Il principio della fine (prima parte)

I giorni passarono, divennero settimane, e poi mesi, alla fine si tramutarono in anni.

Anni in cui tutto andò bene, o quasi.

Costrinsi Esteban a ritornare alla sua vita quotidiana, vincolandolo a tornare ogni sera da me e Camila. All’inizio era quasi restio a lasciare la piccola Camila in giro da sola, poi lentamente si convinse che fosse la cosa giusta. Così tornò al suo solito vivere quotidiano, tra donzelle e vino. La sera invece gli davo consigli di ogni sorta sul nostro modo di vivere, sebbene lui al momento ne potesse assaggiare solo una piccola fetta. Nei primi giorni non credeva a cosa avrebbe potuto fare in futuro, ma quando iniziò a constatare di persona che era più forte, più resistente e più veloce… Nessuno più lo fermò.

Divenne spavaldo, con un risolino perenne sul volto… Un vero e proprio Hijo de puta.

Per Camila invece era tutta un’altra cosa. Di giorno seguiva le sue lezioni, di sera cercava con tutte le forze di farmi compagnia, raccontandomi tutto quello che faceva e chiunque incontrasse. Ma Toledo non era grandissima, e io ogni notte mi svegliavo con il terrore nel cuore di non trovarla a casa, ma accanto al suo giovane fratello mortale. Tuttavia per tutto il tempo che restammo li non incontrò mai la famiglia che si era lasciata alle spalle.

Di contro ogni notte io speravo che non vi fosse nessun altro immortale in quella città che avrebbe un giorno rivendicato la morte della creatura che avevo ucciso tempo addietro. Fu arrogante e superficiale da parte mia, ma al tempo ero giovane, e oltre al mio sire non avevo avuto modo di confrontarmi con altri della mia specie.

Accadde tutto un anno dopo esatto.

All’alba andai a dormire con un peso sul cuore, come se la mia anima ormai dannata fosse stata in grado di predire gli orrendi e catastrofici accadimenti della notte successiva. Ma io non vi badai, non volendo darle ascolto. Quando mi svegliai al tramonto, vi era ancora una fievole luce che si attardava a spegnersi.

Non appena aprì gli occhi tutto sembrò immediatamente immoto.

Non vi era animale, essere umano e nemmeno una foglia di vento che facesse il minimo rumore, sembrava che la natura intera tenesse il respiro sospeso.

Cercai di aquire l’udito per percepire un solo suono, sebbene potessi sentire rumori assai distanti tutto era silenzio. Aprì gli occhi, come se la cosa potesse essere di aiuto, e attesi un istante prima di alzarmi dalla mia bara. Mi misi a sedere, e cercai di nuovo di captare il crepitio del fuoco, o i lievi passi di Camila in casa.

Nulla.

Allora mi alzai lentamente, e iniziai a controllare la cantina dove vi era tutta la mia roba. Era tutto in ordine, nessuno vi era entrato, ne ero certa. saliì le scale, nemmeno il mio passo produceva alcun rumore sul marmo freddo della casa. Controllai il lungo corridoio e l’intero primo piano…

Nulla.

Con orrore, mi fermai davanti alla porta chiusa della stanza di Camila. Afferai la maniglia e l’aprì.

Vuota.

Così scesi al pian terreno.

La casa era avvolta da un freddo pungente, e il silenzio immoto che l’avvolgeva ne gravava ancora di più il sentore. Mi portai davanti al camino. Le ceneri al suo interno erano fredde anch’esse. Non vi era stato nessuno che avesse avuto la necessità di accenderlo quella sera. Mi sedetti davanti ad esso. Le gambe accavallate, le braccia conserte, la schiena dritta e gli occhi chiusi. Andai con il pensiero a cercare la giovane mente di Camila…

Niente.

All’improvviso un lieve e fugace alito di vento mi fece solleticare il collo, costringendomi a voltare il capo verso il pianoforte che era solita suonare Camila.

Mi alzai e mi diressi verso di esso. Mi sedetti sul piccolo sgabello e appoggiai le mani sui tasti bianci e neri.

Ora sapevo.

Chiunque fosse stato era entrato senza alcun rumore, aveva sorpreso Camila mentre ancora suonava nell’attesa del mio risveglio, e l’aveva portata con se. Un insieme di manti neri l’avvolgeva nelle tenebre più fitte e buie. Potevo sentire il suo terrore nelle mie vene. Bruscamente ritornai al presente, e il mio sguardo si posò sullo spartito chiuso. Infilato con non curanza vi era un pezzo di carta ingiallito. Lentamente sfilai il pezzetto di carta e lo lessi:

“Chiesa di San Juan de Los Reyes.”

Altro non diceva. Non avevo intravisto nessun volto, o parte di esso… Solo un gran freddo.

Prima che qualsiasi altra cosa potesse essere pensata mi apprestai ad uscire di casa, e mi diressi all’abitazione di Esteban.

Anche questa era vuota, e il freddo regnava sovrano. Ma differentemente dal mio alloggio, qui vi era stata una lotta, mobili e porcellane erano infrante sul pavimento. Diversamente da Camila, Lui si era difeso… Ma, come prevedibile alla fine soccombette.

Sospirai, e volsi gli occhi al cielo pensando:

“Che cosa avevo fatto…”

Ma questo non era il tempo delle lacrime o delle congetture. Velocemente, come solo noi immortali possiamo muoverci, 

usciì dalla casa e mi diressi alla chiesa di San Juan de Los Reyes.

Nel cuore sapevo che quella notte non sarebbe stata mai dimenticata da coloro che vi parteciparono, avrei potuto perdere Camila, o Esteban, o ancora la mia natura di immortale, tornando ad essere quello che siamo tutti, cenere.

E tutto perchè avevo vissuto liberamente e a cuor leggero, senza interrogarmi sul perchè dell’esistenza di questa non vita e sopratutto senza badare agli altri appartenenti della mia specie, sopratutto se ad essi era stato fatto un torto, come quello di aver ucciso qualcuno a lui caro…

Continua…

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