Il Flauto del Lago

1890, luogo ignoto…

Non lo nego, volevo fuggire, da tutto e tutti, sarei tornata ad abbracciare i miei cari, lo faccio sempre, ma avevo bisogno del tempo per riflettere su quanto era accaduto e il trambusto delle città e le opprimenti domande di chi solitamente mi circondano iniziavano ad irritarmi… Così una notte partì per vie che i mortali faticano ancora ad immaginare.

Il mio viaggio terminò in questa terra gelida eppure ospitale. In lontananza trovai una grotta che si affacciava su uno specchio d’acqua ghiacciato. Tutto intorno le montagne sembravano avvolgere quella vallata come una calda coperta. Si, era il luogo di cui avevo bisogno. Sostai per molte notti in quella grotta, passando tutte le sue ore con lo sguardo fisso sul lago e sul cielo stellato…. Durante una di quelle notti alla memoria riaffiorò un’antica leggende della mia lontana terra natia…

…Molti anni fa un giovane samurai, stava viaggiando dal territorio di Sewa, che oggi fa parte della prefettura Yamagata, per ordine del signore del luogo, recando una lettera alla città di Shimizu. Camminava a passi spediti senza mai concedersi una sosta. Era già in viaggio da alcuni giorni e quindi, da quel buon viaggiatore che era, non molto dopo arrivò vicino alla sua meta. Distava solo poche ore di cammino dalla città, quando giunse in un luogo molto grazioso sul fiume Mogami. In quel punto la corrente si era allargata a formare laghetti e paludi. Il giovane decise di fermarsi lì a riposare un po’. Tirò fuori il suo spuntino e, appena finito di mangiare, estrasse il flauto dalla cintola e si dilettò per qualche momento con una dolce melodia. Credeva di essere completamente solo, con l’unica compagnia degli uccelli acquatici. Nelle vicinanze crescevano alcuni salici che facevano pendere sull’acqua i loro lunghi rami flessuosi come scure cortine verdi.

Non appena il samurai si fu riposato, ripose il flauto e voleva alzarsi per riprendere il cammino. Ma quando alzò lo sguardo, vide in piedi non lontano da lui una bella ragazza. Doveva essersi avvicinata a passi molto leggeri.

La ragazza sorrise dolcemente e disse:

“Mio buon signore, ti prego, suona ancora un po’. È bellissimo!”

L’uomo si spaventò, non riusciva a spiegarsi cosa ci stesse a fare una ragazza in quel posto deserto.

“E tu da dove vieni? Che ci fai in questo posto solitario?”

“Abito qui vicino. Passeggiavo nel mio giardino e ho sentito la tua musica deliziosa. Ti prego, suona ancora un po’ per me!”

Il giovane adesso osservava con maggior piacere quell’apparizione. Era una ragazza graziosa e slanciata, con la pelle bianca e fine e lunghe chiome fluenti. Ma lo colpì il fatto che i suoi occhi erano quasi rossi. E subito dopo restò sbalordito: la ragazza non stava sulla riva, ma nell’acqua, o meglio, sull’acqua! Non poteva essere una creatura umana!

Indietreggiò e si voltò per abbandonare al più presto possibile quel luogo diventato improvvisamente sinistro. Ma la ragazza lo pregò di nuovo:

“Per favore suona di nuovo per me. Poche volte ho udito melodie così dolci”.

Il samurai si mise sulla difensiva e disse:

“Sono in viaggio per ordine del mio signore e mi sono già fermato molto a riposare, adesso devo affrettarmi. Non posso più suonare per te”.

La creatura lo prese delicatamente per la manica e replicò:

“Hai ragione, mio signore, ma promettimi che al tuo ritorno verrai di nuovo qui e mi rallegrerai ancora una volta con il tuo flauto”.

Il giovane promise in fretta che avrebbe fatto ciò di cui lei lo pregava: avrebbe promesso qualsiasi cosa, pur di potersene andare di lì.

“Allora ti aspetto, mio cavaliere, e mi raccomando, non deludermi!”

Con queste parole la ragazza si voltò e subito scomparve silenziosamente tra i rami dei salici. Il samurai respirò di sollievo e si allontanò di fretta da quella spiaggia solitaria. Affrettando il passo raggiunse ben presto la città di Shimizu. Portò a termine il suo incarico e già il mattino seguente poté intraprendere la via del ritorno. Non aveva intenzione di mantenere la promessa che aveva fatto a quella strana ragazza. Prese quindi un’altra strada che lo avrebbe fatto passare a distanza da quel luogo. Affittò una barca insieme ad altri viaggiatori con l’intenzione di scendere per un tratto il fiume Mogami e di riprendere il cammino a piedi solo quando si fosse lasciato alle spalle quel luogo inquietante. Pensava che la ragazza fosse uno spirito delle acque, di quelli che vivono nei laghi e nelle paludi, e che certamente non avrebbe potuto lasciare il suo ambiente e arrivare fino al fiume. Inoltre non era solo: aveva un’intera barca piena di viaggiatori. Lo spirito non si sarebbe fatto vedere.

La barca viaggiava tranquilla, il battelliere si dava molto da fare, e tra i viaggiatori regnava l’armonia. Il tempo era sereno, e nel primo mattino sull’acqua si godeva una piacevole frescura. Il samurai si ripromise di fare un giorno o l’altro un breve viaggio di piacere.

La gente sulla barca conversava, e nessuno si accorse che la piccola imbarcazione procedeva sempre più lentamente. Il battelliere si sentiva terribilmente stanco, tanto che alla fine la barca non si mosse più e galleggiava mollemente sull’acqua, sempre allo stesso posto. Alla fine i passeggeri se ne accorsero, e uno di loro gridò:

“Ehi, battelliere, perché non ti muovi? Facci proseguire, abbiamo fretta!”

L’uomo si asciugò il sudore dalla fronte e mormorò preoccupato:

“Miei cari compagni di viaggio, non ce la faccio più, la barca è come inchiodata”.

“Ma dobbiamo proseguire, non possiamo rimanere qui in mezzo all’acqua!”

Il battelliere ci provò di nuovo con tutte le sue forze, ma la barca non volle muoversi. I passeggeri diventavano sempre più inquieti, si guardavano l’uno con l’altro, ma nessuno sapeva cosa fare. La barca se ne stava immobile in mezzo alla corrente, e sembrava che l’acqua mormorasse in modo strano.

Allora il battelliere disse:

“Forse gli spiriti dell’acqua vogliono un’offerta da noi. Vi prego, ciascuno getti in acqua la cosa più bella e preziosa che porta con sé. Forse così gli abitatori delle profondità ci permetteranno di proseguire”.

Così dicendo si tolse una bella giacca ricamata e la gettò nel fiume. Subito affondò. Tutti frugavano nelle proprie sacche. Il sacerdote che viaggiava con loro offrì un prezioso rotolo manoscritto, il contadino un sacco pieno di fagioli, il mercante aprì sospirando il portamonete e si separò da una moneta d’oro, una ragazza sfilò dai capelli lo spillone di tartaruga e lo fece scivolare nell’acqua, e infine una cantatrice gettò nel fiume il suo Shamisen. Ciascun dono affondò subito nell’acqua scura.

Toccava ora al giovane samurai. Dopo una breve esitazione, estrasse dalla cintura il suo amato flauto. Pensieroso lo gettò nella corrente, ma non affondò come le altre offerte. Si sollevò in posizione verticale, restò immobile per un istante, poi cominciò a girare intorno alla barca. Allora i viaggiatori si allontanarono dal samurai e si raggrupparono a un angolo della barca: era lui, era per causa sua che gli spiriti delle acque non permettevano alla barca di proseguire il viaggio! Il giovane sapeva bene perché non potevano muoversi: aveva promesso alla creatura dell’acqua, alla ragazza sul lago, che al ritorno avrebbe suonato il flauto per lei e non aveva voluto mantenere la promessa. E adesso la ragazza era tornata per punirlo. Il suo potere si estendeva fino al centro del fiume. Spinse lo sguardo fino al punto in cui si trovava quel luogo in riva al lago e distinse nitidamente i vecchi salici con le loro foglie simili a un velo di tenue color verde.

Il barcaiolo, che nel frattempo si era ripreso dallo spavento iniziale, si raccomandò dicendo:

“Mio signore, come vedete gli spiriti delle acque hanno qualche affare in sospeso con voi. Di sicuro sapete molto bene ciò che desiderano. Devo pregarvi di lasciare la nostra barca, altrimenti non raggiungeremo mai la riva”.

Il samurai annuì brevemente, salì sul bordo della barca e saltò nell’acqua. I viaggiatori gridarono, prima di terrore, poi di meraviglia: infatti il giovane non affondò, anzi, l’acqua si raccolse intorno a lui, ed egli se ne stava in piedi sull’acqua. Senza una parola si voltò e si avviò in direzione delle paludi e dei laghetti, dove ben presto scomparve tra le cortine di salici e le piante acquatiche. E il suo flauto scivolò dietro di lui! Non appena scomparve alla vista, la barca ricominciò a muoversi. L’incantesimo era spezzato, e il battelliere poté nuovamente pilotare la sua imbarcazione.

Il giovane samurai scomparve per sempre. I suoi compagni di viaggio furono le ultime persone che lo videro. Da allora nessuno ne seppe più nulla.

Da quella volta tra le paludi e i laghetti del fiume Mogami si sente spesso una musica di flauto dolce e incantatrice. E soprattutto nelle notti di luna, quando bianche nebbie si stendono sulle acque, un delicato e finissimo intreccio di suoni sale misteriosamente verso il cielo notturno.

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2 Risposte to “Il Flauto del Lago”

  1. Il Nemico Utile Says:

    Peccato dover fare tutte queste valige e spostamenti elettronici.. ;'( Sono felice comunque di poterti seguire ancora.
    E quando il tempo me lo permetterà seguiterò sicuramente
    con la lettura del tuo racconto!

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