione per la musica non li accomunava altro. I suoi occhi erano di un marrone intenso, tendente al nero e al viola. La sua figura era snella e slanciata sebbene sembrasse un po’ deperito per la fame. Ma quello che mi affascinava erano i capelli, lunghi e fluenti. Una massa di capelli neri che sembravano vivi. Mi portò un’altra coperta. E lo ringrazia.

Sapevo di avere un aspetto ancora orribile,. ma non me ne curavo. Restava fermo immobile e mi guardava. Sembrava affascinato, o semplicemente incuriosito.

L’odore del suo sangue era invitante tanto quanto quello dei predatori di cui mi nutrivo in passato. E in un unico istante capì che quello che mi aveva spinto a sfiorare la sua mente non era un contatto con un membro della mia razza. Non ne avevo mai avuto bisogno. Noi siamo predatori solitari, questo mi aveva insegnato il poco tempo trascorso con Esteban. Non avevamo bisogno della reciproca compagnia, non per lungo tempo almeno. Non come lo intendono i mortali. Dopotutto eravamo e siamo assassini, della peggior specie. Dei peccatori che camminano per le strade servendosi del vantaggio che davano le tenebre. Quando parlai la mia voce fu un sussurro appena udibile. La gola bruciava e si graffiava per lo sforzo.

“Grazie… Per avermi riportato alla vita…”

Lui sorrise. Non si era ancora abituato al nostro mondo e si stupiva per quello che ancora non riusciva a comprendere.

“Se mi dai del tempo ti porterò qualcuno da cui poterti nutrire…” disse. Oh che voce melodica aveva. Sembrava che accarezzasse la pelle da quanto era dolce. “Qui sarai al sicuro nessuno ti troverà e ti disturberà, per cui riposati.”

In risposta riversai nella sua mente un unico pensiero. Fame! E non potevo attendere, non oltre.

Ebbe soltanto il tempo di voltarsi.

Le mie mani lo afferrarono per la spalla mentre il mio busto si sollevava in un moto di urgenza. Paura. Terrore folle. Quando gli lacerai la carne del collo non lo feci nella solita dolce maniera. Non ne avevo il tempo ne la lucidità mentale. Il fiotto di sangue che mi riempì la bocca era fuoco ardente che scendeva fino in fondo alle mie viscere. Che dolcezza infinita. Per quanto fosse stato giovane aveva dovuto uccidere ogni notte. E il peggio era che aveva cacciato a caso, nessuna educazione, nessun senso a quel loro nutrimento. Un assassino di innocenti.

E quella innocenza rubata era ambrosia che sfiorava il mio palato e ridava vita al mio cuore. Le mie braccia erano serrate al suo busto mentre la sua vita riaccendeva ogni cellula del mio corpo fino a sfiorarmi l’anima. Quando anche l’ultima goccia del suo sangue toccò la mia lingua la sete che sentivo nel profondo si placò istantaneamente. Il povero ragazzo si accasciò lentamente al divano privo di vita.

Un’energia nuova ed elettrizzante mi invase, oltre alla sua vitae avevo anche bevuto i suoi ricordi e le sue esperienze. Sazia e di nuovo piena della forza necessaria a tornare la predatrice che ero stata un tempo, lasciai cadere le membra inermi del violinista senza dargli alcuna attenzione. Le voci si erano acquietate e lentamente stavo riprendendo il controllo di tutto quello che mi circondava. Ora potevo tornare a camminare tra i mortali. Finalmente. E una notte prima o poi avrei ottenuto la mia vendetta su quell’ hijo de puta.

Quel poco che avevo visto dai ricordi del ragazzo mi aveva restituito la voglia di vivere e non volevo perdere un solo istante solo per andare a caccia di Esteban. Avevo già perso fin troppo  nel secolo precedente. Ed ero stanca. Questa era una nuova vita.

Una nuova leggenda da far nascere.

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Il Nuovo Mondo

Posted in Caccia, Vendetta, Viaggi on novembre 16, 2011 by Reyko

… Decisi di imbarcarmi, stanca del Vecchio modo di vivere, del passato che si presentava sempre alla mia porta bussando incessantemente.

La notte prima di partire andai a visitare la tomba che tempo addietro Suo fratello aveva fatto erigere pensando che fosse morta. La lapide era trascurata, erano anni che nessuno la visitava.

La riputì dalle erbacce e vi misi un mazzo di fiori freschi.

Sfiorai il nome inciso sopra la pietra, come a darLe l’ultimo saluto, promettendoLe che nessuno avrebbe mai preso il Suo posto nel mio cuore dannato.

Mi sfuggì una lacrima rosso sangue che si depositò per l’eternità sulla tomba, segnando il mio passaggio, il mio cordoglio.

Da lì a un’ora mi imbarcai, lasciandomi tutto alle spalle, portando con me solo il Suo ricordo e la Mia Vendetta.

Il viaggio durò poco più di unmese, tempo che passai per conto mio chiusa nella cabina che mi avevano assegnato, sapevo che una volta sbarcata non avrei più avuto alcuna possibilità di seguire le Sue tracce. Ma non mi importava, con le Sue azioni aveva segnato il Suo destino e il mio.

Quando arrivammo, scesi per ultima, a causa della lunga astinenza da sangue il mio volto era diventato orribile da guardare, un cadavere in via di putrefazione che camminava tra i vivi.

Gli odori del porto mi investirono con una tale violenza da farmi barcollare per un istante. Dovetti fermarmi per riprendere fiato, aria di cui non avevo necessità. L’odore del sangue umano si mischiava a quello di morte, non sarei andata molto lontano senza nutrirmi, quindi mi nascosi in un vicolo senza attirare l’attenzione di nessuno, in cerca di un’anima sporca e peccatrice. Sorprendentemente la zona ne era satura, e non mi fu difficile ritrovare la lucidità e con essa la compostezza che mi distingueva.

Divenni uno spettatore silente dei locali malfamati del porto, cercando Sue tracce nelle menti delle persone.

Passarono mesi in cui mi limitai a riposare di giorno in un angusto scantinato vuoto, con solo la mia bara come arredo. Avevo venduto tutti i miei vestiti, per alleggerire il fardello che mi portavo sulle spalle, vivevo l’attimo senza pormi domande o farmi progetti.

Mi nutrivo avidamente come le prime notti, elargendo morte ai malcapitati che mi attraversavano il cammino.

Avevo sporadiche visioni della Sua presenza, una traccia appena tangibile del Suo passaggio, ma mai nulla di concreto.

Alla fine mi arresi, comprai una piccola casa nei pressi del cimitero di Copp’s Hill Burying Ground, dove tante anime ora riposavano dopo aver perso la vita in combattimento… Come Lei.

Sbarrai le porte e le finestre di modo che nessuno potese entrare, e lentamente scivolai in un sonno semi eterno, senza sogni. Uno stato di torpore a cui mi lasciai andare senza opporre resistenza.

Persi il contatto con il mondo esterno.

Persi la voglia di vivere.

La congrega

Posted in Caccia, Cacciatori, Incontri immortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Volevo urlare, la testa era colma di immagini caotiche e suoni assordanti, non riuscivo a riflettere, era successo tutto troppo in fretta, mi mancava persino l’aria di cui non avevo bisogno per respirare.

Panico.

Come avevo potuto perdere Camila in quel modo folle? Ero un immortale con una forza senza eguli eppure in quel momento mi mancò il coraggio di reagire.

Rabbia.

Avevo ucciso un’innocente, e lo avevo fatto senza pensarci, senza riuscire a fermarmi. Che fine aveva fatto il mio autocontrollo, la mia freddezza di sempre?

Dolore.

Volevo soltanto che le voci nella mia mente smettessero di urlare, volevo solo che le immagini smettessero di vorticare.

Uccidere.

Uccisi tutta la notte, non mi fermai nemmeno dopo aver placato la mia sete, davanti alla presenza di due estranei appartenenti alla mia stessa razza. Fui spietata con chiunque mi attraversasse il cammino, non curante di quello che pensavano quei due.

Andai a caccia con loro per le strade di quel paese dimenticato da tutti, erano assassini spietati assetati di sangue e cinici.

Non facevano distinzione tra innocenti e malfattori. Non avevano regole e vivevano solo per sopravvivere. Li guardai cibarsi, e pensai che forse avevo frainteso tutto, che forse il loro modo di vivere era quello giusto, o semplicemente quello più facile, nessun rimorso nessuna morale…

Poco prima dell’alba mi condussero nel loro nascondiglio, un campo sotterraneo pieno di cripte antiche. Scivolai in un sonno immoto.

Finalmente tutto era silenzio.

L’indomani scoprì che non erano gli unici in quel villaggio, ce n’erano molti altri, tutti come loro. Si incontravano in un campo nomade appena fuori dal centro abitato. Non curavano i loro abiti ne i loro modi verso i mortali, sebbene avessero una stretta etichetta nei confronti dei “governanti” di quelle terre.

Una sera mi condussero alla presenza di quello che loro chiamavano “Principe”, un vampiro che aveva diritto di vita e di morte su tutti i vivi e non.

“Devi farlo Reyko, sono le nostre regole, vedrai è più semplice di quanto tu possa pensare.” disse Anhita sottovoce prima di entrare nelle sale del Principe.

“Si ma io non resterò qui a lungo, devo soltanto recuperare tutte le mie cose, e poi me ne andrò.” risposi con un filo di voce, era una cosa che non mi piaceva per niente, sebbene comprendessi perchè devo farlo…

“E’ solo questione di minuti, poi potrai ritornare ai tuoi affari. E’ una formalità nulla di più.” rincarò la dose Kajal.

“Ah daccordo, facciamola finita!” Lanciai una breve occhiata ai due che sorrisero compiaciuti ed entrai nella stanza.

La figura davanti a me era seduta con eleganza su un piccolo trono fatto di ossa, ancora oggi non saprei dire se fosse un uomo o una donna, i suoi lineamenti erano a dir poco perfetti, neutri. Aveva spalle larghe coperte da un mantello fatto di pelli di lupo bianco, gli occhi erano di un nero profondo, mentre i capelli castani incornicivano il volto arrivando ben oltre la schiena.

Mi guardò, come se stesse scrutando la mia anima, poi sentì un pizzicore alla base del collo, di rimando sorrisi lievemente mentre approntavo le mie più efficaci difese mentali per impedirgli di leggermi i pensieri. Inclinò la testa verso destra mentre il suo sguardo si faceva ancora più interessato.

Feci qualche passo avanti poi mi fermai.

“Mi chiamo Reyko Tanako, vengo da Toledo e Vi chiedo di poter dimorare per qualche tempo nel Vostro villaggio.” dissi con voce che rimbombò per tutta la stanza vuota.

Per tutta risposta lui non disse nulla fece solo un cenno col capo di assenso, mentre un sorriso quasi sadico affiorava sul suo volto perfetto deturbandolo in tutti i modi possibili. Lo ringraziai e poi uscì con passo lento da quella stanza.

Anhita e Kajal mi portarono in seguito in una stanza dove si intrattenevano tutti i membri di quella congrega. Vampiri che vivevano con le stesse superstizioni dei mortali. Ben presto infatti appresi che non entravano nei luoghi sacri per paura di essere inceneriti, non si mostravamo mai ai mortali se non per cibarsene, non badavano alle loro vesti o ai loro rifugi, erano parassiti, piattole di un mondo che deve celarsi per paura di essere schiacciato.

Erano folli, sadici in ogni modo possibile. I loro incontri si tenevano una volta a settimana e discutevano per ore di cosa era uscito o entrato in città, di come avevano torturato e poi ucciso un barbone o un nobile che era stato così sfortunato da incrociare il loro cammino.

Presto mi accorsi che erano vuoit e superstiziosi, nonchè infinitamente noiosi, pensai ancora a Camila, e a Esteban, al tempo in cui vivevamo a Toledo…

Nessuno di loro sospettava dei miei poteri, se non ovviamente il Principe, anzi sembrava che nessuno di loro potesse leggere nel pensiero, così mi sentì libera di carpire dalle loro menti qualche informazione in più su come si era formata questa congrega, le origini e i vizi di tutti.

Fu così che una notte vidi il volto più straziante e dolce che conoscevo. L’avevano trovata in un lazzaretto e portata in uno scantinato fuori dalla città. La tenevano prigioniera, non volevano ucciderla, ma per sfregio volevano trasformarla e renderla una di loro. Mi bastò scorgere i suoi occhi pieni di lacrime e un’antica fiamma si riaccese dentro di me. Nulla aveva più significato, quel luogo, il Principe, Anhita e Kajal… Nulla.

Uscì di corsa dall’edificio e non appena fui all’aria aperta mi accorsi che c’era una nota stonata nella notte, qualcuno era nell’ombra appostato nei dintorni dove si radunavano questi immondi succhiasangue, in attesa che uscissero dal loro fetido nascondiglio.

Mi concentrai per individuarlo, era dietro di me, sul tetto di un edificio fatiscente, la sua mente era calma, il cuore batteva con regolarità, ma tremava nel profondo per il timore di fallire, non glielo avrebbe perdonato…

Un respiro, poi un altro… Alla fine scoccò un dardo nella mia direzione, mancò il mio cuore, andandosi però a conficcare nella mia spalla sinistra, lo sentì invenire e trafficare con la balestra per ricaricarla, ma ero troppo veloce ed ero già uscita dalla sua visuale. Non badai a lui, alla sua mente, a chi lo aveva ingaggiato… Pensavo soltanto a Camila.

Continua…

Il principio della fine (prima parte)

Posted in Abbraccio, Caccia, Incontri immortali, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

I giorni passarono, divennero settimane, e poi mesi, alla fine si tramutarono in anni.

Anni in cui tutto andò bene, o quasi.

Costrinsi Esteban a ritornare alla sua vita quotidiana, vincolandolo a tornare ogni sera da me e Camila. All’inizio era quasi restio a lasciare la piccola Camila in giro da sola, poi lentamente si convinse che fosse la cosa giusta. Così tornò al suo solito vivere quotidiano, tra donzelle e vino. La sera invece gli davo consigli di ogni sorta sul nostro modo di vivere, sebbene lui al momento ne potesse assaggiare solo una piccola fetta. Nei primi giorni non credeva a cosa avrebbe potuto fare in futuro, ma quando iniziò a constatare di persona che era più forte, più resistente e più veloce… Nessuno più lo fermò.

Divenne spavaldo, con un risolino perenne sul volto… Un vero e proprio Hijo de puta.

Per Camila invece era tutta un’altra cosa. Di giorno seguiva le sue lezioni, di sera cercava con tutte le forze di farmi compagnia, raccontandomi tutto quello che faceva e chiunque incontrasse. Ma Toledo non era grandissima, e io ogni notte mi svegliavo con il terrore nel cuore di non trovarla a casa, ma accanto al suo giovane fratello mortale. Tuttavia per tutto il tempo che restammo li non incontrò mai la famiglia che si era lasciata alle spalle.

Di contro ogni notte io speravo che non vi fosse nessun altro immortale in quella città che avrebbe un giorno rivendicato la morte della creatura che avevo ucciso tempo addietro. Fu arrogante e superficiale da parte mia, ma al tempo ero giovane, e oltre al mio sire non avevo avuto modo di confrontarmi con altri della mia specie.

Accadde tutto un anno dopo esatto.

All’alba andai a dormire con un peso sul cuore, come se la mia anima ormai dannata fosse stata in grado di predire gli orrendi e catastrofici accadimenti della notte successiva. Ma io non vi badai, non volendo darle ascolto. Quando mi svegliai al tramonto, vi era ancora una fievole luce che si attardava a spegnersi.

Non appena aprì gli occhi tutto sembrò immediatamente immoto.

Non vi era animale, essere umano e nemmeno una foglia di vento che facesse il minimo rumore, sembrava che la natura intera tenesse il respiro sospeso.

Cercai di aquire l’udito per percepire un solo suono, sebbene potessi sentire rumori assai distanti tutto era silenzio. Aprì gli occhi, come se la cosa potesse essere di aiuto, e attesi un istante prima di alzarmi dalla mia bara. Mi misi a sedere, e cercai di nuovo di captare il crepitio del fuoco, o i lievi passi di Camila in casa.

Nulla.

Allora mi alzai lentamente, e iniziai a controllare la cantina dove vi era tutta la mia roba. Era tutto in ordine, nessuno vi era entrato, ne ero certa. saliì le scale, nemmeno il mio passo produceva alcun rumore sul marmo freddo della casa. Controllai il lungo corridoio e l’intero primo piano…

Nulla.

Con orrore, mi fermai davanti alla porta chiusa della stanza di Camila. Afferai la maniglia e l’aprì.

Vuota.

Così scesi al pian terreno.

La casa era avvolta da un freddo pungente, e il silenzio immoto che l’avvolgeva ne gravava ancora di più il sentore. Mi portai davanti al camino. Le ceneri al suo interno erano fredde anch’esse. Non vi era stato nessuno che avesse avuto la necessità di accenderlo quella sera. Mi sedetti davanti ad esso. Le gambe accavallate, le braccia conserte, la schiena dritta e gli occhi chiusi. Andai con il pensiero a cercare la giovane mente di Camila…

Niente.

All’improvviso un lieve e fugace alito di vento mi fece solleticare il collo, costringendomi a voltare il capo verso il pianoforte che era solita suonare Camila.

Mi alzai e mi diressi verso di esso. Mi sedetti sul piccolo sgabello e appoggiai le mani sui tasti bianci e neri.

Ora sapevo.

Chiunque fosse stato era entrato senza alcun rumore, aveva sorpreso Camila mentre ancora suonava nell’attesa del mio risveglio, e l’aveva portata con se. Un insieme di manti neri l’avvolgeva nelle tenebre più fitte e buie. Potevo sentire il suo terrore nelle mie vene. Bruscamente ritornai al presente, e il mio sguardo si posò sullo spartito chiuso. Infilato con non curanza vi era un pezzo di carta ingiallito. Lentamente sfilai il pezzetto di carta e lo lessi:

“Chiesa di San Juan de Los Reyes.”

Altro non diceva. Non avevo intravisto nessun volto, o parte di esso… Solo un gran freddo.

Prima che qualsiasi altra cosa potesse essere pensata mi apprestai ad uscire di casa, e mi diressi all’abitazione di Esteban.

Anche questa era vuota, e il freddo regnava sovrano. Ma differentemente dal mio alloggio, qui vi era stata una lotta, mobili e porcellane erano infrante sul pavimento. Diversamente da Camila, Lui si era difeso… Ma, come prevedibile alla fine soccombette.

Sospirai, e volsi gli occhi al cielo pensando:

“Che cosa avevo fatto…”

Ma questo non era il tempo delle lacrime o delle congetture. Velocemente, come solo noi immortali possiamo muoverci, 

usciì dalla casa e mi diressi alla chiesa di San Juan de Los Reyes.

Nel cuore sapevo che quella notte non sarebbe stata mai dimenticata da coloro che vi parteciparono, avrei potuto perdere Camila, o Esteban, o ancora la mia natura di immortale, tornando ad essere quello che siamo tutti, cenere.

E tutto perchè avevo vissuto liberamente e a cuor leggero, senza interrogarmi sul perchè dell’esistenza di questa non vita e sopratutto senza badare agli altri appartenenti della mia specie, sopratutto se ad essi era stato fatto un torto, come quello di aver ucciso qualcuno a lui caro…

Continua…

Uno spiacevole incontro (seconda parte)

Posted in Caccia, Mortali on novembre 14, 2011 by Reyko

.. Guardavo quel volto sfigurato che stava ai miei piedi, ormai cinereo. Dovevo avergli inferto un colpo come non ne aveva subiti mai fino ad ora. Il gorgoglio dell’essere alle mie spalle era talmente fastidioso che mi impediva di pensare, così, presi tra le mie braccia quel ragazzo, e lo portai in casa mia.

Percorsi le strade più buie di Toledo il più velocemente possibile con in braccio quel fagotto e in breve tempo fui davanti al cancello in ferro battuto, dove ad attendermi, per chissà quale logica mortale vi era Camila.

Quella ragazzina mi sorprendeva sempre di più ogni giorno…

La guardai fissa negli occhi, e lei nei miei vide la colpa di quel gesto. Tuttavia sul suo volto non vi era rimprovero, ma solo compassione e mi sentì tremare a quel pensiero…

Una ragazzina di solo 13 anni aveva compassione per gli atti di una giovane immortale…

Entrai e posai il corpo di quell’uomo sul divano di fronte al camino ancora acceso.

“Porta dell’acqua Camila per favore…”

Non la guardai, mi vergognavo troppo, sentì solo i suoi passi allontanarsi di fretta. Non sapevo cosa fare, con quel taglio mi avrebbe preseguitato e uccisa prima o poi,narcisista com’era…

Anche in questo caso agì d’impulso come il sangue che mi scorreva veloce nelle vene mi suggeriva di fare. Incisi lievemente il mio polso e ne feci cadere qualche goccia sulla ferita ancora aperta. Non sapevo cosa sarebbe successo in quel momento, ma lo feci comunque… Sotto i miei occhi dopo qualche secondo il mio sangue coprì totalmente la carne scoperta fungendo da adesivo perle due parti lacerate.

Restai incantata da cosa qualche goccia del mio sangue potesse fare su un mortale.

Poi una fitta al collo mi riportò alla realtà. Rimasi qualche attimo senza fiato e mi premetti la mano destra sul morso di quel bastardo.

La ferita di quel porco era stranamente ancora aperta, chinai il mio sguardo sulla piccola ferita che mi ero fatta per guarire il mortale, ma si era già richiusa… Dannazione, non sarebbe passata facilmente…

Nel frattempo la piccola Camila era tornata dalla cucina con in mano una bacinella piena d’acqua fresca. L’adagiò al mio fianco e si inginocchiò per vedere cosa stavo facendo. Lessi meraviglia nei suoi occhi quando vide che la ferita al volto era guarita del tutto…

“Come avete fatto Señora?”

Mi chiese teneramente. Era la prima volta che mi rivolgeva una domanda su quello che facevo e su come sopratutto potevo fare certe cose. Ne rimasi stupita e per qualche istante cercai una risposta adeguata, senza molti risultati però alla fine optai per dirle la verità.

“Niña come l’ho colpito involontariamente, l’ho appena aiutato a recuperare il suo fascino, fortunatamente.”

Lei rimase in silenzio guardando intesamente il volto dell’uomo cercando la minima traccia del colpo infertogli senza però alcun risultato.

Lentamente intinsi un panno nell’acqua e inizia a pulire quel volto che tanto mi irritava, ma che ora capivo come le donne lo amassero tanto…

“Piccola andresti a prendere dei vestiti adatti di sopra e una coperta?”

Lei corse sulle scale, non voleva lasciarmi sola con lui, glielo leggevo negli occhi, per la prima volta temeva le mie azioni. Tuttavia non vi era ragione alcuna per avventarmi sul quel corpo privo di coscienza. Iniziai a spogliarlo e gettai i suoi vestiti sporchi a terra. Dovevo ammettere che era davvero irresistibile vederlo in quella condizione, ma dopo un breve attimo di impeto, la mia nuova natura e gli insegnamenti che la Madre mi aveva impartito come Geisha presero il sopravvento e recuperai la mia compostezza. Non appena Camila tornò coprì il corpo dell’uomo con la coperta e posi ordinatamente i vestiti sulla sedia accanto al divano. Al suo risveglio avrebbe trovato tutto il necessario per andarsene…

Non appena terminai mi accorsi che Camila mi guardava con fare preoccupato.

“Quella ferita Señora…” E indicò la mia spalla “Non ne ho mai vista una peggiore… Lasciate che ve la medichi…”

Disse lei e con impeto si avvicinò a me. Per tutta risposta la fermai a debita distanza. La sete per via della perdita di sangue iniziava a farsi sentire, ogni cellula del mio corpo gridava e bruciava per la sete, e quasi ebbi un capogiro. Non sapevo quanto avrei potuto resistere… In un sussurro le risposi.

“No piccola, tu occupati di lui…” rivolgendomi all’uomo che ora dormiva sereno sul divano. “Quando si sveglierà avrà una gran fame, io me la posso cavare, ma devo uscire per un po, non temere, tornerò prima dell’alba”

Lei non ebbe il coraggio di contraddirmi, ma fece solo un lieve cenno di assenso con il capo.

Uscì.

Fuori, nell’aria fresca della notte, pensai di impazzire… Corsi tra i vicoli come qualche ora prima in cerca di una vittima che potesse aiutarmi a guarire. E non ci pensai due volte quando uno spacciatore mi si presentò davanti, terrorizzato vide il volto pallido e immutabile di una bambola con un’espressione feroce avventarsi su di lui. Bevvi avidamente come mai avevo fatto fino ad ora. Il suo sangue sembrava acqua di torrente nella mia gola, e per un breve istante mi regalò un momento di pace…

Guardai la ferita che nonostante il sangue fresco restava aperta, sebbene ora non sembrasse più infetta…

Dannazione, avevo salvato quel mortale e mi ero preoccupata del suo bel visino e invece quella che sarebbe rimasta deturpata sarei stata io. Quell’hijo de puta mi doveva un favore.

Tornai a casa quando ormai l’alba era prossima, vidi Camila che camminava rigidamente avanti e indietro nel salotto, aspettando il mio ritorno. Quando aprì la porta mi corse incontro piangendo.

“Temevo per voi Señora”

Mi feci abbracciare, il calore del suo corpo calmò la mia rabbia per quella notte, accarezzai lievemente i suoi capelli e la consolai. “Ti avevo detto di non preoccuparti Nina” Lei si asciugò le lacrime e mi sorrise…

“Ora io devo riposare Camila cara, prenditi tu cura di quell’uomo e fai in modo che se ne vada di qui con le sue gambe, e che quando lo fa sia in salute… Può restare quanto vuole!”

Lei fece un cenno con il capo. Mi voltai e iniziai a scendere le scale verso la cantina… Dopo qualche passo mi fermai.

“Ah Camila…”

“Si?” Chiese lei.

“Si chiama Esteban. Esteban Delgado, trattalo bene”

“Si Señora, come volete. Buonanotte!”

Risi alla sua affermazione… Per quella notte c’erano state troppe emozioni. Non appena chiusi la bara nella quale riposavo, un sonno provondo mi accolse, finalmente…

Continua…

Camila Ortega – La protetta della Bambola

Posted in Caccia, Mortali on novembre 14, 2011 by Reyko

Una lieve brezza arrivava dal mare in tempesta, era una notte come tante a Toledo. I lampioni accesi riversavano sulle stradine una luce appena sufficiente ai miei occhi di vedere i ciottoli che la componevano… Presupponevo che sia Camila che quel viscido verme non vedessero a un palmo dal loro naso.

Il passo cadenziato della ragazzina era ritmico e regolare, le scarpine ticchettavano piacevolmente sulla strada, come volessero creare una musica ammaliatrice per chi l’ascoltasse… Il passo dell’uomo invece era frettoloso, e il suo respiro diventava ad ogni centimetro più affannoso; rivoli di sudore misto alla sua colonia di seconda scelta impregnavano l’aria notturna, mescolandosi all’odore della salsedine che arrivava dal vicino mare.

Ed io, predatrice silenziosa li seguivo a distanza, senza mai perdere di vista i loro movimenti, i loro pensieri…

Il vicolo terminava poco più avanti, sfociando su di una via più illuminata, e sicuramente sebbene fosse tardi ancora colma di gente dedita ai vizi che tanto gli uomini amano. Se doveva agire doveva farlo adesso, senza pensarci…

Un lampo di immediatezza gli oltrepassò la mente, veloce e fugace, tuttavia preso dall’urgenza commise due errori; il primo fu un terribile rumore che riecheggiò per tutta la stradina, come un campanello all’ingresso di una locanda, così che la povera ragazzina si accorse di lui, lo sguardo terrorizzato sebbene si portò la mano in una tasca dove capì teneva un piccolo coltello a serramanico, il secondo errore fu che non aveva calcolato un predatore più abile di lui… La mia mano fu più repentina del suo pensiero e prima che potessero entrambi capire cosa stesse accadendo, l’afferrai per la gola. Accadde tutto velocemente, forse troppo anche per me.

Feci una giravolta, frapponendomi tra lui e la ragazzina. Sollevai l’uomo a qualche centimetro da terra, scoprendo una forza che non mi apparteneva. Lo guardai negli occhi, e vidi paura riflessa nei suoi… Paura per l’atto che stava per compiere, paura di morire… Risi, sollevando un sopracciglio, continuando a incutergli timore soltanto con quello sguardo… Poi aprì la bocca facendogli vedere cosa ero…

Madre de Dios.

Fu l’unica frase che riuscì a pronunciare quell’uomo guardandomi. Non avrei avuto pietà di lui e del suo peccato… Mi cibai di lui fino all’ultima goccia del suo sangue. Poco prima di lasciarlo andare, ancora stretto nel mio abbraccio gli sussurrai: “Amen”. E lo lasciai cadere.

Rimasi per un lungo istante a fissare quel corpo ormai privo di vita, poi un suono sordo dietro le mie spalle mi riportò alla realtà. Mi voltai per capire cosa potesse essere stato quel rumore, e vidi la piccola Camila a terra, svenuta… Mi avvicinai a lei con la premura che una madre ha nei confronti del suo figlioletto. La sollevai da terra come se fosse una bambola troppo fragile per rimanere integra. Osservai il suo visino bianco per la paura, cercai nella sua mente il suo passato, una casa e una famiglia. Ma scoprì che la poveretta era sola al mondo, nessuno avrebbe potuto lavarla e consolarla se non avessi pensato a quel lurido verme che ora riposava eternamente.

Io necessitavo di una casa, e qualcuno che mi insegnasse a vivere “all’Occidentale”, e a lei serviva qualcuno che si prendesse cura della sua persona e della sua istruzione… Mi diressi verso quella che era la sua abitazione, poco più che un tugurio buio, ma tuttavia pulito. Per il momento poteva andare bene, in seguito le avrei permesso di abitare in una casa degna di quel nome.

La stesi sul letto e la coprì con delle coperte di lana fatte a mano. Presi un panno e lo immersi in un po d’acqua per poi passarglielo sul volto sporco.

Rimasi ad osservarla per ore quella notte. La piccola Camila Ortega ora avrebbe avuto la vita che sognava da bambina. Nessuno l’avrebbe più toccata, se non per detergerle il volto e per farle vestiti su misura…

Lungo la via del Diablo aveva trovato una Bambola che l’avrebbe protetta…

L’antica capitale di Spagna

Posted in Caccia, Mortali on novembre 14, 2011 by Reyko

Toledo, anno 1800.

Non fu difficile scoprire quale fosse il nome della città, e per quanto il mio abbraccio fosse stato recente ero in grado di leggere nel cuore e nelle menti dei mortali, non so cosa cercassi al tempo, un segno che mi attraesse, una mente sveglia in grado di meritare le attenzioni di un immortale… Ma risultò difficoltosa come ricerca, la maggior parte dei volti che mi circondavano erano vuoti, privi di quel qualcosa, un fascino unico…

I miei studi si fermavano al mio mondo, ma sapevo che queste terre erano famose per il fascino della loro gente e della loro cultura… Mi rattristai a scoprire il contrario. Vagai per le strade semi deserte nelle ore che precedono l’alba… Nulla… Il sole si apprestava a sorgere e mi diressi al Cemeterio General del Sur, e li cercai un rifugio per quel giorno…

La notte successiva fui contenta di lasciare quel posto che sapeva di morte di cadaveri in decomposizione.

Il giorno era appena terminato e ancora si potevano vedere in cielo volute rossastre, e l’aria che accarezzava la pelle era calda abbastanza da dare solo piacere… Rimasi per un po ad osservare il gioco di luci delle nuvole, poi mi diressi nelle stradine commerciali di quella città, tra artigiani e prostitute… Trovai una locanda el Dragòn ordinai qualcosa di caldo, e poi attesi…

Le ore si susseguirono in quella locanda sudicia, una ragazzina poco più che dodicenne, mi servì una pietanza, che ovviamente lasciai li, gustando soltanto le volute di fumo che si avventavano sul mio volto… Aveva i capelli scuri, raccolti in una crocchia tirata. Gli occhi neri e pieni di vita, e qualche lentiggine sul naso le conferivano un aspetto biricchino e scaltro. Si muoveva tra i tavoli come se stesse ballando, un passo dietro l’altro, fischiettando un motivetto sciocco… Poi lo sentì… Fugace un pensiero di un assassino.

Mi voltai per vedere il suo volto, aveva un sorriso maligno che gli storpiava la faccia, gli occhi colmi di una cattiveria che non avevo mai conosciuto… Guardò fugacemente la ragazzina che serviva ai tavoli, e si leccò le labbra segretamente, nessuno nella locanda gli aveva badato, nessuno tranne me…

Decisi di rimanere in quel luogo più del necessario… Non avrebbe dovuto osare avere pensieri simili. Era solo feccia, e come tale si meritava la morte…

Mi alzai e chiesi una camera, preventivando che anche quella notte il riposo del sonno sarebbe giunto tardi. Diedi una somma ingente di denaro di modo da non venir svegliata prima del tramonto, e chiesi che mi venisse a svegliare la piccola ragazzina…

La notte volgeva al termine e la ragazza, che appresi chiamarsi Camila, sistemò tutte le sue cose e si diresse verso l’uscita. Quel lurido verme, che era stato tutta la serata ad osservare il corpo giovane di Camila si alzò lentamente, con addosso ancora quel sorriso beffardo, e la seguì uscendo con un passo che sembrava essere il movimento sinuoso e viscido di un serpente che stesse per catturare la sua preda.

Attesi qualche istante, poi mi alzai e gli andai dietro… Sapevo quello che avrebbe fatto, anche prima che lui riuscisse a formulare completamente quel pensiero.

Potevo sentire il suo sangue eccitato da molti metri di distanza, e non mi fu difficile seguirne l’odore, voltai un angolo, e poi un altro ancora, le strade ormai deserte e buie… Nessuno avrebbe potuto salvare quella ragazzina…