L’antico Ban Gasa e la Grotta dei Graffiti

Devo allontanare per un breve istante i miei ricordi dagli accadimenti che susseguirono… Furono fatalmente terribili eppure videro prendere vita a qualcosa di nuovo che tutt’ora sconvolge questo mondo di tenebra, perchè ogni storia ha un tempo per essere raccontata.

Da quando incontrai il fratello di Camila al cimitero centrale della città, i miei riposi divennero sempre più inquieti. Al tempo ero molto giovane come immortale, ma sapevo che durante il nostro riposo notturno nessun sogno o incubo poteva disturbare quello stato di morte apparente, la cosa mi sconvolgeva a tal punto che non ebbi cuore di parlarne ne a Camila ne a Esteban, cercai semplicemente di non coinvolgerli in quel mio turbamento, celai i momenti cupi con sorrisi sinceri, dopotutto ero Geisha, e l’educazione impartitami vietava di far trapelare i sentimenti che stavano dietro a un volto dipinto di bianco e a labbra rosse come ciliege, non potevamo permetterlo. La sera uscivo presto, qualche minuto dopo il calar del sole per nutrirmi del solito delinquente di strada. La mia mortalità si poteva ancora intravedere nei miei movimenti e nei miei modi di fare. Non mi chiedevo nemmeno se vi erano altri della mia razza in quella splendida città… Qualcuno a cui la mia presenza poteva dar fastidio… Ma sto divagando.

In quelle notti uscivo presto e rincasavo il più tardi possibile. Dopo aver bevuto mi dirigevo sugli scogli nei pressi del porto, osservando il movimento delle stelle e i marinai indaffarati nello scaricare le navi. Non mi badavo di altro. Nella mente avevo solo quella lapide con il suo nome. Presto, pensai, avrei dovuto portarla via, avrebbe dovuto dire addio alla città che aveva visto i suoi natali. Avrebbe dovuto lasciarsi tutto alle spalle, come avevo fatto io qualche anno prima, solo che per lei sarebbe stato ancora più difficile. Una mortale che doveva nascondersi e fuggire in lungo e in largo per il mondo, seguendo una giovane immortale sprovveduta. Quando quel senso di inevitabilità mi assaliva, scendevo lungo le ripidi rocce e mi apprestavo a camminare sulla baia immersa nella notte. L’aria fresca che arrivava dalle acque buie mitigava il mio umore e spazzava via per un istante i brutti pensieri. Nelle prime notti di questo mio vagabondaggio, trovai una piccola insenatura nascosta tra le rocce affilate che a sua volta celava un’altrettanto piccola grotta.

Non avevo bisogno di luci per muovermi al suo interno, ne tanto meno avevo la necessità di accendere un fuoco… Al suo interno degli antichi graffiti prendevano vita. Erano incisi con dei pigmenti bianchi e rossi e raffiguravano semplici figure lineari… Non sapevo cosa significassero… Presi l’abitudine di sedermi davanti ad esse scrutandole come solo i nostri occhi immortali potevano fare… Le figure bianche avevano i capelli rossi, e sembrava stessero lottando per la loro sopravvivenza o per la loro anima… E più le osservavo più mi ricordavano che quella decisione di abbandonare presto la città era necessaria, e per il bene di tutti. Infine venni alla conclusione che quei graffiti erano una sorta di diario, la storia di due sorelle, e forse erano state incise per non dimenticare o per tracciare un sentiero a qualcuno. Non vi erano altre soluzioni.

Ma dovevo trovare il momento giusto per poterlo dire alla mia dolce Camila e ad Esteban, che ormai risiedeva in casa nostra, e non potevo dire loro una bugia, con loro sarei dovuta essere il più sincera possibile, almeno su questo.

Tornavo a casa, sicura di dire loro il perchè dovevamo andare, ma ogni volta li vedevo in attesa del mio ritorno , davanti al camino a bere del buon latte da poco munto, per potermi raccontare cosa avessero fatto durante il giorno. Camila mi descriveva cosa avesse imparato, e quale brano era finalmente riuscita ad eseguire, Esteban, come un fratello maggiore, invece, mi sgridava per la mia prolungata assenza. Sosteneva che sarei dovuta andare in giro almeno in sua compagnia, per evitare il peggio… Alle sue parole sorridevo, e gli sussuravo che nessuno avrebbe potuto farmi qualcosa, almeno non una persona normale.

Forse lui vedeva li dove io ero cieca…

E immancabilmente il giorno successivo sul tavolo della cucina trovavano una somma consistente di corone da spendere in abiti, libri, o qualsiasi cosa avessero desiderato… Era l’unico modo per dire a entrambi che non mi ero dimenticata di loro.

Infine mi dirigevo stancamente nella mia stanza in cantina. Sistemavo i vestiti usati la notte in un piccolo cesto, e poco prima di coricarmi osservavo il mio riflesso su di uno specchio, al fianco del quale avevo lasciato aperto un vecchio Ban Gasa, un ombrello tradizionale giapponese, mi ricordava che prima o poi i viaggi erano inevitabili, alcuni più di altri.

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