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Il principio della fine (utlima parte)

Posted in Abbraccio, Incontri immortali, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

.. Mentre mi dirigevo verso la Chiesa tutto sembrava immoto, come se la terra stessa avesse smesso di respirare. Non vi era nessuno per le strade di Toledo, non quella sera. Un’insolito spirito di sopravvivenza aveva tenuto tutti legati a casa, vicino al focolare e lontani dai guai. Come se sapessero…

La distanza che mi separava dalla Cattedrale sembrava immensa, sebbene distasse solo qualche miglio dalla casa di Esteban. Pensieri terribili vorticavano nella mia testa, e i loro volti si alternavano in uno strano gioco macabro…

Nessuno sapeva cosa sarebbe successo.

Come sola testimone avevamo la luna piena, che scrutava e giudicava le nostre scelte… Vivere o Morire?

Senza rendermene conto mi trovai l’ingresso dell’enorme edificio davanti. Calmai il passo e i pensieri, chiunque fosse l’arteficie di tutto questo non doveva percepire la mia paura, e il senso di fatalità che ad ogni mio passo cresceva. Non notai lo splendore della Chiesa di San Juan de Los Reyes, non ne avevo il tempo, ne tanto meno la voglia… Quello che sapevo è che aveva scelto un palcoscenico sicuramente d’effetto… Essendo ancora legata alle vecchie credenze della mia terra non avevo alcuna soggezione ad entrare in un luogo simile, e non credevo alle voci che di notte affollavano le taverne; non ho mai esitato davanti ad una corona d’aglio, o ad uno splendido crocefisso… Entrai, senza esitare, aprendo con estrema facilità il portone in pesante legno.

Un passo dopo l’altro iniziai a percorrere la navata centrale della Chiesa. Dalle alte finestre entrava abbastanza luce lunare da poter distinguere chiaramente l’arredo delle panche e i grandi affreschi, nonchè l’immenso altare fatto di oro, argento e chissà quale altro materiale pregiato. Intorno a me potevo ancora percepire l’odore dell’incenso usato nell’ultima messa serale. Tutti i miei sensi erano tesi, simili più a quelli di un predatore, che a quelli di un umano. Non potevo permettermi nessuna debolezza, e sopratutto non potevo permettermi nessun errore.

Ricacciai ogni altro pensiero, e mi dedicai al solo presente.

Non appena arrivai a metà della navata una fievole luce di candela venne accesa dal pulpito. La visione che mi si presentò mi raggelò il sangue nelle vene. Alla sinistra del grande crocefisso dell’altare vi era la mia dolce Camila, appesa, a simulare la stessa crocefissione, la testa inclinata a destra e i capelli che le ricadevano sul volto, respirava, di questo ero sicura. Ma al momento non era cosciente. A destra invece vi era Esteban, era piegato sulle ginocchia, il capo chino, le mani legate dietro la schiena, perfino da quella distanza potevo vedere che era stato brutalmente picchiato, fino a quando non si fu abbassato al suo volere…

E poi, una voce parlò…: “Benvenuta! Non pensavo saresti arrivata così in fretta. Devi tenere davvero molto a loro, visto che non ti sei nemmeno presa la briga di cibarti adeguatamente prima di venire qui.”

Mi voltai ad osservare il volto di quella voce lugubre e monotonale, il suo tono, che forse per via dell’acustica della Chiesa, mi fece rabbrividire per un istante, sembrava provenire dall’oltretomba. Aveva ragione, in tutto il mio vagabondare non avevo badato alla mia sete, che lentamente, iniziava a farsi strada nella mia mente.


Tuttavia non dovevo perdere il controllo. Osservai più attentamente la sua figura. Aveva lunghi capelli neri che incorniciavano il suo volto e gli occhi erano di un profondo colore d’inchiostro. Portava vestiti curati e di buon taglio, sebbene fossero vecchi. Ma quello che mi interessava non era la sua faccia… Era la sua mente… Un lampo di ricordi, rabbia e rancore, si mescolavano tra la sua vita mortale e quella immortale… Poi un volto che riconobbi subito.. Era l’uomo con cui avevo combattutto tempo addietro, quando incontrai Esteban. Era suo fratello.

Stranamente non si accorse di quello che potevo percepire da lui.

Chinai appena il volto in avanti e sogghignai appena al pensiero che non poteva fare altrettanto con me…: “Loro non ti devono interessare, questa è una questione che dobbiamo risolvere io e te…” La mia voce aveva un tono basso, e calmo, come se volessi provocarlo solo con esso.

“Non mentire!!” Urlò lui. “Sai benissimo che loro c’entrano tanto quanto te…! Dopotutto sei stata tu a far si che fossero parte integrante di tutto questo. E’ colpa tua se ora si trovano in questa situazione. Dovevi lasciarli nell’ignoranza della loro mortalità se volevi che non venissero coinvolti in affari immortali.”

“Non è certo colpa loro se tuo fratello non era abbastanza forte da tenermi testa, Damian.” Fu la mia replica.

Sussultò nel sentire il suo nome, che ancora non aveva pronunciato davanti a me. La rabbia in lui crebbe maggiormente, ora che sapeva che potevo leggergli il pensiero. Ma durò un breve istante, aveva qualcosa che lo rendeva sicuro di se, attese un istante, raccogliendo la poca calma che gli era rimasta e poi replicò:

“Beh allora non c’è bisogno che io ti dica cosa ci facciamo qui!” Si voltò verso Camila, e con passo deciso le si avvicinò e le sfiorò una ciocca di capelli con la mano. Si chinò lievemente e ne respirò l’odore socchiudendo gli occhi. “Devi solo scegliere a chi tieni di più, Bambola di Porcellana, la piccola e innocente Camila, che ha ancora davanti a se tanti anni di vita… Oppure…” Si scostò da lei per andare questa volta verso Esteban, si inginocchiò per portarsi alla sua altezza e gli sollevò il volto con due dita della mano. “Oppure… Questo giovane irresponsabile che arde di un fuoco insolito per i mortali.”

Sorrise quando si accorse che Esteban era ancora cosciente, sebbene al momento io non sapessi dire quali fossero le sue condizioni. I due si osservarono per qualche istante, e nel profondo pregai, sperando che, almeno per una volta nella sua vita Esteban facesse la scelta giusta per la sua situazione… Non terminai nemmeno di pensarlo che un ghiuzzo divertito gli balenò negli occhi e con le poche forze che ancora gli rimanevano sputò in faccia al vampiro che aveva davanti, il quale, preso alla sprovvista da tale gesto non riuscì a far altro che stare fermo per un secondo.

Sorrisi a quel gesto, era proprio da lui essere insolente anche davanti alla sua morte… Ma sapevo anche che lui mi aveva offerto l’occasione di poterli salvare entrambi.

Non attesi un istante di più, corsi più veloce che potevo per raggiungerlo, tanto che per un istante pensai di poter volare. Un ruggito inumano sfuggì dalle mie labbra quando gli arrivai addosso. Lo spinsi indietro, allontanandolo da Camila e da Esteban. In un primo momento lo colsi di sorpresa, tenendogli testa nella forza fisica. Ma non appena ebbe preso coscienza di quello che stava succedendo reagì immediatamente.

“Questa volta hai sbagliato!” Urlò, mentre con estrema agilità schivava i miei attacchi. Aggrottai la fronte, nel vedere sul suo volto un’espressione divertita.

Io continuavo il mio attacco, cercando di colpirlo, lui, continuava a schivarmi… Per qualche minuto continuammo così, che se esistesse solo questo gioco tra di noi. Ma poco dopo, il suo volto divenne serio e cupo. E iniziò a contrattaccare. I suoi pugni erano veloci, troppo per me…

Uno… Due… Tre…

Il suo quarto attacco mi colpì inaspettatamente in pieno volto. Feci qualche passo indietro andando a sbattere contro l’altare, senza mai distogliere lo sguardo da lui. Sicuramente era più abile e forte del fratello. Mentre cercavo di recuperare l’equilibrio lui si risistemò i vestiti e prese una posizione retta e composta.

“Questa è la fine per te Bambola di Porcellana, torna ad essere cenere…”

Fece un singolo gesto con la mano destra. Non capì subito cosa stesse facendo, poi iniziai a vedere delle spesse braccia d’ombra salire dal pavimento, e lentamente si stavano avvolgendo alle mie gambe e alle mie braccia. Erano tremendamente forti, e per quanto tentassi non riuscì a liberarmi da esse. Ero bloccata, in trappola.

Con un ghigno malvagio mi guardò nella mia impotenza. Poi lentamente si ricompose e si diresse verso Camila. “Io so benissimo che tieni moltissimo a questa giovane ragazza, dopotutto chi non si affezzionerebbe a lei? E’ dolce, e molto intelligente… Un agnello da nutrire a sazietà.” Quando le fu davanti estrasse un piccolo pugnale dalla giacca lunga. Iniziò a giocherellare con l’arma, spostandola da una mano all’altra, mentre con gli occhi sembrava assaporare la sua prossima vittima.

“Non osare!” Urlai. Cercai di nuovo di divincolarmi da quelle braccia fatte d’ombra, ma ero impotente… Non potevo guardare senza far nulla, dovevo trovare un modo per liberarmi e fargliela pagare.

“Sai, inizialmente pensai di ucciderti, per aver messo fine alla non vita di mio fratello, poi ho iniziato a seguirti, e a conoscerti meglio… Ora so che la vita di questi due mortali valgono più della tua non vita… Ti lascerò vivere con il rimorso che tu sei stata l’artefice della sua morte.” Disse con un filo di voce.

Tutto iniziò ad avere dei contorni rosso sangue, la chiesa, l’altare, il Cristo, Damian, Camila ed Esteban. Capivo che ormai il mio controllo era instabile e la sete che provavo iniziò a bruciare nella mia testa.

Si portò più vicino a Camila, e non appena sollevò il pugnale fu colpito da una massa di qualcosa. Inizialmente non capì nemmeno io cos’era successo. Poi osservando meglio vidi il corpo di Esteban steso di lato accanto a quello di Damian. Aveva le braccia rotte e le spalle lussate, ma era riuscito ad alzarsi e a scaraventarsi sul vampiro prima che questo potesse far del male a Camila.

Ma Damian era ancora lontano dall’essere sconfitto. Lentamente si stava rialzando…: “Figlio di un cane. Ucciderò prima te, e poi mi nutrirò di quella piccola e innocente ragazza… Non lo sai che il sangue degli innocenti ha un sapore ancora più dolce…?”Una volta in piedi, osservò il corpo di Esteban e iniziò a percuoterlo, con i calci, con i pugni… Poi si accorse di aver perso il pugnale. Si voltò per cercarlo, e una volta individuato si apprestò a recuperarlo. Si volse di nuovo verso Esteban: “Di le tue ultime preghiere Hijo de puta! Osserva il tuo giovane mortale servitore morire Bambola di porcellana…” Alzò la mano che teneva l’arma e si preparò per affondare il colpo.

Non so nemmeno io cosa successe di preciso. Quando lo vidi colpire ripetutamente Esteban, e prima ancora mentre si avvicinava a Camila, pensando di nutrirsi di lei… Tutto mi aveva dato alla testa. Non avevo mai provato tale rabbia, ne avevo mai provato tanta sete… Decisi di fare un ultimo tentativo e cercai di contrastare la forza di quelle braccia informi, che sotto una pressione così forte e inusuale anche per me si spezzarono. Non appena fui libera mi avventai su Damian, che ora mi dava le spalle. Non riuscivo a pensare ad altro se non a liberare Camila e salvare Esteban. Presa da una furia cieca lo scaraventai di lato, liberando Esteban dal peso del vampiro. Guardai Damian, senza in realtà vedere chiaramente il suo volto. Sapevo solo che dovevo liberarmi di lui, che se non avessi messo fine a tutto questo non avremmo più avuto un futuro. E in un impeto di follia omicida, mi avventai sul suo collo per bere quanto più sangue potessi.

Bevvi, bevvi,e bevvi ancora. Il suo sangue bruciava nella mia gola, facendomi impazzire ancora di più. Sentivo la sua anima combattere per resistere e sopravvivere, ma io avevo sete, dovevo calmare lei e la sua rabbia. Non potevo perdonarlo.

Per lui c’era solo un mostro con gli occhi rossi e le fauci affamate. E nonostante ciò bevvi ancora, fino a quando la sua anima non ebbe più segreti. Vidi la sua vita mortale, i giochi e i sogni di un bambino… Vidi l’amore di un fratello che colmava le tenebre in cui era sprofondato… E poi non vidi più nulla. Solo allora mi accorsi che tra le braccia non avevo nient’altro che un cumulo di cenere che un tempo era stato il mio nemico.

Restai in ginocchio per qualche istante, lasciando che il suo sangue e la sua anima scorressero nel mio essere… Sapevo di aver fatto una cosa orribile, di aver bevuto non solo il suo sangue, ma anche la sua anima e i suoi sogni… Sapevo che era stato necessario.

Non appena ripresi coscienza del mio essere e non appena recuperai la calma abituale, mi avvicinai alla piccola Camila, la slegai e la coprì con il mio soprabito, lasciandola per un istante appoggiata all’altare, sebbene fosse ancora priva di coscienza, stava bene, non aveva subito nemmeno un graffio. Poi vi voltai verso Esteban.

E tremai per quello che vidi…

Sebbene il mio attacco fosse stato repentino, Damian era riuscito nell’intento di colpirlo gravemente con il pugnale. Aveva bisogno di aiuto. Non potevamo stare ancora per molto in quella chiesa, così presi entrambi e mi diressi verso casa nostra più veloce di quanto l’occhio mortale possa vedere.

Sistemai Camila alla bene e meglio sebbene con cura. Poi mi dedicai alle ferite di Esteban. Lo sistemai vicino al camino, sudava freddo ed era febbricitante. La maggior parte delle ferite poteva essere curata con qualche goccia del mio sangue, ma la ferita che gli aveva inferto con il pugnale era letale. Non restava molto tempo per fare qualcosa. Portarlo da un medico equivaleva a lasciarlo morire… Ma non potevo nemmeno guarire quella ferita come le altre…

Non pensai nemmeno per un istante di lasciare che la sua vita terminasse. Ormai era troppo legato a Camila e troppo a me.

Non avevo tempo per altro… Non sapevo nemmeno esattamente come fare a salvarlo, quindi decisi di affidarmi all’istinto.

Bevvi il sangue in eccesso dalla ferita del pugnale, sentì il suo cuore battere come un insieme di tamburi, sempre più forte, sempre più veloce., come una musica incessante. Poi quando quella strana melodia sembrava al suo culmine smisi. Se avessi continuato, lui sarebbe morto… E invece io mi recisi un polso e lo accostai alla sua bocca.

Mentre il mio sangue colava nella sua bocca per donargli la non vita, mi chinai appena verso di lui e gli sussurrai:

“Perdonami…”

Fine

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Il principio della fine (prima parte)

Posted in Abbraccio, Caccia, Incontri immortali, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

I giorni passarono, divennero settimane, e poi mesi, alla fine si tramutarono in anni.

Anni in cui tutto andò bene, o quasi.

Costrinsi Esteban a ritornare alla sua vita quotidiana, vincolandolo a tornare ogni sera da me e Camila. All’inizio era quasi restio a lasciare la piccola Camila in giro da sola, poi lentamente si convinse che fosse la cosa giusta. Così tornò al suo solito vivere quotidiano, tra donzelle e vino. La sera invece gli davo consigli di ogni sorta sul nostro modo di vivere, sebbene lui al momento ne potesse assaggiare solo una piccola fetta. Nei primi giorni non credeva a cosa avrebbe potuto fare in futuro, ma quando iniziò a constatare di persona che era più forte, più resistente e più veloce… Nessuno più lo fermò.

Divenne spavaldo, con un risolino perenne sul volto… Un vero e proprio Hijo de puta.

Per Camila invece era tutta un’altra cosa. Di giorno seguiva le sue lezioni, di sera cercava con tutte le forze di farmi compagnia, raccontandomi tutto quello che faceva e chiunque incontrasse. Ma Toledo non era grandissima, e io ogni notte mi svegliavo con il terrore nel cuore di non trovarla a casa, ma accanto al suo giovane fratello mortale. Tuttavia per tutto il tempo che restammo li non incontrò mai la famiglia che si era lasciata alle spalle.

Di contro ogni notte io speravo che non vi fosse nessun altro immortale in quella città che avrebbe un giorno rivendicato la morte della creatura che avevo ucciso tempo addietro. Fu arrogante e superficiale da parte mia, ma al tempo ero giovane, e oltre al mio sire non avevo avuto modo di confrontarmi con altri della mia specie.

Accadde tutto un anno dopo esatto.

All’alba andai a dormire con un peso sul cuore, come se la mia anima ormai dannata fosse stata in grado di predire gli orrendi e catastrofici accadimenti della notte successiva. Ma io non vi badai, non volendo darle ascolto. Quando mi svegliai al tramonto, vi era ancora una fievole luce che si attardava a spegnersi.

Non appena aprì gli occhi tutto sembrò immediatamente immoto.

Non vi era animale, essere umano e nemmeno una foglia di vento che facesse il minimo rumore, sembrava che la natura intera tenesse il respiro sospeso.

Cercai di aquire l’udito per percepire un solo suono, sebbene potessi sentire rumori assai distanti tutto era silenzio. Aprì gli occhi, come se la cosa potesse essere di aiuto, e attesi un istante prima di alzarmi dalla mia bara. Mi misi a sedere, e cercai di nuovo di captare il crepitio del fuoco, o i lievi passi di Camila in casa.

Nulla.

Allora mi alzai lentamente, e iniziai a controllare la cantina dove vi era tutta la mia roba. Era tutto in ordine, nessuno vi era entrato, ne ero certa. saliì le scale, nemmeno il mio passo produceva alcun rumore sul marmo freddo della casa. Controllai il lungo corridoio e l’intero primo piano…

Nulla.

Con orrore, mi fermai davanti alla porta chiusa della stanza di Camila. Afferai la maniglia e l’aprì.

Vuota.

Così scesi al pian terreno.

La casa era avvolta da un freddo pungente, e il silenzio immoto che l’avvolgeva ne gravava ancora di più il sentore. Mi portai davanti al camino. Le ceneri al suo interno erano fredde anch’esse. Non vi era stato nessuno che avesse avuto la necessità di accenderlo quella sera. Mi sedetti davanti ad esso. Le gambe accavallate, le braccia conserte, la schiena dritta e gli occhi chiusi. Andai con il pensiero a cercare la giovane mente di Camila…

Niente.

All’improvviso un lieve e fugace alito di vento mi fece solleticare il collo, costringendomi a voltare il capo verso il pianoforte che era solita suonare Camila.

Mi alzai e mi diressi verso di esso. Mi sedetti sul piccolo sgabello e appoggiai le mani sui tasti bianci e neri.

Ora sapevo.

Chiunque fosse stato era entrato senza alcun rumore, aveva sorpreso Camila mentre ancora suonava nell’attesa del mio risveglio, e l’aveva portata con se. Un insieme di manti neri l’avvolgeva nelle tenebre più fitte e buie. Potevo sentire il suo terrore nelle mie vene. Bruscamente ritornai al presente, e il mio sguardo si posò sullo spartito chiuso. Infilato con non curanza vi era un pezzo di carta ingiallito. Lentamente sfilai il pezzetto di carta e lo lessi:

“Chiesa di San Juan de Los Reyes.”

Altro non diceva. Non avevo intravisto nessun volto, o parte di esso… Solo un gran freddo.

Prima che qualsiasi altra cosa potesse essere pensata mi apprestai ad uscire di casa, e mi diressi all’abitazione di Esteban.

Anche questa era vuota, e il freddo regnava sovrano. Ma differentemente dal mio alloggio, qui vi era stata una lotta, mobili e porcellane erano infrante sul pavimento. Diversamente da Camila, Lui si era difeso… Ma, come prevedibile alla fine soccombette.

Sospirai, e volsi gli occhi al cielo pensando:

“Che cosa avevo fatto…”

Ma questo non era il tempo delle lacrime o delle congetture. Velocemente, come solo noi immortali possiamo muoverci, 

usciì dalla casa e mi diressi alla chiesa di San Juan de Los Reyes.

Nel cuore sapevo che quella notte non sarebbe stata mai dimenticata da coloro che vi parteciparono, avrei potuto perdere Camila, o Esteban, o ancora la mia natura di immortale, tornando ad essere quello che siamo tutti, cenere.

E tutto perchè avevo vissuto liberamente e a cuor leggero, senza interrogarmi sul perchè dell’esistenza di questa non vita e sopratutto senza badare agli altri appartenenti della mia specie, sopratutto se ad essi era stato fatto un torto, come quello di aver ucciso qualcuno a lui caro…

Continua…

La Bambola di Porcella e l’Infante Hijo de Puta

Posted in Abbraccio, Mortali on novembre 16, 2011 by Reyko

… Quella notte dormì, non potei farne a meno, come allora anche oggi. La nascita di un nuovo giorno è una dolce ninna nanna che culla i cuori dannati come i miei… Chi non lo fece forse fu quel giovane mortale, che tanto era stato sfrontato. Voleva andarsene, glielo lessi negli occhi, ma qualcosa lo tratteneva nelle mura di casa mia, come un legame troppo recente da poter essere spezzato… Fino a quel momento ero stata ben attenta a non mostrare quello che realmente sono, ma portando in casa quel giovane commisi un’imprudenza che mi sarebbe costata la non vita.

Non avevo molte scelte, e le idee erano altrettanto restie a nascere… Potevo cacciarlo dalla casa, e avrei potuto prendere la prima nave della notte per un’altra meta ignota, che feci tempo addietro quando fui lasciata dal mio sire. Sicuramente sarebbe impazzito per le troppe domande che il suo essere mortale non avrebbe potuto sopportare. Oppure avrei potuto sperare che i suoi ricordi con il tempo si offuscassero fino a morire…

L’alternativa era ucciderlo… Oppure…

Non volevo pensarci, e poi non era sicuro che io potessi donargli quello che il mio Sire mi aveva dato…

Scoprì di essere terribilmente confusa.

In quel momento desiderai ardentemente avere al mio fianco Hoshiko, che avrebbe potuto indicarmi il modo migliore di risolvere questa situazione.

Mi svegliai ancora che l’aurora era visibile e incendiava l’orizzonte, come se il sole lottasse contro il sorgere della temuta notte. Prima di sollevarmi ascoltai attentamente i rumori della casa, e aggrottai la fronte quando non sentì alcun suono provenire dalle stanze ai piani superiori… Mi alzai e mi diressi verso il salotto, con in mente la decisione di doverlo uccidere, per il bene di Camila e per la mia sopravvivenza…

Tuttavia il sangue nelle vene martellava in modo insolito a quel pensiero…

Osservai la casa, il suo silenzio, quasi provavo fastidio, tutto era immoto, come se l’abitazione fosse un universo che collassasse su se stesso. Camila era seduta sul divano, il camino acceso sebbene la primavera si apprestasse a farci visita. In grembo un libro abbandonato, la cui sorte era quella di non essere mai letto. Ogni tanto voltava lo sguardo verso la finestra, come se attendesse qualcuno.

“Buonasera Camila” Le dissi con un filo di voce. Lei si voltò lentamente, un sorriso misto alle lacrime.

“Señora, non temete, ha detto che tornerò prima del tramonto, so che lo farà…” Mi avvicinai a lei, e le sfiorai i soffici capelli neri. Poi, mentre guardavo i suoi occhi che mi pregavano di essere clemente, qualcosa in me si ruppe…

“Non temere tesoro, voglio solo parlargli.” Le sorrisi, e lei ricambiò con il più dolce dei sorrisi.

“Ora va… Sta arrivando.”

Camila si allontanò, una speranza nel cuore, sicura che avrei mantenuto la promessa fatta.

A breve quel mortale avrebbe voltando l’angolo verso l’antro di casa mia, potevo leggergli la mente, una babilonia di pensieri… Uscì dalla casa, per attenderlo sul viale esterno.

Si accorse della mia presenza solo all’ultimo momento. Voleva scappare, lontano da me, lontano da quella che ero; non potevo dargli torto… Indietreggiò…

… “E te ne vai via così, senza nemmeno sapere cosa voglio dirti Esteban?”… Osservai la sua reazione alle mie parole, sembrava impietrito, forse il tono che avevo usato riuscì fin troppo canzonatorio… Mi piaceva leggergli il terrore negli occhi…

“Entra.”

Non attesi una sua reazione ed entrai in casa e presi posto sul divano di fronte al camino che ormai era spento.

Poco dopo lo vidi entrare sebbene provasse un terrore infinito non poteva farne a meno. Lo sguardo che cercava qualcuno che potesse salvarlo…

… “Se ti stai chiedendo perchè non ti ho ancora ucciso, sappi che la risposta è che ancora non ho deciso se voglio o meno farlo.”

Sorrisi, non potendo fare a meno di leggere i suoi pensieri… Decisi così di divertirmi un pò con lui e la sua fragilità mentale. Così mi insinuai nella sua mente, e gli sussurrai:

“Leggo i tuoi pensieri Esteban, non puoi nascondermi nulla.”

A quel punto il velo gli si aprì. Se prima pensava ad un modo per poter uscire indenne dal guaio in cui si era cacciato, ora sapeva che non aveva scampo…

“No, in effetti non puoi mentirmi.”

Sentì la sua mente sciogliersi piano piano al mio volere, ora sul volto non aveva più quell’aria da sbruffone che tanto lo caratterizzava.

Soppesai il da farsi… Nella mente avevo solo gli occhi di Camila che mi supplicavano di essere buona anche con lui.

Così decisi, se dovevo salvarlo, gli avrei prima fatto rivivere tutto dal principio, a costo della sua stabilità mentale. Non vi erano mezzi termini per dire cosa ero e come lo ero diventata, così lo feci nella maniera più diretta possibile. E lì dove le parole non potevano esprimere a dovere quello che avevo provato, decisi di inondarlo di immagini così intense che chiunque altro mi avrebbe pregato di smetterla.

Non trascurai nemmeno di spiegargli l’incontro con l’altro vampiro, quello che aveva ucciso la sua “compagnia” la scorsa notte. Gli spiegai che tra di Noi potevano esserci creature tanto malvagie che non avrebbero pensato due volte ad attaccarlo senza motivo. Era solo la legge del più forte…

Durante quella lunga notte non mi nutrì, non ne avevo avuto il tempo, ero vulnerabile, e forse fu per quello che raccontai tutta la mia storia a Esteban. Cose che non avevo mai confessato a nessuno, ora appartenevano ad un perfetto sconosciuto che aveva avuto la sfrontatezza di curiosare tra le mie cose… E fu in quel momento che capì quanto l’eternità vissuta in solitudine, poteva essere insopportabile. Gli parlai, pensando al mio Hoshiko, che mai era stato così accomodante dopo avermi condotta in questo mondo di tenebra…

“Quando la vita così come tu la conosci, mi abbandonò, sentii ogni più piccola fibra del mio corpo ardere come se mille soli stessero bruciandola e, ad ogni istante che passava, sentivo la mia vita uscire dal mio corpo, urlandomi la sua indignazione per averla abbandonata, il suo rammarico per il tradimento che l’esistenza che da li a poco avrei condotto, rappresentava per tutto ciò che ero stata fino ad allora. Urlai, ma i miei polmoni non avevano più aria e ciò che uscì dalle mie labbra, fu un aggiacciante rantolo, un urlo muto ed angosciato che strziava ciò che rimaneva della mia anima. Poi morii e sentii il freddo impossessarsi del mio corpo, scacciare quei mille soli che non avrei mai più rivisto se non quando fossi morta veramente. La mia vita era ormai lontana, perduta nell’oblio della maledizione che ormai incarnavo.”

Fu liberatorio per me, avevo parlato senza nemmeno guardarlo negli occhi, cercando luoghi e immagini che ormai erano troppo lontani per riviverli.

Quando terminai alzai il volto per osservare la reazione alla mia Storia, al mio Oriente, e mi sorpresi nel vedere delle lacrime calde e salate che gli solcavano il viso… Non mi spiegai come potesse quel mortale provare così tanto dolore e capire quello che avevo passato fino a quel momento… Era partecipe della mia sofferenza e della solitudine.

Camila, come sempre aveva ragione. Non potevo tornare indietro, e per quanto all’inizio fosse stato tremendamente insolente, ora era davanti a me, piangeva per me, condividendo con me tutto quanto.

Mi alzai e mi diressi verso di lui. Mi chinai e con la mia mano fredda da vampiro asciugai le sue lacrime. Non ricordavo più cosa si provava ad avere lacrime vere, e istintivamente ne assaporai il gusto.

“Io non posso più farlo Esteban, se non con del sangue.. fallo tu per me.. piangi anche per me… vuoi?”

Non poteva rispondere, tutte quelle emozioni in una volta sola erano davvero troppe anche per uno come lui… Tuttavia annuì alla mia domanda.

Da quella Notte passarono sei mesi, nei quali vivemmo insieme, non voleva lasciarmi, come se a modo suo volesse proteggermi.

Nemmeno con Camila potevo vantare di quella totale intimità, sebbene mai una volta abbia osato toccarmi come toccava le altre donne. Forse aveva ancora una sorta di timore. Chi lo sa…

Non sapevo perchè quella notte gli feci tante confidenze, come del resto le notti successive, e dopo tutto non volevo cercarne il motivo, e nemmeno lui… Ci bastava passeggiare e chiacchierare, l’uno a fianco all’altra. Tuttavia, non potevo essere sicura di lui come lo ero per Camila. Così gli proposi di bere ogni tre giorni il mio sangue. All’inzio era riluttante all’idea, ma non appena vide la prima goccia della mia vitae fuoriuscire da una piccola ferita, tutti i suoi dubbi si sciolsero come ghiaccio sotto il sole. Era preda di un’estasi che nemmeno lui riusciva a descrivere. Ogni cellula del suo corpo ricordava la sensazione che provò al tocco del mio sangue sulla ferita aperta, gridando a gran voce di volerne ancora…

Da quella notte la sua sete si sarebbe placata solo con il mio sangue…

Da quella notte Esteban camminò a metà tra due vite, metà umano, metà vampiro, senza per questo viverne appieno una.

Da quella notte divenne qualcosa di più che un servo fedele. Divenne un compagno con cui poter condividere qualcosa che andava ben oltre l’apparenza di una Bambola di Porcellana.

Fino a quando la sorte decise per Noi.

Continua…

L’inizio della fine

Posted in Abbraccio, Mortali on novembre 15, 2011 by Reyko

Mi allontanai, silenziosamente, senza mai dare le spalle a quelle lettere incise eternamente sulla pietra. Un passo dietro l’altro. Arrivata alla cancellata del tetro cimitero diedi le spalle alla lapide e me ne andai.

Camminai lungo le vie di Toledo, un fantasma dal volto cinereo, senza badare alla feccia peggiore che girava in quelle ore in città. Un alito di vento gelido che non voleva e non poteva tornare a casa.

Oggi non ricordo per quanto tempo vagai in quello stato, so solo che incosciamente svoltavo un angolo dopo l’altro, incurante di cosa mi si parava davanti, la mente offuscata da mille ricordi, mille passati, come un film che viene proiettato velocemente davanti agli occhi, senza mai soffermarsi su un particolare, un volto se non quelle parole scritte con il fuoco.

Ad un tratto il vento proveniente dalla costa non c’era più, tutto intorno era rischiarato da una tenue luce di candele e un persistente odore di incenso invadeva i miei sensi portandomi per mano a rivivere nel presente… Mi trovavo in una chiesa.

Mi guardai intorno, a quell’ora tarda non vi era nessuno al suo interno che pregasse, sebbene le porte fossero state lasciate aperte per chi non aveva un rifugio per la notte. Non so come o cosa mi spinse ad entrarvi, dopotutto non ero cristiana, tuttavia mi trovami tremendamente a mio agio in quel luogo. Mi guardai attorno intimorita e incuriosita allo stesso tempo, poi decisi di sedermi su una delle tante panchine che erano state disposte nel centro della sala. Osservai i dipinti e le statue nelle alcove, e mi chiesi come mai tutti quei volti fossero così tristi… Poi ricordai il volto di Camila così simile ai volti di quei Santi la prima volta che la vidi.. Immaginai che anche i suoi cari avevano avuto la stessa espressione quando si accorsero che la loro amata Camila era misteriosamente scomparsa…

Nella mia mente era reale tanto quanto quella chiesa. La disperazione della madre, la testardaggine del fratello nel volerla ritrovare a tutti i costi…

I miei occhi si fermarono ad osservare la figura crocefissa in alto, che guardava silenziosa e con un dolore eterno l’intero luogo. Quell’espressione simile al volto sfigurato del fratello di Camila mi incantenò ad esso, facendomi perdere ogni congnizione.

Passarono minuti, forse ore, chi lo sa. Sebbene non fossi cattolica riconobbi quella maestà e quella forza e non potei fare a meno di sorprendermi a pregare a modo mio. Erano parole di paure che non avevo avuto il coraggio nemmeno di rivelare a me stessa, eppure in quel posto tutto venne alla luce, come se tra quelle mura ogni mistero e ogni peccato venissero a galla.

E poi lentamente quella che la gente di Toledo chiamava “la bambola di porcellana” pianse. Erano lacrime calde, amare, fatte di sangue e cariche di tutti quegli anni che sul mio volto non si sarebbero mai rivelati… Era quasi innaturale, un abominio forse, che io una creature che andava in giro a nutrirsi del sangue altri fosse in quel luogo a piangere per i suoi peccati e tutto quello che le era stato tolto e che ora lei stava togliendo ad altri. Mi asciugai con un lento gesto le lacrime carminie dal volto con un fazzoletto di seta, osservai ancora per un ultima volta la statua di fronte a me e poi me ne andai…

Fuori all’aria aperta, mentre il vento sfiorava il mio volto iniziai a ridere, solo ora mi rendevo conto di essere entrata in una chiesa cristiana, di essermi inginocchiata a quella statua e di aver pregato e poi di esserne uscita senza alcun danno. Forse tutte le leggende tramandate sulla mia razza non rispecchiavano a pieno la verità e lo stato delle cose.. Lo trovai buffo.

Con il cuore un po più leggero, mi diressi verso casa e Camila, forse era giunto il tempo di parlare con lei di tutto quello che era successo da quando mi aveva conosciuta in quel vicolo tanti mesi prima.

Ma appena svoltato l’angolo vidi il cancello di casa aperto, le luci all’interno erano spente, e nel quartiere regnava il silenzio più totale. Cercai di percepire i pensieri di Camila all’interno della casa… Ma non vi riusci. Com’era possibile che fosse uscita lasciando la porta di casa aperta, senza badarsi nemmeno di chiudere le finestre… Non era da lei…

Entrai con passo lento e guardingo, senza far alcun rumore aprii la porta d’ingresso ed entrai.

La casa era vuota.

Ricordai quel ragazzo, i vestiti che erano stati preparato sul divano, andai a controllare… Nulla.

Una rabbia che mai avevo provato in vita mi sorprese… Osservai il camino spento e freddo, quella notte non era stato acceso, quindi mancavano da molto tempo. Avevano cenato a casa e poi erano usciti… Scesi le scale della cantina e mi diressi in quella che era la stanza dove riposavo di giorno. La porta era aperta.

Il sangue mi si gelò nelle vene, una serie di immagini attraversò la mia mente, il ragazzo dai capelli neri e lunghi che abilmente aveva trovato le chiavi della cantina, e che con passi felini era riuscito a non svegliare Camila… Le sue mani che aprivano la porta pesante.

Entrai.

Nulla nella stanza era stato spostato… Sul tavolo al centro della stanza vi erano tutti gli oggetti che vi avevo lasciato. L’armadio era chiuso come sempre… Mi diressi verso il letto… Tutto sembrava intatto, mentre non mi spiegavo cosa potesse cercare quello straniero, mi voltai lentamente per uscire, quando scorsi un angolo dei lunghi paramenti che avvolgevano il letto sollevato.

Chiusi gli occhi, e sollevai il pezzo di stoffa e… Spalancai gli occhi nel vedere il coperchio della bara dove giacevo di giorno aperto…

Non poteva immaginare cosa fossi, non sarebbe stato in grado di capire, ma il dubbio ormai risiedeva in lui, e forse quella curiosità gli fece compiere un gesto sciocco e frettoloso…

Presi il ventaglio provvisto di lame e mi diressi verso la camera di Camila. Il letto era sgualcito, e sopra di esso era stato poggiato con non curanza un piccolo pigiama, il suo piccolo pigiama… Dall’armadio mancava il suo più bel vestito e le sue più belle scarpe…

Quell’uomo doveva pregare di non aver fatto nulla alla mia Camila, altrimenti l’avrei torturato in modi che nemmeno immaginava e che prima o poi lo avrebbe condotto a chiedermi di ucciderlo piuttosto… Ero infuriata, se lo avessi avuto in quel momento fra le mani lo avrei fatto letteralmente a pezzi.

Ritornai nella sala e accesi il camino… Mi costrinsi ad una quieta attesa, sedendomi di fronte al fuoco, confidavo in Camila.

Le ore passavano e presto sarebbe giunta l’alba. D’un tratto un rumore di passi mi ridestò dai mille pensieri, e poco dopo Camila e il giovane apparvero sulla soglia della porta.

Io gli davo le spalle, volontariamente per non guardarli in faccia… Camila corse da me, si inginocchiò di fianco alla mia poltrona iniziando a raccontare una serie di annedoti e descrivendo i posti in cui Esteban, così si chiamava il ragazzo, l’aveva portata, non immaginava che a Toledo esistessero dei luoghi così belli… La la sua voce per me era come il mio battito del cuore quando ha fame… Sapevo cosa mi stava dicendo ma non l’ascoltavo davvero… La mia attenzione era rivolta soltanto ai pensieri del giovane.

Era semplicemente terrorizzato.

Sorrisi, e mi costrinsi ad osservare Camila.

“Ora vai a dormire Cica, devi essere stanca, domani parleremo…” Lei come sempre mi baciò dolcemente e si diresse in camera sua, salutando Esteban con un largo sorriso.

Lui rimase in piedi sulla soglia del salotto, non riusciva a muoversi, e io sorrisi…

“Dovresti riposare anche tu Esteban.” La mia voce era appena un sussurro, ma a lui risultò essere un tono grave e di rimprovero. “Sicuramente sarai stanco dopo aver frugato tra le mie cose per tutto il giorno…”

Sussultò, e io sorrisi di nuovo… Volevo spaventarlo, e vi ero riuscita alla grande. Lui cercò di dire qualcosa, balbettando uno sproposito di sillabe incomprensibili. Si stava chiedendo dove fosse finita la sua solita faccia tosta.

“Non ti preoccupare” Fu la mia risposta alle sue domande. “Domani sarai il solito Esteban, e parleremo… Ora va, la stanza degli ospiti ti aspetta.”

Il povero ragazzo si voltò e si defilò. Ormai mancavano pochi minuti all’alba, e faticosamente salì le scale che portavano al piano superiore dove vi erano le camere da letto. Controllai che Camila dormisse, poi vi diressi verso la porta della stanza degli ospiti… Osservai la porta semi aperta. Il giovane ancora non dormiva, ma dopotutto dovevo ripagarlo con la sua stessa moneta. Chiusi la porta facendolo sussultare, e la chiusi a chiave. Le finestre avevano le inferriate quindi da li non sarebbe potuto uscire…

Con passo lento mi diressi verso la cantina. Chiusi la porta della stanza e mi legai la chiave della porta di Esteban ad un filo del vestito. Mi coricai nella bara, risistemai il tessuto del letto e chiusi il coperchio della mia tomba…

Il resto fu silenzio.