Camila Ortega – La protetta della Bambola

Una lieve brezza arrivava dal mare in tempesta, era una notte come tante a Toledo. I lampioni accesi riversavano sulle stradine una luce appena sufficiente ai miei occhi di vedere i ciottoli che la componevano… Presupponevo che sia Camila che quel viscido verme non vedessero a un palmo dal loro naso.

Il passo cadenziato della ragazzina era ritmico e regolare, le scarpine ticchettavano piacevolmente sulla strada, come volessero creare una musica ammaliatrice per chi l’ascoltasse… Il passo dell’uomo invece era frettoloso, e il suo respiro diventava ad ogni centimetro più affannoso; rivoli di sudore misto alla sua colonia di seconda scelta impregnavano l’aria notturna, mescolandosi all’odore della salsedine che arrivava dal vicino mare.

Ed io, predatrice silenziosa li seguivo a distanza, senza mai perdere di vista i loro movimenti, i loro pensieri…

Il vicolo terminava poco più avanti, sfociando su di una via più illuminata, e sicuramente sebbene fosse tardi ancora colma di gente dedita ai vizi che tanto gli uomini amano. Se doveva agire doveva farlo adesso, senza pensarci…

Un lampo di immediatezza gli oltrepassò la mente, veloce e fugace, tuttavia preso dall’urgenza commise due errori; il primo fu un terribile rumore che riecheggiò per tutta la stradina, come un campanello all’ingresso di una locanda, così che la povera ragazzina si accorse di lui, lo sguardo terrorizzato sebbene si portò la mano in una tasca dove capì teneva un piccolo coltello a serramanico, il secondo errore fu che non aveva calcolato un predatore più abile di lui… La mia mano fu più repentina del suo pensiero e prima che potessero entrambi capire cosa stesse accadendo, l’afferrai per la gola. Accadde tutto velocemente, forse troppo anche per me.

Feci una giravolta, frapponendomi tra lui e la ragazzina. Sollevai l’uomo a qualche centimetro da terra, scoprendo una forza che non mi apparteneva. Lo guardai negli occhi, e vidi paura riflessa nei suoi… Paura per l’atto che stava per compiere, paura di morire… Risi, sollevando un sopracciglio, continuando a incutergli timore soltanto con quello sguardo… Poi aprì la bocca facendogli vedere cosa ero…

Madre de Dios.

Fu l’unica frase che riuscì a pronunciare quell’uomo guardandomi. Non avrei avuto pietà di lui e del suo peccato… Mi cibai di lui fino all’ultima goccia del suo sangue. Poco prima di lasciarlo andare, ancora stretto nel mio abbraccio gli sussurrai: “Amen”. E lo lasciai cadere.

Rimasi per un lungo istante a fissare quel corpo ormai privo di vita, poi un suono sordo dietro le mie spalle mi riportò alla realtà. Mi voltai per capire cosa potesse essere stato quel rumore, e vidi la piccola Camila a terra, svenuta… Mi avvicinai a lei con la premura che una madre ha nei confronti del suo figlioletto. La sollevai da terra come se fosse una bambola troppo fragile per rimanere integra. Osservai il suo visino bianco per la paura, cercai nella sua mente il suo passato, una casa e una famiglia. Ma scoprì che la poveretta era sola al mondo, nessuno avrebbe potuto lavarla e consolarla se non avessi pensato a quel lurido verme che ora riposava eternamente.

Io necessitavo di una casa, e qualcuno che mi insegnasse a vivere “all’Occidentale”, e a lei serviva qualcuno che si prendesse cura della sua persona e della sua istruzione… Mi diressi verso quella che era la sua abitazione, poco più che un tugurio buio, ma tuttavia pulito. Per il momento poteva andare bene, in seguito le avrei permesso di abitare in una casa degna di quel nome.

La stesi sul letto e la coprì con delle coperte di lana fatte a mano. Presi un panno e lo immersi in un po d’acqua per poi passarglielo sul volto sporco.

Rimasi ad osservarla per ore quella notte. La piccola Camila Ortega ora avrebbe avuto la vita che sognava da bambina. Nessuno l’avrebbe più toccata, se non per detergerle il volto e per farle vestiti su misura…

Lungo la via del Diablo aveva trovato una Bambola che l’avrebbe protetta…

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