La casa di Kioko

Il cielo ancora rischiarato da una lieve luce soffusa, premette una notte limpida e lunga, molto lunga… Ma ormai la mia vita è una notte infinita, mi aggiro per le strade tra le persone ignare che una creatura soprannaturale attraversi loro il cammino…

Sebbene la notte sia alle porte un fiume di gente affolla le strade sterrate di una cittadina di provincia, una delle tante. Kimoni dai mille colori e dai tessuti pregiati mi sfiorano appena diretti in questa e quella casa del tè. Un vecchietto che traina il suo risciò mi taglia la strada, la schiena piegata in avanti e le braccia tese dietro intente a portare una giovane Geisha e la sua madrina al debutto in società. Sorrido osservandoli allontanarsi, un tale spreco di forze per una vita che ancora ignorano sta già decandendo.

I fumi dalle case del Sakè si riversano in strada, portando odori che un tempo allettavano la mia gola e stimolavano le mie passioni. Ma ora tutto intorno a me odora di sangue e passioni, è questo che oggi mi spinge tra gli umani, stasera il mio cuore sarà scaldato per qualche breve istante…

Il suono implacabile delle risate attira la mia attenzione, da  una piccola casa del Tè sulla mia destra fuoriescono musica e risate, e l’odore dolcastro del sangue misto all’alcol del sake alletta il mio palato… Un’insegna ben pulita dai colori stinti indica: Casa di Kioko… Senza rendermene conto entro, scostando lievemente le tendine che dal basso soffitto cadono verso il basso, nascondendo l’interno del locale e allettando i passanti con il loro moto ondulatorio.

Una donna di mezza età mi accoglie con tutti i garbi che il caso richiede. Il volto tirato dalla stanchezza e dalla vecchiaia mi sorride francamente. I capelli bianchi le ricadono appena sulle spalle curve tenuti da un fermaglio ormai vecchio come la sua padrona…

So che la poveretta non vedrà la fine dell’inverno.

Con movimenti aggraziati ma irrigiditi dalla malattia mi indica un tavolo e poco dopo mi porge una tazza del suo miglior tè. La ringrazio con un filo di voce, e le rivolgo un inchino di cortesia. Lentamente afferro la tazza ancora fumante e per un istante mi crogiolo nel suo calore. Attorno a me le giovani coppie si sorridono maliziosamente, le ragazze conducono un gioco antico dove fanno assaggiare in un fievole tocco le loro virtù e ritraendosi poco dopo con fare timido e restio. La luce all’interno del locale rende l’interno un sogno dal quale i frequentatori non vogliono svegliarsi…

Tra tutti un volto spicca da un angolo particolarmente buio, non ha caso ha scelto quella parte della locanda, la più lontana. I lineamenti sono duri sebbene sia una figura dall’aspetto anonimo. I capelli neri ricadono a ciocche unte sulla fronte…

Gli occhi neri si guardano attorno svelti e indagatori. La gamba destra ha un costante movimento di irrequietezza, davanti alla figura una bottiglietta di sake. Le dita ticchettano convulsamente sul tavolo. I vestiti di bassa fattura sono scuri e rivelano un corpo atletico con muscoli guizzanti abituati ad uccidere… Non mi ha notato, e come potrebbe così intento ad attendere il suo compenso per il lavoro sporco svolto la notte precedente.

Dopo qualche ora una figura incappucciata gli si avvicina, lestamente consegna un sacchetto di tela e si allontana, dielguandosi nella folla della locanda per poi sparire nel freddo della strada.

L’uomo si alza mettendosi in tasca il sacchetto, come se nulla fosse. In seguito guardandosi intorno con aria circospetta esce dalla casa del tè.

Con movimenti aggraziati, senza far alcun tipo di rumore mi alzo dal tavolo, lasciando di malavoglia la tazza fumante di tè. Faccio cadere qualche yen più del necessario sul bancone ed esco, mai perdendo di vista l’uomo… Ora si è tirato sul volto un capuccio, ma la sua camminata furtiva è ben riconoscibile tra la gente. Inconsapevole di chi o cosa lo stia seguendo si inoltra in un vicolo privo di luce se non quella lunare. Volto l’angolo poco dopo di lui… Si sta guardando intorno circospetto, ma ancora non immagina cosa stia succedendo, non mi ha visto. Tuttavia affretta il passo, teme di essere rapinato e vuole mettere al sicuro quei soldi sporchi di sangue… Troppo tardi sciocco…

Prima che possa riemergere in una strada affollata lo branco con l’agilità di un felino, la mia mano bianca sul suo collo abbronzato… Lo sollevo da terra e il poveretto si agita tutto cercando di divincolarsi. Lo guardo fisso negli occhi, nutrendomi del suo terrore, della sua paura più profonda… Lascio cadere il velo che mi copriva parzialmente il volto, e l’uomo ha un sussulto di meraviglia. E’ incredulo che una creatura con la pelle candida come la porcellana, così fragile, possa avere una tale forza e un tale impeto.

Sorrido godendo anche di quel suo stupore, e in un lampo i miei denti sono sul collo. Lentamente assaporo questo piccolo momento di pace, il suo peccato mitiga il mio portando a sussultare il mio cuore immortale. E per un breve momento io sono lui, e il suo peccato è il mio.

Lascio che l’ultima goccia del suo essere percorra la mia gola che urla dalla sete. Continuando a guardarlo sussurro…

Ora sei libero dal peccato… E lo lascio cadere a terra, ripulendo pazientemente il mio delitto.

Tornando nel locale mi crogiolo nel tempore di quel sangue macchiato dal peccato dell’omicidio, e finalmente posso assaporare un breve istante di pace…

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