Uno spiacevole incontro (prima parte)

Non sapevo se a Toledo risedevano al tempo altri immortali, e la cosa mi interessava ben poco.

La casa era finalmente terminata e ora doveva essere riempita di mobili e oggettistica varia, che avrebbero permesso a Camila di vivere in modo superbo.

Così di giorno lei si occupava di prendere contatti con i negozianti che commerciavano la merce più rara in assoluto e di sera al calar delle tenebre io mi occupavo delle trattative e delle scelte della mercanzia.

Quando non si occupava di riempire la casa Camila si dedicava anima e corpo agli studi privati. Era una studentessa provetto, e imparava ogni genere di cose in brevissimo tempo. Quello che le riusciva meglio era apprendere le lingue, e le tante culture che si erano sviluppate nel mondo, e io non feci altro che lasciarle briglia sciolta… Imparò a suonare il pianoforte, con il quale mi intratteneva la sera al ritorno dalla caccia. Era inebriante lasciarsi cadere sul divano di fronte al camino, il sangue caldo che ancora andava a infuocare le mie membra gelide e in sottofondo il suono di quello strumento, così elegante e arrogante nello stesso tempo. Dava pace all’animo più inquieto…

E in quei momenti il pensiero volava a quel volto tanto sfrontato e quanta rabbia provavo per il suo affronto.

Il mio abbraccio era ancora recente e le emozioni che provavo erano accentuate invece che sopresse… Quanto odiavo quella sua smorfia, e la rabbia infuriava.

Volevo che si rendesse conto del gioco pericoloso in cui si era gettato senza pensare, avrebbe trovato pane per i suoi denti. Se sperava che fossi caduta ai suoi piedi come tutte le donne che aveva avuto si sbagliava di grosso…

“Hijo de puta”

sussurravo in quei momenti, e percepivo che Camila mi rivolgeva un fugace sguardo divertito.

Passava molto tempo con me e forse imparò a conoscermi più di quanto io conoscessi la mia vera natura.

I mesi trascorsero velocemente in quello stato di semi tranquillità.

Ogni notte camminavo nei vicoli più luridi di Toledo, tra spacciatori e delinquenti come l’ombra di un predatore inesorabile che non aveva pietà, ansioso di calmare la sua anima e la sua sete con i peccati altrui.

Poi una sera lo vidi. La figura alta e longilinea, i capelli lunghi scuri e quella camminata, così spavalda e sicura di se poteva appartenere solo a lui… Era in compagnia di una bellissima donna ispanica. Indossava un’ampia gonna rosso fuoco e una camicetta sgualcita di finto pizzo. I capelli neri ribelli erano raccolti in una crocchia sulla testa.

Passeggiavano abbracciati l’uno all’altra, inconsapevoli dell’ombra che li seguiva…

La strada che percorrevano era buia, illuminata solo dal chiarore della luna piena, quando percepì che qualcosa non andava… Da prima sentì un fruscio lieve provenire dalla destra, poi vidi un movimento repentino con la coda dell’occhio. L’istinto del predatore agì prima che io stessa potessi rendermi conto di quello che realmente stava accadendo.

La mia mano sinistra si mosse per prendere il tessen che tenevo nascosto e senza pensarci due volte mirai alla figura che si stava avventando sulla coppia. Per quanto da mortale fossi stata abile nella danza dei ventagli, a mie spese capì che era un’arma ben difficile da usare in combattimento, sopratutto se di fronte si aveva una creatura soprannaturale come me.

Il ventaglio sfiorò l’immortale che si girò di scatto, colpendolo al braccio destro. Era incappucciato e non riuscì a vedere i suoi lineamenti.

Mi ringhiò contro come fosse una bestia selvaggia e con un balzo felino schizzò verso di me. Io fui svelta a schivare il suo slancio e andai a recuperare il tessen che si era conficcato nel terreno… Ma per far ciò dovetti dargli le spalle e questa mia disattenzione mi fu fatale, l’essere si avventò di nuovo su di me. Mi immobilizzò in una morsa che poteva assomigliare a quella di un serpente e l’attimo dopo sfoderò le zanne e le affondò nel mio collo.

Urlai. Un urlo disumano, la vista mi si annebbiò e vidi solo in parte i due mortali che si chinavano coprendosi le orecchie per quel suono terrificante.

In un impeto di lucidità o di spirito di sopravvivenza, mi accorsi di tenere il tessen chiuso ancora in mano e con tutte le mie forze glielo conficcai nel petto. L’immortale lasciò la presa sul mio collo e si allontanò con un balzo lasciando il tessen libero grondare sangue… Grugnì appena al danno che gli avevo inferto…

Si portò al fianco dei due mortali. Lo guardai e cercai di entrare nei suoi pensieri. E lì vidi quello che intendeva fare poco prima che compiesse l’atto in se…

Si voltò verso la donna e si nutrì con il suo sangue. Forse il danno che il tessen gli aveva procurato era più grave di quello che pensavo… Poi si voltò verso il ragazzo… La mia ira nel capire che voleva nutrirsi anche di lui lo travolse come un fiume in piena. Mi lanciai contro di lui velocemente per allontanarlo il più possibile dall’uomo, ma quell’essere era forte a sufficienza per contrastarmi. Mi sembrò di schiantarmi contro un solido muro di cemento… Lui rise, una risata grottesca e inumana…

Quell’hijo de puta era mio e nessuno lo avrebbe toccato, il gioco era mio e suo e solo io potevo decidere quando terminarlo.

Decisi di sferrare un ultimo colpo in cui avrei messo tutta me stessa. Aprì il tessen e mirai al collo dell’immortale, poi con un colpo secco, lo colpì. Questa volta non sbagliai…

Restai immobile con il braccio sinistro alzato per qualche istante, aspettandomi di ricevere un ulteriore attacco… Ma non avvenne nulla.

Allora mi voltai e chinai il capo. Il corpo dell’immortale semi dissanguato era ai miei piedi… Decisi che l’alba avrebbe terminato il mio lavoro… Poi mi voltai per cercare il mortale e capì che nell’ultimo colpo avevo messo troppa enfasi e troppa forza…

Nell’ultimo attacco la lama centrale del tessen andò a colpire anche il volto di quell’hijo de puta.

Una linea sottile, rossa che andava dall’orecchio destro fin su quasi a toccare il naso comparve sul suo volto perfetto, e per quanto la ferita fosse profonda, sulla sua faccia rimase quel sorrisetto beffardo e arrogante di sempre…

“Bel colpo Hermana, uno a zero per te…”

E svenne…

Continua…


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