Dolce oblio

La carrozza oscillava nel suo perpetuo viaggio lontano da quel marciume, lontano da quegli occhi isterici. Per la prima volta dopo tanti secoli, quella notte sognai. Sognai mura infrante, volti sfugirati, urla e pianti. Vi era un dolore e una
sofferenza immensi, e ogni volto che incontravo ovunque i miei occhi si posassero era quello di Camila.

Ma per quanto la mia mente non volesse assopirsi, il mio corpo restava immutato, come quello di un cadavere appena morto, ero prigioniera di me stessa e le catene che mi trattenevano erano più resistenti di qualsiasi metallo esistente… Un dolce oblio.

Ancora una volta la consapevolezza che durante le ore diurne potesse accadere di tutto prese il sopravvento, accompagnandomi fino al tramonto.

Quando aprì gli occhi, la carrozza si era fermata, e la quiete regnava tutto intorno, pensando al peggio mi sollevai dal mio sonno e cercando di capire cosa stesse succedendo. Appena scesa vidi il cocchiere e Camila dirigersi verso la carrozza, il volto di lei era raggiante, sembrava che nulla fosse successo. Il suo volto si apriva in un sorriso sempre più grande mano a mano che mi veniva incontro, era euforica quando mi abbracciò.

“E’ un paese meraviglioso questo, lo adorerai, come già lo adoro io.” Mi disse in un sussurro.

Non potei far altro che ricambiare il suo abbraccio e annuire alle sue parole, avrei fatto di tutto per quella ragazzina e la sua felicità, ma quel pensiero riportò alla memoria il volto di Esteban e quello che era successo, e che ora sapevo, non avrei potuto evitare.

Con la carrozza ci dirigemmo presso questo paese, di cui oggi non resta ormai nulla nemmeno il nome, era poco più che un piccolo aglomerato di casupole, l’aria fresca dell’aperta campagna era frizzante, portando con se una sensazione di pace.

Una volta arrivati alloggiammo alla piccola e unica taverna, l’oste ci accolse con calore, segno che le doti di Camila erano servite per spianarci la strada e non avere ulteriori problemi. Una volta depositati i bagagli congedai il cocchiere e andammo a curiosare tra le strette vie del paese. Camila mi teneva per mano, trascinandomi da una parte all’altra fino a condurmi ad una vecchia casa in disuso ormai da anni. Si fermò davanti al cancello arrugginito, poi si voltò verso di me sorridendomi:

“Che ne dici? Sembra accogliente, con un po di pulizia sarà meravigliosa…”

“E’ bellissima…” le risposi, incapace di proferire altro, lei mi osservava, lo sguardo pieno di comprensione, era come se questa volta fosse lei a leggere nei miei pensieri.

“Sarebbe perfetta per noi, ricorda tanto la nostra casa a Toledo… Potrebbe portarci la stessa felicità non trovi?”

“Se è questo che vuoi piccola mia cercherò di accontentarti, domani…”

Scosse il capo, fermandomi con un gesto della mano: “E’ libera, è stata abbandonata più di venti anni fa, e il vecchio proprietario non aveva eredi, possiamo averla chiedendo semplicemente al Sindaco, perdona se mi sono informata prima di parlartene, ma è stato più forte di me…”

“No, va bene così, dopotutto ci serve un po tempo per fermarci, se è questo che vuoi.”

Lei annuì contenta, gli occhi colmi di lacrime di gioia.

Fu lei a prendere in mano la situazione questa volta, andò a parlare con il sindaco e la sera successiva ci fece ottenere i permessi e le carte per rendere nostra quella casa.

Una volta al suo interno dovevamo solo ripulirla dall’incuria, poi sarebbe stata pronta per essere abitata. Certo, quel piccolo paesino dava poco spazio ai delinquenti, e cacciare li per me significata cibarmi di animali nei dintorni, e dei malfattori che per caso capitavano li. Potevo sempre nutrirmi degli abitanti senza necessariamente ucciderli, ma non volevo farlo, avrei lasciato che quelle persone vivessero inconsapevolmente ancora per un bel pò di tempo.

I giorni passarono, e così le settimane e i mesi, Camila aiutava il sindaco di modo da potersi sentire autosufficiente, sebbene non ce ne fosse la necessità voleva che tutto sembrasse normale agli occhi altrui. Nel suo tempo libero invece dava lezione gratuite di pianoforte ai bambini più portati. In poco tempo si fece amare da tutti, e lei amava quel mondo fatto di poche ed essenziali cose materiali. Capì osservandola che lo sfarzo che avevo cercato di donarle a Toledo era stato oppressivo. Ora la vedevo sorridente e parlava addirittura della sua città natale e del giovane che le insegnò tanto, una vera bellezza a suo dire.

E così passarono gli anni, tutto si dissolse lentamente, da prima la paura che durante il nostro viaggio ci era alle calcagna, poi gli orrori di Dominique ed Etienne, e in seguito quello che ci costrinse a lasciare Toledo, ora ricordavamo con piacere i bei momenti passati davanti al fuoco o in taverna con Esteban, prima che a lui venisse offerto questo oscuro dono, e lentamente perdemmo la voglia di continuare il nostro viaggio. Camila divenne una donna meravigliosa, corteggiata da tutti, ma lei aveva sempre e solo in mente il suo giovane amore che per tanto tempo aveva tenuto nascosto nel cuore…

Dal canto mio lasciai che tutto si compiesse, che fosse lei a decidere, senza che la mia innaturalità la segnasse…

Fu in quel luogo che scoprì che non siamo fatti per retare a lungo in un luogo, che per quanto non siano visibili ad occhio nudo, ogni città ha le sue sbarre che tengono imprigionati, e a malincuore, dovetti ammettere che mi mancava la compagnia di un immortale, uno simile a me, uno che per quanto concepisse la nostra mostruosità non si comportava di conseguenza, ma anzi che cercasse di portare del bene sebbene dannato…

Ero in stasi, in attesa che qualcosa accadesse, poi una notte poco dopo il tramonto Camila tornò a casa di corsa, il respiro affannato, con un volantino logoro in mano.

“Il nostro viaggio può ricominciare Reyko.”

Le guance rosse per l’emozione e gli occhi pieni di aspettativa mi trascinarono nel vortice del suo entusiasmo, lentamente abbassai lo sguardo verso il pezzo di carta.

E tutto si compì. Un nuovo viaggio ci attendeva, uno che mi avrebbe riportato a casa…

 Continua…

 

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